L’accordo sul Recovery Fund è stato celebrato più o meno con la stessa enfasi da tutte le forze che compongono la maggioranza di governo, oltre che da Forza Italia e dalla pattuglia di “responsabili” già pronta a mobilitarsi e saltare sul carro contiano in caso di necessità. Dietro le dichiarazioni di facciata e le pacche sulle spalle, però, ci sono preoccupazioni trasversali e riflessioni tutt’altro che banali all’interno dei vertici dei principali azionisti del governo guidato da Conte. La UE non ha soltanto messo a disposizione del nostro Paese un consistente pacchetto di aiuti e prestiti, ma ha consegnato nelle mani di Giuseppe Conte la chiave dell’intero piano di ripartenza post Covid-19. L’intera operazione, per dirla in altro modo, ha come garante il Presidente del Consiglio, peraltro già sostenuto e supportato dal Quirinale come mai prima d’ora.

E Conte sta agendo di conseguenza, consapevole di avere davanti una prateria e di poter utilizzare il nuovo contesto per piegare quando e se necessario le resistenze di PD e M5s. La prima fuga in avanti l’ha già fatta nel corso della sua informativa in Parlamento sugli esiti del Consiglio Europeo, quando ha anticipato che la base di partenza per la gestione dei fondi in arrivo dalla UE potrebbe essere il lavoro fatto a Villa Pamphilj agli Stati Generali dell'Economia. Una ipotesi che ha spiazzato sia quell'area della maggioranza che si era tenuta lontana dai lavori del mese scorso, sia il grosso delle truppe parlamentari governative. Gli Stati Generali dell'Economia, in effetti, sono stati la prima vera kermesse contiana e nei giorni di lavoro a Villa Pamphilj il premier ha rafforzato la sua rete di relazione con i comparti produttivi, le parti sociali e i rappresentanti dei settori più colpiti dalla crisi da Covid-19 (non sfuggirà che la scelta di una location istituzionale rimandava proprio all'idea di un appuntamento "ufficiale" della Presidenza del Consiglio). L'appuntamento era stato fortemente contestato da parte dell'opposizione, mentre i partiti della maggioranza si erano limitati a una timida adesione. Finché si tratta di chiacchiere e progetti, che problema c'è, si saranno detti gli azionisti del Conte bis; il punto è che ora i soldi stanno arrivando e orientare le scelte fa tutta la differenza del mondo.

Anche per questo, l'ipotesi di una task force per la gestione degli aiuti europei (lo spin degli ultimi giorni ora ruota intorno alla definizione "pool di esperti", dopo la bulimia di task force della fase di lockdown) ha destato malumori soprattutto all'interno della maggioranza: il timore è che Conte possa imporre i "suoi" e monopolizzare scelte e decisioni. E così sul tavolo è giunta l'idea della Commissione bicamerale (l'appoggio di Forza Italia, che ha presentato una mozione, è certo, meno quello di Lega e Fdi), anche come reazione a quel decisionismo contiano che negli ultimi mesi ha lasciato al Parlamento solo il ruolo di comparsa, come evidenziato anche dai toni non proprio distesi di Fico e di Casellati, costretti a ribadire l'ovvio sul MES (altra partita centrale, al di là della cautela di Palazzo Chigi). Come alternativa, una non meglio precisata "cabina di regia parlamentare", che presupporrebbe un'indicazione a monte rispetto a provvedimenti dell'esecutivo, probabilmente

Strada stretta, lo sanno un po' tutti, sia perché si tratta di materia che rientra principalmente nelle competenze del governo, sia perché il lavoro di una Commissione rischia di non conciliarsi con le tempistiche rapide con le quali l'esecutivo intende utilizzare le risorse europee. Ma soprattutto per ciò che dicevamo all'inizio: quella degli aiuti e dei prestiti UE è una partita che Conte vuole gestire in autonomia o quasi (c'è un asse molto forte con alcuni ministri, non è un mistero), supportato dalla UE e dal Quirinale. Un muro insormontabile per tutti gli altri.