
175 attivisti rapiti da Israele, ancora una volta. Fra loro 24 italiani. Me le ricordo tutte le emozioni di quando accadde a noi, durante la prima Global Sumud Flotilla. Ero sulla barca Karma, una delle ultime a essere intercettata. Arrivammo a 34 miglia dalle coste di Gaza, ci avvicinammo più di tutti ma ci presero lo stesso.
Ti senti impotente, scemo ad essere arrivato fino a lì per niente. Ci rubarono gli aiuti umanitari, i cellulari, i computer, perfino le scarpe. Non era stata una crociera, anche se gli amici dell'esercito israeliano ci accusavano proprio di quello. Poi pensi ai milioni di persone che in tutto il mondo scendono in piazza, ascoltano, prendono consapevolezza, chiedono le stesse cose che chiedi anche tu, e lì capisci che quelle persone su quelle barche, noi e loro – ieri e oggi – siamo tutto fuorché impotenti o scemi. Utopici sì, come la strada di Eduardo Galeano. Per questo anche la seconda Global Sumud Flotilla ha spiegato le vele: perché non si finisce mai di provarci, se ci si crede davvero. Come quel paese in cui una donna piantava fiori nell'aiuola tutti i giorni, e tutti i giorni qualcuno glieli strappava. E lei cosa faceva? Li ripiantava, ogni giorno, senza perdere la voglia di colorare l'aiuola e il mondo.
Mi ricordo la paura di quei giorni, praticamente inesistente. Suona male ma è così: eravamo felici per quello che stavamo facendo, ci bastava quello. Ricordo invece la tensione dei giorni prima, le attese prima di ripartire dopo il bombardamento dei droni, il cambio dei capitani, le bombe sonore, e poi l'impotenza durante i giorni di prigionia. Quella sì, davvero fastidiosa. E ancora la privazione del sonno, la privazione dell'acqua potabile, la consapevolezza di essere in mezzo alla storia anche se non si è riusciti a cambiarla davvero. Non quella volta, e forse non questa. Ma continueremo a piantare fiori anche quando loro continueranno a strapparli.
Quello che accade alle persone attiviste non è niente in confronto a quello che accade al popolo palestinese, ovvio, ma di quelle ovvietà che vale la pena sottolineare ancora una volta. Ma infatti sia chiaro: non siamo qui a fare i confronti, non è una gara, è una lotta politica contro un genocidio e contro l'idea che la guerra possa essere un'opzione.
Da ieri sera guardo le chat, aggiorno le pagine, Francesco Delli Santi è uno dei comandanti di barca in questo momento nelle mani dell'esercito israeliano. Francesco Delli Santi fa parte dello stesso progetto TOM – Tutti gli Occhi sul Mediterraneo, di cui faccio parte io. Lo stesso progetto della barca Karma, quella dove stavo io e che l'esercito israeliano non ci ha più restituito. Rubata. Sottratta. Probabilmente rivenduta, con il suo carico umano e umanitario.
Non può piovere per sempre, dice un celebre film. Io non lo so, a me sembra che stia piovigginando fitto da tanti anni, e negli ultimi tempi in particolare. Quello che so è che la voglia di "tirare i remi in barca" non sappiamo neanche cosa sia. E so che non smetteremo di provarci, mai.
Un pensiero alle attiviste e agli attivisti in questo momento in mano all'IDF, che siano liberati senza torcere loro un capello. E un pensiero a chi, proprio in questo momento, sta continuando a navigare sicuramente con un pensiero addosso: le parole e le idee possono ancora cambiare il mondo.