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OPINIONI

Pensateci: se Israele tratta così dei cittadini italiani cosa sta facendo ai palestinesi a Gaza?

Le immagini diffuse dal ministro Itamar Ben-Gvir sugli attivisti della Global Sumud Flotilla non raccontano soltanto un abuso, ma la trasformazione dell’umiliazione in linguaggio politico pubblico. E mostrano soprattutto un dato ormai evidente: dopo anni senza conseguenze reali, Israele non teme più né la pressione diplomatica né il giudizio dell’Occidente.
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Il video diffuso da Ben-Gvir non documenta soltanto un abuso: documenta un potere che non sente più il bisogno di nascondersi. I corpi degli attivisti della Global Sumud Flotilla immobilizzati, l'inno israeliano sparato dagli altoparlanti come dispositivo di coercizione, la detenzione trasformata in scena da esibire sui social non appartengono infatti alla grammatica dell'eccezione. Appartengono piuttosto alla normalità di un sistema che ha smesso perfino di temere il giudizio internazionale, perché ha imparato che l'indignazione occidentale dura il tempo di un comunicato e non produce mai conseguenze reali.

La questione, non riguarda soltanto quei 29 cittadini italiani sequestrati illegalmente in acque internazionali. Riguarda ciò che quelle immagini rendono improvvisamente impossibile continuare a fingere di non sapere. Perché se questo livello di umiliazione viene inflitto pubblicamente a cittadini europei, davanti alle telecamere e sotto l'attenzione diplomatica internazionale, allora il pensiero dovrebbe correre inevitabilmente altrove: dentro le carceri dove finiscono da decenni i palestinesi senza nome, senza consolati, senza protezione occidentale, senza telecamere. Intere generazioni di uomini, donne, anziani e bambini marchiati come carne da cella, sottoposti a pratiche di tortura e sadismo istituzionalizzato che le diplomazie occidentali hanno registrato per anni, e continuano a registrare oggi, derubricandole a tollerabile rumore di fondo.

Per anni l'Europa ha trattato tutto questo come una questione da amministrare linguisticamente. Un problema di equilibrio diplomatico. Si sono limate parole, corrette formule, svuotati comunicati per evitare qualsiasi frattura con Israele, mentre Gaza veniva trasformata in un territorio di fame, macerie e amputazioni senza anestesia, mentre in Cisgiordania la terra palestinese veniva erosa villaggio dopo villaggio, ulivo dopo ulivo, famiglia dopo famiglia. E nel frattempo l'impunità cresceva, perché ogni assenza di conseguenze produce sempre la stessa convinzione: che tutto sia permesso.

La convocazione dell'ambasciatore israeliano da parte del governo italiano oggi arriva dentro questo vuoto. Ma il punto è esattamente qui: se l'unica soglia capace di produrre una reazione è l'umiliazione di cittadini europei, allora il diritto internazionale ha già smesso di essere universale. Diventa un privilegio geografico. Una protezione selettiva. Un meccanismo che riconosce l'umanità soltanto quando parla la lingua giusta o possiede il passaporto giusto.

È proprio qui che il linguaggio diplomatico mostra tutta la propria insufficienza. Non basta dichiarare "preoccupazione" o convocare un ambasciatore se, nello stesso momento, restano intatti gli accordi militari, le cooperazioni strategiche, gli interessi economici e le coperture politiche. A forza di separare le parole dalle conseguenze, l'Occidente ha costruito una zona franca dell'impunità in cui tutto viene condannato e nulla cambia davvero. E ogni volta che una violazione non produce alcun costo politico, il messaggio che passa è uno solo: si può continuare.

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Genovese trapiantata a Roma. Ho lavorato per Class Editori e Radio3 e ho frequentato la scuola di giornalismo Lelio Basso. Per molti anni, come freelance, mi sono occupata di politica nazionale e internazionale, realizzando reportage sul campo in Paesi come Turchia, Siria, Albania, Bosnia. Ho collaborato con Domani, Internazionale, il manifesto, Lifegate e Tpi. Oggi a Fanpage scrivo di politica e tematiche sociali. 
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