Così la Grecia ha dato una mano a Israele ad assaltare le navi della Flotilla: la ricostruzione

Un arco temporale di otto ore, nelle acque del Mediterraneo al largo di Creta, rischia di trasformarsi in un caso diplomatico per il governo di Atene. È l'intervallo di tempo trascorso tra l'assalto israeliano alle navi della "Global Sumud Flotilla" e l'arrivo dei primi soccorsi greci: otto ore di vuoto, in cui la sovranità europea sembra essersi dissolta per fare spazio agli interessi strategici di Tel Aviv.
Ufficialmente, il Ministro degli Esteri Giorgos Gerapetritis ha parlato davanti al Parlamento di un'operazione dettata da un "dovere umanitario". Ma la ricostruzione fornita a Fanpage.it da Paris Laftsis, attivista della Flotilla, descrive una realtà differente: quella di una sovranità che sarebbe stata "congelata" per permettere ai militari israeliani di agire indisturbati, sequestrare le imbarcazioni e rapire decine di attivisti, tra cui Saif Abukeshek e Thiago Avila, senza alcuna interferenza da parte delle autorità europee.
Il black out e il canale 16
Nel diritto marittimo esiste una regola considerata sacra: il Canale 16. È la frequenza internazionale riservata esclusivamente ai soccorsi, l'unico ponte radio che garantisce la sicurezza in mare aperto. Chiunque si trovi in pericolo lancia un segnale su quella banda; chiunque sia nelle vicinanze ha l’obbligo legale di rispondere.
"In linguaggio nautico lo chiamiamo Mayday", spiega Laftsis, che quella notte ha seguito l’operazione in contatto costante con i compagni a bordo della barca Tam Tam. Alle 21:00 di mercoledì 29 aprile, mentre i militari israeliani (IDF) iniziavano l'arrembaggio, è calato il silenzio. Ma non un silenzio naturale. Secondo la ricostruzione di Laftsis, le forze di Tel Aviv avrebbero inondato il Canale 16 con rumori bianchi e interferenze, rendendo impossibile ogni comunicazione di emergenza. Un atto che l'attivista definisce come un vero e proprio crimine internazionale, consumatosi nel "silenzio assordante" delle autorità greche, spettatrici di un blackout radio che preludeva alla violenza.
Le otto ore di silenzio: l'ammissione del Governo
Nonostante il sabotaggio delle frequenze, Atene non sarebbe rimasta al buio. A sgretolare il muro del silenzio è stata, paradossalmente, la stessa voce ufficiale del governo greco: in una conferenza stampa rimasta agli atti, il portavoce Pavlos Marinakis ha infatti confermato che nell'area dell'assalto erano presenti ben tre unità della Guardia Costiera ellenica. Un dettaglio che trasformerebbe il sospetto in prova documentale: le autorità greche non erano distanti, né ignare. "Erano fisicamente lì, testimoni oculari di una violazione che hanno scelto di classificare come "fuori giurisdizione" per giustificare un'immobilità durata otto ore". In quel lasso di tempo infinito, le motovedette di Atene sarebbero rimaste sospese in un'inerzia che Laftsis descrive come deliberata: "Avrebbero osservato tutto mentre i militari israeliani distruggevano i motori della Tam Tam, abbandonandola alla deriva con i civili a bordo", denuncia l'attivista.
La ricostruzione che emerge è quella di un'attesa calcolata: la Guardia Costiera avrebbe atteso il completamento di ogni singola fase dell'operazione dell'IDF (l'abbordaggio, le percosse, i sequestri) prima di palesarsi. Non solo, secondo il racconto di Laftsis, le unità greche avrebbero mantenuto i propri potenti riflettori puntati costantemente sulle imbarcazioni della Flotilla. Mentre i droni israeliani sorvegliavano il cielo, le luci greche avrebbero cioè squarciato il buio per illuminare il ponte della nave, fornendo ai soldati dell'IDF il supporto visivo necessario per muoversi agevolmente durante l'assalto. Solo all'alba di giovedì, dopo otto ore di totale abbandono e a "lavoro" concluso, i greci si sarebbero finalmente mossi per gestire il trasferimento dei superstiti verso la terraferma. Un ritardo che, agli occhi degli attivisti, non somiglia affatto a una svista burocratica, ma piuttosto all'esecuzione di un ordine preciso: garantire a Israele il tempo necessario per agire indisturbato, nell'ombra protetta di un porto europeo.
Il rimpallo verso la Difesa
Per comprendere le ragioni di uno stallo durato otto ore mentre dei civili lanciavano segnali di emergenza nel Mediterraneo, bisogna spostare lo sguardo dai radar di Creta ai palazzi del potere ateniese. Dietro l'immobilismo della Guardia Costiera si intravede infatti un passaggio politico cruciale: il trasferimento della gestione del caso dall'ambito civile-marittimo a quello militare. Nella notte dell'assalto, la parlamentare greca Peti Perka, esponente del partito New Left, avrebbe tentato più volte di contattare il Ministero della Marina per chiedere l'attivazione immediata dei soccorsi. Secondo quanto riportato da Laftsis, il ministro degli Esteri Giorgos Gerapetritis le avrebbe però risposto con una frase destinata a diventare centrale nella vicenda: "Da questo momento la questione è di competenza del Ministero della Difesa".
Un dettaglio apparentemente tecnico che, letto nel contesto di un mayday in mare, assume però un peso politico enorme. Nel diritto marittimo internazionale, infatti, un'emergenza civile ricade normalmente sotto le autorità di ricerca e soccorso e sotto il coordinamento della Guardia Costiera. Il passaggio immediato del dossier alla Difesa implica invece una riclassificazione dell’evento: non più un’operazione di salvataggio, ma una questione di sicurezza militare. E sarebbe proprio in questo slittamento amministrativo che gli attivisti leggono la prova di un coordinamento preventivo tra Atene e Tel Aviv. Perché una decisione del genere difficilmente può maturare nel caos di poche ore: presuppone una catena di comando già attiva, un livello politico già allertato e soprattutto una scelta precisa sulla natura dell'operazione. Trasferendo la gestione alla Difesa, il governo greco avrebbe di fatto congelato il protocollo ordinario di soccorso marittimo, lasciando alla Guardia Costiera un ruolo passivo mentre l'IDF completava l'assalto, i sequestri e la deportazione degli attivisti.
Il paradosso delle quattro miglia
Ma se la diplomazia si muove su binari ambigui, la geografia possiede leggi che non ammettono interpretazioni. Ed è proprio la rigidità delle mappe a smentire la linea difensiva tracciata dal governo davanti al Parlamento. In quelle ore, il titolare degli Esteri ha tentato di sollevare Atene da ogni responsabilità sostenendo che l'abbordaggio fosse avvenuto in acque internazionali, una "terra di nessuno" dove la giurisdizione ellenica non avrebbe avuto potere di intervento. Le coordinate fornite dalla Flotilla disegnano però una geometria del tutto differente. Venerdì mattina, la "nave-prigione" battente bandiera israeliana, con il suo carico di 178 persone, "si trovava ancorata a sole 4 miglia nautiche dalla costa di Creta, proprio di fronte al porto di Atherinolakkos", spiega Laftsis.
Un dettaglio che cambia la natura ontologica dei fatti: secondo il diritto internazionale, entro il limite delle 12 miglia lo Stato costiero esercita la sua piena e assoluta sovranità. In quel tratto di mare, la Grecia non è quindi un ospite impotente, ma la padrona di casa. "La Guardia Costiera greca avrebbe agito come un semplice servizio taxi", denuncia Laftsis. Secondo l'attivista, le motovedette di Atene avrebbero fatto la spola tra l'imbarcazione israeliana e la terraferma per sbarcare 176 dei prigionieri sequestrati, accettando però silenziosamente che Thiago e Saif rimanessero a bordo per la deportazione. In quegli stessi istanti, il team legale della Flotilla aveva già presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che ha effettivamente aperto un fascicolo chiedendo alla Grecia di spiegare questo "complesso coordinamento".
"Tra le persone poi trasferite a terra, 36 o 37 erano ferite seriamente. Molti si sono rifiutati di scendere senza Thiago e Saif e per questo sono stati picchiati duramente. Alcuni attivisti hanno denunciato di aver subito abusi sessuali o stupri durante la detenzione sulla nave, mentre altri sono stati feriti dai proiettili di plastica sparati durante l'arrembaggio". Nonostante le grida e i segni evidenti di percosse, nessun ufficiale greco avrebbe osato salire a bordo per interrogare il capitano o chiedere conto della detenzione di cittadini europei in territorio nazionale. Le autorità elleniche avrebbero cioè rinunciato ai propri poteri di polizia marittima, limitandosi a facilitare la logistica di un sequestro e accettando passivamente che Thiago e Saif rimanessero prigionieri per la deportazione. Una consegna silenziosa avvenuta a pochi passi dalle spiagge di Creta.
L'asse del gas e la sovranità barattata
Per comprendere le ragioni di una postura tanto remissiva da parte di Atene, è necessario però allargare lo sguardo oltre la notte dell'assalto alla Flotilla. Negli ultimi quindici anni, il Mediterraneo orientale ha smesso di essere solo uno specchio d'acqua per trasformarsi in un complesso scacchiere dove la Grecia avrebbe progressivamente ricalibrato la sua storica vicinanza alla causa palestinese in favore di un’alleanza strategica con Tel Aviv. Un legame che oggi appare come un intreccio inscindibile di interessi energetici, cooperazione militare e stabilità regionale.
Il punto di svolta risale al 2010: mentre la frattura tra Israele e Turchia si faceva insanabile, Atene intuiva l'occasione geopolitica per proporsi come nuovo partner strategico di Israele nell'area. Attorno ai campi offshore di Leviathan e Tamar è nata così un’intesa energetica tra Grecia, Israele e Cipro volta a ridisegnare gli equilibri del continente. Il progetto EastMed (il gasdotto pensato per portare l’energia israeliana in Europa aggirando Ankara) ne è diventato il simbolo, con l’Italia nel ruolo di terminale occidentale di questo corridoio strategico.
Ma insieme alla diplomazia dell'energia, a consolidarsi è stata soprattutto una muscolatura militare condivisa che ha trasformato la Grecia nel principale poligono straniero dell'aviazione israeliana. Negli ultimi anni, le esercitazioni congiunte (come la massiccia Iniochos, una delle più importanti simulazioni di dogfight e bombardamento tattico nel Mediterraneo) sono diventate un appuntamento fisso. Lo spazio aereo ellenico, con la sua complessa morfologia montuosa, offre all'IDF una risorsa rara: la possibilità di addestrarsi a eludere i sistemi di difesa missilistica S-300 di fabbricazione russa (presenti nell'arsenale greco e in quello dei principali avversari regionali di Israele), simulando attacchi a lungo raggio e missioni di neutralizzazione di obiettivi sensibili. Una cooperazione che ha superato la soglia della semplice cortesia tra alleati: Atene ha affidato a colossi della difesa israeliani, come la Elbit Systems, la gestione di centri di addestramento strategici sul proprio suolo attraverso contratti miliardari, come quello per il polo aeronautico di Kalamata.
È insomma proprio dentro questa cornice di interdipendenza tattica che gli attivisti della Flotilla leggono l'immobilismo di quella notte. La scelta della Guardia Costiera di restare a motori spenti per otto ore, il passaggio della gestione della crisi al Ministero della Difesa e l'assenza di un intervento diretto contro l'abbordaggio israeliano non sarebbero stati frutto di una casualità. Al contrario, rappresenterebbero il riflesso di un equilibrio politico ormai consolidato, in cui Atene eviterebbe accuratamente qualunque collisione con un alleato considerato vitale per la propria sicurezza energetica e militare.
Così, mentre sulle banchine i sopravvissuti sbarcavano portando con sé ferite da proiettili di plastica e i segni di percosse e abusi, nelle cancellerie il governo israeliano ringraziava pubblicamente la Grecia per la ‘collaborazione'. Una formula diplomatica che, alla luce delle otto ore trascorse senza interventi, assume agli occhi degli attivisti un peso diverso. Perché ciò che emerge dal racconto della notte di Creta non sarebbe soltanto la cronaca di un abbordaggio nel Mediterraneo, ma il ritratto di un'Europa attraversata da interessi strategici talmente profondi da rendere il confine tra ambiguità diplomatica e complicità improvvisamente molto più sottile.