Da quasi trent’anni ormai, non c’è passaggio pericoloso che l’Italia non affronta senza ricorrere a un governo tecnico. È successo con Ciampi nel 1993 in piena Tangentopoli e con la Lira in balia degli speculatori. È successo con Monti nel 2011, con i titoli di Stato sotto attacco e con lo spread oltre i cinquecento punti base. Succede oggi, nel 2021 con Mario Draghi convocato da Sergio Mattarella per formare un governo di emergenza nel pieno di una pandemia globale.

Sembra tutto uguale, anche se è tutto diverso. Questa volta non c’è una classe politica sotto l’attacco della magistratura, tanto per cominciare. E non c’è nemmeno una tempesta finanziaria che aleggia sopra le nostre teste, visto che lo spread se la dorme attorno ai 100 punti base, grazie alla Banca Centrale Europea che compra il nostro debito pubblico che altrimenti sarebbe (quasi) spazzatura finanziaria. Soprattutto – miracolo – per ora non c’è niente da tagliare.

Di quello, forse, se ne occuperà il governo che uscirà dalle urne nel 2023. Per ora c’è da spendere 209 miliardi generosamente offerti – pure quelli – dall’Unione Europea, un gigantesco aiuto alla ripresa per il quale avremmo già dovuto produrre piani esecutivi che sono rimasti al palo a causa dell’inazione dell’attuale della ormai ex maggioranza che sosteneva il governo Conte e della crisi che ne è scaturita.

Questo governo, dicevamo, ha il poco ingrato compito di spendere. E se tanto ci da tanto, è dura che i partiti – in particolare quelli come il Movimento Cinque Stelle e Forza Italia, che in caso di ritorno alle urne uscirebbero meno che dimezzati – rinuncino alla tentazione di indirizzare quei soldi verso le loro battaglie programmatiche, o più prosaicamente verso i gruppi di interesse che li sostengono, nonostante tutte le smentite di rito di queste ore. Prepariamoci a vedere tripli salti carpiati, nei prossimi giorni.

La mossa di Mattarella si fonda su questa duplice, democristiana, certezza: che nessun parlamentare che sa di non essere rieletto vuole andare alle urne prima del tempo. E che nessun partito vuole guardare gli altri mentre spendono una quantità di soldi che non si vede dai tempi del piano Marshall. Mattarella sa anche che Forza Italia e il Movimento Cinque Stelle tutto vogliono fuorché andare a votare con questa legge elettorale, e che chi si candida a governare domani – ogni riferimento a Salvini e Meloni non è casuale – non può, alla prova dei fatti, dimostrare irresponsabilità in un passaggio tanto delicato. Tanto per essere chiari, dall’altra parte dell’oceano non c’è più Donald Trump.

Questa crisi, tuttavia, ci ha insegnato a essere prudenti, e di non confidare troppo nella razionalità delle decisioni. A suffragare questa eventualità, i primi distinguo che arrivano dalla pancia dei Cinque Stelle, da Di Battista e Toninelli, e il niet ufficiale di Vito Crimi, cui fa da contraltare il (per ora) rumorosissimo silenzio di Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Beppe Grillo, gli unici che possono riuscire nell’impresa di tenere il Movimento unito di fronte a questa terza difficilissima giravolta, in nemmeno tre anni di legislatura.

Lo stesso vale per Forza Italia e per la coalizione di centrodestra, molto meno coesa di quanto sembri, che potrebbe decidere di far saltare il banco per puntare alle elezioni in tempi brevissimi, oppure intestarsi per intero l’operazione Draghi, chiedendo in cambio – come già ha fatto Matteo Salvini – un robusto taglio delle tasse, l’assicurazione che quota 100 non sia toccata e una legge elettorale simile a quella attuale, che sembra disegnata su misura per far vincere la coalizione di centrodestra.

Molto delicata, infine, è la situazione per il Partito Democratico, che potrebbe trovarsi nell’ardua situazione di sostenere – per senso di responsabilità e per fedeltà a Mattarella – un governo assieme a Lega e Forza Italia, con i Cinque Stelle unici oppositori, cosa che rischierebbe di compromettere qualsiasi futuribile ipotesi di alleanza strutturale nel prossimo futuro. Cosa che renderebbe molto felice Matteo Renzi, e chi, all’interno del Pd la pensa ancora come lui.

Là fuori, non bastasse, c’è lo spread che incombe. Ieri, all’annuncio di Draghi, il differenziale tra i Btp italiani e i Bund tedeschi è sceso a 107 punti base, e sembra non destare alcuna preoccupazione. Tuttavia, il rischio che schizzi verso l’alto, dovesse fallire il tentativo dell’ex presidente della Bce, è più che concreto. A quel punto, la crisi politica italiana diventerebbe materiale incendiario. Questo Mattarella lo sa. E probabilmente è su questo che farà leva, per convincere gli scettici.