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Dopo l’assalto alla Flotilla Italia e UE se la prendono con Israele e non più con i “pacifisti”

Il sequestro della Global Sumud Flotilla a Creta costringe l’UE a richiamare Israele al rispetto del diritto marittimo e Meloni a una nuova brusca inversione di rotta politica. Tra la propaganda israeliana e il fallimento dei canali ufficiali, ecco cosa è cambiato a distanza di un anno.
A cura di Francesca Moriero
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A circa 960 chilometri dalle coste di Gaza, in acque internazionali a ovest di Creta, le motovedette della Marina israeliana intercettano e sequestrano decine di imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. Non siamo vicini al blocco navale illegale che Tel Aviv impone a Gaza, ma in piena zona SAR greca, ovvero un'area dove la competenza legale e il soccorso spettano ad Atene. 175 attivisti e giornalisti sequestrati, tra cui 23 italiani. Le immagini che rimbalzano sui social mostrano gli equipaggi a mani alzate mentre i soldati delle IDF salgono a bordo con le armi spianate. Ma a colpire, questa volta, non è soltanto la forza militare esercitata illegalmente a ridosso dell'Europa; a lasciare sbalorditi è il drastico cambio di postura del nostro, di governo. Quella che oggi viene denunciata come un'aggressione alla sovranità internazionale, fino a pochi mesi fa è stata infatti trattata quasi come una "provocazione" da stigmatizzare, una "rissa di quartiere" da evitare a ogni costo.

Il ribaltamento di Giorgia: dal fastidio alla condanna

Quando la Flotilla partì per la sua prima missione, il Governo Meloni reagì con un fastidio mal celato. Rispondendo a una lettera di Elly Schlein (che chiedeva protezione per gli italiani e i parlamentari a bordo) la premier definì la missione "gratuita, imprudente e irresponsabile". Suggerì che i partecipanti cercassero solo una "finalità simbolica o politica" esponendosi a rischi inutili: "Non c'è bisogno di infilarsi in un teatro di guerra per consegnare aiuti che il governo italiano avrebbe potuto consegnare in poche ore", aggiunse. Allora, Palazzo Chigi fece, sostanzialmente, il "minimo sindacale": nessuna condanna esplicita per le intercettazioni e un rifiuto categorico persino di pagare il volo di rientro per i connazionali fermati. Una linea condivisa da tutta la maggioranza: Matteo Salvini parlò di missioni che nascondevano una "caccia all'ebreo", Antonio Tajani si limitò alla fredda assistenza consolare ribadendo che gli aiuti "seri" passavano solo dai canali ufficiali, e Guido Crosetto puntò il dito contro gli organizzatori colpevoli di "mettere a repentaglio vite umane". L'Unione Europea dichiarò gelidamente che la protezione consolare spettava "agli Stati di appartenenza", rifiutando ogni parola di condanna verso Israele nonostante il sequestro illegale.

Oggi le cose appaiono diverse. In una nota ufficiale rilasciata dopo un vertice d'urgenza Palazzo Chigi ha usato termini inequivocabili: il Governo "condanna il sequestro" e chiede a Israele "l'immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati". Un'inversione di rotta che risente forse dell'isolamento politico di Giorgia Meloni e del suo cambio di paradigma in politica estera: l'effetto della sconfitta al referendum sulla Giustizia, la caduta di Orbán in Ungheria e il logoramento dell'asse MAGA-Trump hanno probabilmente spinto la premier a una postura più "europeista".

Certo, una condanna ancora profondamente monca: dalle opposizioni, infatti, si fa notare come non vi sia alcuna traccia di una convocazione dell'ambasciatore, né si accenni a una revisione degli accordi bilaterali. Una nuova fermezza verbale che insomma, per ora, non sembra ancora tradursi in alcuna pressione diplomatica concreta. Una virata che ha costretto però anche Bruxelles a esporsi: il portavoce della Commissione, Anouar El Anouni, ha richiamato Israele al rispetto del diritto marittimo e della libertà di navigazione, definendola un principio che "deve essere rispettato". L'Europa continua però a muoversi con estrema cautela: se da un lato ha bacchettato Tel Aviv sulla legalità internazionale, dall'altro ha continuato a "sconsigliare" l'iniziativa della Flotilla, scaricando ancora una volta la responsabilità della sicurezza dei partecipanti sui governi nazionali.

Israele: lo stesso copione

Nel frattempo, mentre Meloni prova a cambiare passo, e con lei l'Europa, Israele sembra l'unico attore a non voler aggiornare il copione, se non nell'intensità della forza. L'unica differenza è che se nel 2025 le forze navali israeliane hanno intercettato la Flotilla a una distanza compresa tra le 70 e le 150 miglia nautiche dalla costa di Gaza, questa volta il rapimento dell'equipaggio è avvenuto, sempre in acque internazionali, ma al largo della Grecia, nel cuore del Mediterraneo. Un cambio di coordinate geografiche che ha imposto anche una diversa gestione dei prigionieri. Nel 2025, infatti, i volontari furono condotti a forza nel porto di Ashdod e rinchiusi per giorni nelle carceri israeliane; un trattamento su cui oggi la Procura di Roma ha deciso di fare luce, aprendo un'indagine formale che ipotizza il reato di tortura per quanto subito dai 36 attivisti italiani durante quella detenzione. Questa volta, invece, Tel Aviv ha annunciato che i partecipanti al convoglio saranno sbarcati direttamente sulle coste greche: una scelta dettata probabilmente dalla posizione dell'abbordaggio, appunto, avvenuto troppo lontano dalle acque territoriali israeliane per giustificare un nuovo trasferimento coatto in cella senza scatenare un incidente diplomatico definitivo con l'Europa.

Il copione della propaganda israeliana, però, è rimasto tale e quale al 2025: il portavoce della polizia Dean Elsdunne e il ministero della Difesa sono tornati a battere sui "carichi fantasma", giurando che a bordo ci fossero solo "droga e preservativi". Peccato che sia la stessa tesi già smontata da Fanpage.it l'8 ottobre 2025, quando avevamo visionato le bolle di carico della missione, tra cui le 40 tonnellate raccolte da Music for Peace. Resta invece identica la figura di Ben-Gvir, che, a distanza di un anno, continua a definire il rilascio degli attivisti "un messaggio di debolezza", proiettando ai sequestrati, come di consueto, il "video dell'orrore" del 7 ottobre come tortura psicologica.

Netanyahu, dal canto suo, continua a deridere gli europei dicendo che "continueranno a vedere Gaza su YouTube", convinto che, passata la sfuriata di facciata, il sistema di impunità rimarrà, ancora una volta, intatto.

Il labirinto dei valichi

Quest'anno, però, a dar manforte alla narrazione israeliana, si è aggiunto il Board of Peace, che via social ha bollato la Flotilla come "attivismo performativo", sostenendo che l'unico aiuto legittimo sia quello che passa dai canali ufficiali. Ma è proprio qui che la retorica si scontra con la realtà del blocco. Mentre Israele e i governi occidentali invitano la società civile a fidarsi delle vie istituzionali, il campo racconta una storia di restrizioni assurde e schedature vessatorie.

Prima del genocidio nella Striscia entravano 500 camion al giorno; oggi la media è crollata, lasciando due milioni di persone in una carestia indotta. Il caso di Music for Peace è emblematico: oltre 240 tonnellate di aiuti italiani (cibo e medicinali per 700mila euro) bloccate da mesi tra la Giordania e i valichi. Mentre il governo italiano vanta il successo di "Food for Gaza", le autorità israeliane (COGAT) negano il transito a beni come miele, marmellata e biscotti perché "troppo energetici". L'ultima crudeltà? Il divieto di far passare perfino le felpe per i bambini. Questo è il "sistema ufficiale" che dovrebbe sostituire la Flotilla: un labirinto burocratico dove gli aiuti marciscono nei magazzini mentre a pochi chilometri di distanza si muore di fame.

Ed è proprio qui che la missione civile ritrova il suo senso: la Flotilla non ha la pretesa di sfamare l'intera Striscia con le sue stive, ma punta a squarciare il velo su questo meccanismo di isolamento. Un carico che, puramente simbolico nei numeri ma enorme nel valore politico, serve a portare luce su un assedio che anche i canali ufficiali, nel loro silenzio, contribuiscono a rendere invisibile.

Il cambio di rotta

Il vero nodo ora resta il cambio di passo della Presidente del Consiglio: un'inversione di rotta che oggi cerca di rincorrere l'indignazione pubblica e di sanare anni di silenzi, ma che senza atti diplomatici concreti rischia di restare l'ennesima operazione d'immagine. Resta da capire se questa condanna sia l'inizio di una reale autonomia politica o solo l'ultimo tentativo di una premier che, stretta tra sconfitte interne e isolamento internazionale, ha scoperto quanto possa costare caro, in termini di sovranità, aver garantito per troppo tempo l'impunità altrui.

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