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20 Giugno 2021
10:24

Per il CTS Draghi non è come i normali cittadini: deve essere curato meglio

“Draghi non è un cittadino qualsiasi, è il presidente del Consiglio, in un Paese normale ha il dovere di essere seguito clinicamente meglio di tutti noi”: lo ha detto il membro del Cts Sergio Abrignani, commentando il fatto che Mario Draghi farà il richiamo del vaccino con un farmaco diverso da quello ricevuto con la prima dose, in quanto la risposta immunitaria innescata non è stata soddisfacente. Un trattamento che non viene però riservato a tutti i normali cittadini.
A cura di Annalisa Girardi
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Mario Draghi, in quanto presidente del Consiglio, ha diritto ad essere curato meglio di tutti gli altri cittadini: lo ha detto Sergio Abrignani, immunologo e membro del Comitato tecnico scientifico durante un'intervista con La Stampa, commentando il fatto che a Draghi effettuerà il richiamo del vaccino con un farmaco diverso da quello ricevuto con la prima dose, in quanto la risposta immunitaria innescata non è stata soddisfacente."Draghi non è un cittadino qualsiasi, è il presidente del Consiglio, in un Paese normale ha il dovere di essere seguito clinicamente meglio di tutti noi", ha detto Abrignani.

Durante la conferenza stampa sulle nuove regole della campagna vaccinale era stato lo stesso Draghi a rivelare che si sarebbe sottoposto a vaccinazione eterologa, facendo la seconda dose con un vaccino a mRna e non con quello di AstraZeneca (a vettore virale), che aveva invece ricevuto con la prima inoculazione. Questo però non ha nulla a che vedere con le nuove indicazioni su AstraZeneca, che ora dovrà essere somministrato solo agli over 60. Il presidente del Consiglio ha infatti più di 60 anni e potrebbe quindi ricevere anche il richiamo con AstraZeneca. Tuttavia, come lui stesso ha spiegato, dopo la prima dose la risposta immunitaria innescata si è rivelata essere piuttosto bassa, per cui il medico gli ha indicato di fare la seconda con un vaccino diverso, a mRna appunto.

La domanda che sorge spontanea è allora se tutti i cittadini non dovessero ricevere lo stesso trattamento, sottoponendosi a test sierologico dopo la prima dose per verificare la propria risposta immunitaria e muoversi di conseguenza per quanto riguarda il richiamo. "No, non tutti sono Draghi. Non ha senso che si mettano tutti a fare il test sierologico per misurare il livello di anticorpi, specialmente dopo la prima dose. Magari 15-20 giorni dopo la seconda può avere un senso, ma quelli che rischiano di trovare una risposta vicina allo zero sono comunque intorno al 2-3%. E poi non è un problema di AstraZeneca, può succedere anche con Pfizer", ha aggiunto Abrignani.

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