
Questa sera parte ufficialmente Eurovision 2026, uno spettacolo che molti vogliono rappresentare come apolitico, ma di politica è intriso fino alla tesa. La Palestina è il convitato di pietra, mentre Israele continuerà anche quest'anno la sua hasbara – la propaganda -, come ha denunciato anche il New York Times in un'inchiesta pubblicata a ridosso dell'inizio. Sarà difficile continuare a guardare questa kermesse come se fosse solo una gara tra cantanti, quando pochi anni fa si è scelto di prendere una posizione politica escludendo i rappresentanti russi a seguito dell'invasione di Putin all'Ucraina. Una scelta giusta che ha generato, però, un precedente che ogni anno si fa di tutto per ignorare.
Quest'anno, però, Irlanda, Olanda, Slovenia, Spagna e Islanda hanno deciso di boicottare l'edizione proprio per protesta contro la partecipazione del Paese guidato da Benjamin Netanyahu. E girare la testa è impossibile. Eurovision non è una gara musicale apolitiche, checché ne dicano gli organizzatori che cambiano il regolamento a causa di Israele e modificano il regolamento per evitare manipolazioni, eppure continua a non prendere alcuna posizione. Anche alcuni cantanti, come il nostro Sal Da Vinci, continua a trincerarsi dietro il disinteresse verso questioni politiche che, a detta loro, nulla avrebbero a che vedere con la musica. Chiunque guardi leggermente al di là sa che è questa lettura fa acqua da tutte le parti.

Lo sapevamo prima e lo sappiamo anche dopo l'inchiesta del New York Times che ha accusato Israele di utilizzare Eurovision come strumento soft power e per fare propaganda, cercando anche di fare pressioni sugli altri Paesi. Nel 2022, a seguito dell'invasione della Russia all'Ucraina, Eurovision decise di escludere il cantante russo: "La decisione riflette il timore che, alla luce della crisi senza precedenti in Ucraina, l'inclusione di un partecipante russo all'edizione di quest'anno della competizione possa screditare l'evento stesso" si legge nella nota con cui EBU decise l'esclusione. In quello stesso comunicato si leggeva anche che "L'EBU è un'organizzazione associativa apolitica di emittenti impegnate a sostenere i valori del servizio pubblico. Restiamo dediti alla salvaguardia dei valori di una competizione culturale che promuove lo scambio e la comprensione internazionale, unisce il pubblico, celebra la diversità attraverso la musica e unisce l'Europa su un unico palcoscenico".
Nonostante questo afflato apolitico che da sempre è usato, si fece una scelta politica. Ci sta, era dovuto, probabilmente. Ma questa volta gli organizzatori hanno deciso scientemente di fare finta di niente. Non sono bastate le decine di migliaia di morti a Gaza, né l'invasione e la distruzione della Striscia. Non bastano le violenze quotidiane che i palestinesi devono subire dai coloni con la protezione della polizia israeliana. Non bastano i giornalisti uccisi volontariamente né le inchieste giornalistiche. Non bastano le accuse di genocidio o i ripetuti attacchi ad altri Paesi sovrani. Non basta nulla, evidentemente esistono due pesi e due misure. La separazione tra artista e il Paese che rappresenta vale solo quando conviene.
L'Italia ha scelto di esserci, la Rai ha voluto partecipare e così anche Sal Da Vinci, facendo una scelta politica. Poco importa la foglia di fico scelta per difendere la propria posizione: invitare un artista palestinese a esibirsi – fuori gara – sul palco di Vienna. Una scelta più che inutile, offensiva: far passare un contentino come una presa di posizione politica. Come se questo bastasse a fare da contrappeso a tutta la visibilità che Israele sta avendo dalla competizione. Eurovision ha perso la sua aura di organizzazione super partes, lo ha scelto consapevolmente, e ha deciso di nascondersi dietro una foglia di fico, ma tutto questo quanto potrà durare ancora?