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Guerra tra Iran, Usa e Israele

I nuovi colloqui di Islamabad sono l’ultima possibilità per evitare che la guerra tra USA e Iran ricominci

I negoziati di Islamabad, di cui a giorni ci dovrebbe essere il secondo round, sono l’ultima occasione per arrivare a una soluzione diplomatica dello storico conflitto tra USA e Iran: se dovessero portare a un nuovo nulla di fatto il ritorno della guerra sarebbe dietro l’angolo, insieme alle conseguenze devastanti per l’economia globale e alle perdite inaccettabili di vite umane.
A cura di Giuseppe Acconcia
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Si avvicina la fine della tregua di due settimane, avviata lo scorso 8 aprile, tra Stati Uniti e Iran. Entro giovedì 23 aprile è possibile che ci sia un accordo, un’estensione del cessate il fuoco oppure il ritorno alla guerra, se le posizioni dei due paesi dovessero apparire inconciliabili, prima di un eventuale secondo round negoziale a Islamabad in Pakistan. Con una serie di messaggi sul social Truth, il presidente USA Donald Trump ha mantenuto in vigore il blocco navale sullo Stretto di Hormuz assicurando che Teheran avesse accettato di consegnare le sue scorte di uranio arricchito, prima della smentita iraniana.

La tregua in Libano di dieci giorni, avviata lo scorso 16 aprile, e la temporanea riapertura di Hormuz da parte iraniana, hanno fatto sperare che ci fossero le condizioni per una seconda serie di colloqui tra USA e Iran, a partire dalla bozza in dieci punti, presentata da Teheran, e dalla controproposta americana, in queste ore in esame da parte iraniana. Tuttavia, il blocco di Hormuz, voluto dagli Stati Uniti, da una parte, e le reiterate minacce di Trump di distruggere le infrastrutture energetiche iraniane se non accetterà i termini dell’intesa di Washington, hanno messo seriamente in discussione la partecipazione della delegazione iraniana ai prossimi negoziati in Pakistan.

L’Iran contro le minacce di Trump

Le autorità iraniane hanno avvertito che gli sforzi diplomatici potrebbero essere una trappola, come nei due precedenti round in Oman negli anni scorsi, che invece hanno aperto la strada agli attacchi di USA e Israele in Iran. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha ripetuto che la “guerra non è nell’interesse di nessuno” pur denunciando le “provocazioni” e le “violazioni degli impegni” da parte degli Stati Uniti. “Gli USA non perseguono seriamente la soluzione diplomatica”, ha spiegato anche il viceministro degli Esteri, Esmail Baghaei. Le autorità iraniane temono che le violazioni del cessate il fuoco in Libano, inclusa l’uccisione di un militare francese della missione Unifil, il blocco navale di Hormuz, l’invio di ulteriori 10mila marines e soldati Usa nel Golfo nascondano un nuovo attacco a sorpresa di Washington e Tel Aviv in Iran. Non solo, Baghaei ha definito i raid di Usa e Israele contro l’Iran come “crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

L’exit strategy di Trump

Se Trump vuole un’uscita veloce da una guerra molto costosa e diffusamente impopolare negli Stati Uniti, gli iraniani non vogliono che l’accordo con Washington rappresenti una resa. Tuttavia, a quasi due mesi dallo scoppio del conflitto anche le autorità iraniane vorrebbero la fine di una guerra che ha distrutto parte delle infrastrutture del paese, insieme alla fine delle sanzioni internazionali, per pagare i costi miliardari (oltre 270 miliardi di dollari, secondo fonti locali) della ricostruzione. Ma le capacità militari di Teheran, tra droni e missili, consentirebbero all’esercito iraniano di continuare a combattere per mesi. D’altra parte, molti iraniani hanno salutato con favore il superamento delle posizioni completamente contrarie al dialogo con gli Stati Uniti dell’ex guida suprema, Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti, che di fatto ha portato alla guerra, e vedono invece di buon occhio l’approccio più aperto al negoziato della nuova generazione di militari al potere.

Lo scontro nello Stretto di Hormuz

Le tensioni nello Stretto di Hormuz restano critiche. Il controllo sullo Stretto è diventato il punto centrale dei negoziati tra Stati Uniti e Iran più del nucleare. I primi hanno diffuso un video del sequestro del cargo iraniano M/V Touska che cercava di sfidare il blocco navale di Washington, in violazione del cessate il fuoco. Sempre gli USA hanno fatto sapere di aver rimandato indietro 23 navi dall’avvio del blocco navale, lo scorso 13 aprile. Dal canto loro, due navi iraniane hanno colpito una nave cisterna nello Stretto, secondo la UK Maritime Trade Operations (Ukmto). Lo stesso è accaduto con una nave container nella costa Nord-Orientale dell’Oman. Sorte simile è toccata a due mercantili indiani, colpiti mentre cercavano di attraversare lo Stretto.

Cosa succede a Hormuz

Lo Stretto strategico, dove passa il 20% del traffico petrolifero e del gas mondiale, è bloccato. L’Iran, pochi giorni dopo l’inizio della guerra lo scorso 28 febbraio, ha permesso solo alle navi dei paesi alleati, tra cui Cina, Bangladesh, Pakistan, Spagna e Turchia, di passare per lo Stretto, impedendo il passaggio alle navi di Stati Uniti, Israele e dei loro alleati. Con l’imposizione del blocco Usa, dopo il fallimento del primo round negoziale a Islamabad, considerato di per sé una violazione del cessate il fuoco da parte iraniana, il traffico a Hormuz è diventato ancora più complesso. Le navi non possono raggiungere i porti iraniani lungo lo Stretto ma solo i porti degli altri paesi che si affacciano su Hormuz. Entrambi i provvedimenti sono illegali e violano il diritto internazionale perché interferiscono sul traffico marittimo in acque condivise con tutti gli altri paesi che si affacciano sul Golfo Persico.

Gli effetti della chiusura dello Stretto

E così, se prima dello scoppio della guerra per Hormuz passavano almeno 140-170 navi al giorno, dopo l’imposizione del blocco iraniano solo 14-15 navi al giorno sono passate mediamente per lo Stretto. L’annunciata riapertura di Hormuz, dopo l’avvio della tregua in Libano, non ha avuto effetti significativi sulla navigazione a causa della conseguente decisione, poche ore dopo, di richiudere lo Stretto, per il mantenimento del blocco USA. E così gli effetti devastanti sull’economia globale sono stati causati dalla perdita di almeno 10 milioni di barili di petrolio al giorno, dall’inizio della guerra, rispetto ai consueti livelli di esportazione (il 90% del petrolio iraniano passa per Hormuz), insieme alla carenza di molti altri materiali, come alluminio, elio e fertilizzanti. E così le ripetute chiusure di Hormuz continuano a portare il prezzo del petrolio vicino e oltre i 100 dollari al barile.

Una missione europea per Hormuz

Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia e altri paesi europei hanno discusso la scorsa settimana la possibilità di avviare una “missione difensiva” di paesi non coinvolti nel conflitto per favorire la “libera circolazione” nello Stretto, fornendo anche un contributo allo sminamento delle acque di Hormuz. Le autorità iraniane considerano una missione di questo tipo come un sostegno indiretto alla guerra di Stati Uniti e Israele. La libera circolazione dello Stretto è di per sé messa in discussione dall’eventualità di imporre un pedaggio per le navi che passano per Hormuz, voluto dall’esercito iraniano, producendo di fatto una nazionalizzazione dello Stretto con l’avvio di un protocollo di intesa tra Iran e Oman.

Il grande gioco delle potenze mondiali

E così se molti paesi europei, tra cui la Spagna, si sono detti contrari alla guerra di Stati Uniti e Israele in Iran, l’Unione europea non ha assunto una posizione nettamente contraria al conflitto. Anche i paesi del Golfo hanno preso posizioni in alcuni casi favorevoli alla continuazione della guerra per compiacere gli interessi USA, in altri contrarie al conflitto che sta danneggiando non poco l’economia e le infrastrutture regionali. Lo stesso vale per Russia e Cina, coinvolte nei negoziati. I due paesi a più riprese sono stati accusati di fornire intelligence e armamenti a Teheran per poi negare pubblicamente qualsiasi fornitura. Anche il Pakistan, centrale nei negoziati, vuole cancellare le immagini dei suoi attacchi in Afghanistan dei giorni precedenti all’avvio del conflitto, con questo rinnovato impegno diplomatico sulla scena mondiale. E così, come al solito negli ultimi secoli, l’Iran si trova coinvolto in un “grande gioco” in cui le potenze globali cercano di manipolare il conflitto a loro vantaggio e a discapito degli interessi nazionali del paese.

La questione delle riserve di uranio arricchito

Una delle altre questioni aperte è quale sarà la sorte dei 440kg di uranio arricchito al 60% presenti nel paese, spesso sotto le macerie dei siti attaccati nei bombardamenti. Secondo il ministero degli Esteri di Teheran, l'ipotesi di un trasferimento delle riserve nucleari iraniane “non è mai stato sul tavolo dei negoziati” con gli Stati Uniti. Trump aveva parlato di una bozza di intesa per il trasferimento dell’uranio arricchito iraniano negli USA. Nei precedenti negoziati si era discusso di un possibile trasferimento dell’uranio in Russia ma anche di una sospensione a tempo indeterminato, per venti o per cinque anni di tutte le attività di arricchimento dell’uranio da parte iraniana, in cambio di venti miliardi di dollari da usare per la ricostruzione.

Restano ampie opacità nelle informazioni sulla guerra diffuse sia da parte iraniana, dove è impossibile anche fotografare i danni causati dai bombardamenti USA, sia da parte americana, per esempio sulle circostanze del presunto salvataggio di un soldato statunitense catturato in Iran. E a pagarne le conseguenze sono come sempre gli iraniani, con l’inasprimento della repressione interna e l’esecuzione di altre due condanne a morte accusate di appartenere a una “rete di spionaggio legata a Israele”. I negoziati di Islamabad, sempre più in salita, sono l’ultima occasione per arrivare a una soluzione diplomatica dello storico conflitto tra USA e Iran: se dovessero portare a un nulla di fatto il ritorno della guerra sarebbe dietro l’angolo, insieme alle conseguenze devastanti per l’economia globale e alle perdite inaccettabili di vite umane, 5mila fino a questo momento, tra tutti i paesi coinvolti.

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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente. Insegna Stato e Società in Nord Africa e Medio Oriente all’Università di Milano e Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze politiche all’Università di Londra (Goldsmiths), è autore tra gli altri de “Taccuino arabo” (Bordeaux, 2022), “Le primavere arabe” (Routledge, 2022), Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), Il grande Iran (Padova University Press, 2018).
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