
Donald Trump ha annunciato l’estensione del cessate il fuoco di due settimane, entrato in vigore lo scorso 8 aprile, nella guerra contro l’Iran. Il presidente USA, che aveva minacciato di bombardare di nuovo Teheran se non avesse accettato la bozza di accordo degli Stati Uniti, non ha posto una nuova scadenza dando ai negoziatori iraniani il tempo necessario per definire un piano di pace unitario. Trump ha sostenuto che la richiesta di estendere la tregua è arrivata dai negoziatori pachistani, inclusi il capo delle forze armate di Islamabad, Asim Munir, e il premier, Shehbaz Sharif. La decisione è stata annunciata dopo un’intensa giornata di contatti diplomatici in cui la delegazione di Teheran ha fatto sapere che non avrebbe partecipato al secondo round negoziale nella capitale del Pakistan determinando la cancellazione anche della missione del vicepresidente USA, JD Vance. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha salutato positivamente la decisione di proseguire con la tregua parlando di “un passo importante verso la descalation e la creazione di uno spazio cruciale per la diplomazia”.
Le divisioni tra falchi e colombe
Il fronte iraniano è estremamente diviso sulla partecipazione ai colloqui in Pakistan, sulla possibilità di raggiungere un’intesa con Trump e sull’eventualità di un ritorno al conflitto. Il fronte dei contrari è guidato da Saeed Jalili, membro del Consiglio di Sicurezza nazionale, accompagnato dal parlamentare ultraconservatore, Amirhossein Sabeti, e dalla guida delle Guardie rivoluzionarie (IRGC), Ahmad Vahidi. Anche la guida del sistema giudiziario, tra i responsabili della repressione in corso nel paese, Mohseni Ejei, si è detto favorevole alla ripresa del conflitto. Non solo, i movimenti antiregime risultano divisi. Se le opposizioni all’interno dell’Iran sono contrarie alla continuazione della guerra, una parte della diaspora all’estero vedrebbe di buon occhio una ripresa dei bombardamenti.
Il fronte dell’accordo
Tuttavia, molti politici iraniani si sono espressi a favore di una posizione più dialogante con gli Stati Uniti. La stessa guida suprema, Mojtaba Khamenei, ferito e mai apparso in pubblico dopo la sua nomina, avrebbe dato il suo assenso alla partecipazione ai colloqui della delegazione iraniana. E se la prima reazione di Teheran alla notizia dell’estensione di una tregua è stata molto critica, “una trappola per un attacco a sorpresa”, il capo negoziatore, Mohammad Qalibaf ha accolto favorevolmente la decisione di Trump.
Il politico conservatore e guida del parlamento iraniano è tra le figure che più si è dimostrata favorevole al negoziato in questa fase, insieme al ministro degli Esteri, Abbas Araghchi e al presidente moderato, Masoud Pezeshkian. Questi politici hanno però avvertito che i toni aggressivi di Trump, che di nuovo si è autoproclamato vincitore e ha minacciato di distruggere il paese alla vigilia dei colloqui, non aiutano a costruire la fiducia necessaria per arrivare a un accordo. “Non accettiamo negoziati sotto minaccia”, aveva fatto sapere Qalibaf.
Un regime militare
Se Trump continua a parlare di un “cambiamento di regime” a Teheran dopo gli attacchi del 28 febbraio, l’Iran appare sempre più radicalizzato su posizioni aggressive avallate dai militari. L’esercito iraniano sta sostenendo sempre più favorevolmente la continuazione del conflitto con gli USA puntando sulle capacità militari, ancora significative del paese, e su una guerra di logoramento che potrebbe durare a lungo, rispetto a molti altri politici iraniani che sono più propensi al dialogo. “Le nostre potenti forze armate terranno il dito sul grilletto in caso di aggressione o azione contro l'Iran”, ha fatto sapere il portavoce dei pasdaran, Ebrahim Zolfaghari. “In caso di aggressione, le forze iraniane impartiranno un’altra lezione agli aggressivi Stati Uniti”, ha aggiunto.
La soluzione del non accordo
Tra le possibilità che avanzano sempre più chiaramente con l’avvio della tregua, c’è quella che prevede la fine permanente della guerra, nonostante l’assenza di un’intesa tra Iran e Stati Uniti. Se dovesse essere questo il risultato, la posizione iraniana risulterebbe rafforzata rispetto alla vigilia del conflitto rendendo troppo costoso il ritorno della guerra per gli USA e l’economia globale. In questo caso Israele avrebbe ottenuto il suo obiettivo di indebolire militarmente l’Iran ma gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto lo scopo di costringere le autorità iraniane a un accordo sul nucleare: obiettivo che ha più volte dichiarato lo stesso Trump.
Il nodo di Hormuz
Eppure, la guerra non potrà considerarsi davvero conclusa fin quando non sarà tornata la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Se l’Iran non ha partecipato ai colloqui di Islamabad vuol dire che con ogni probabilità ritiene di poter superare il blocco navale imposto dagli USA permettendo alle sue navi di continuare, almeno in parte, a esportare il petrolio iraniano. L’Iran esporta il 90% del suo petrolio attraverso lo Stretto. Per questo, il blocco navale imposto dagli USA rischia di mettere davvero in ginocchio l’economia del paese. Il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent, ha avvertito che se il blocco continuerà, “i depositi dell’isola di Kharg (l’hub delle esportazioni iraniane già colpita dagli USA, ndr) saranno pieni e i terminal petroliferi iraniani chiuderanno”.
Le accuse iraniane
Per questo motivo, la nuova precondizione per riprendere il negoziato da parte iraniana è la fine del blocco navale USA su Hormuz. Per Teheran l’imposizione del blocco è stata di per sé una violazione del cessate il fuoco, come confermato dall’ambasciatore iraniano all’ONU, Amir-Saeid Iravani. “Non appena verrà revocato il blocco, il prossimo ciclo di negoziati si terrà a Islamabad”, ha dichiarato. “Non siamo stati noi a iniziare l’aggressione militare. Se cercano una soluzione politica, siamo pronti. Se cercano la guerra, l’Iran è pronto anche a quella”, ha commentato Iravani.
Il caso Touska
Dopo l’imposizione del blocco, gli USA hanno catturato il cargo iraniano Touska, già inserito nella lista delle navi sotto sanzioni da parte di Washington. In questo caso, il portavoce del ministero degli Esteri in Iran ha parlato di “atto di pirateria e terrorismo di stato”. In una lettera alle Nazioni Unite, l’Iran ha definito “una grave e manifesta violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale” la cattura del cargo. Il blocco dello Stretto di Hormuz da parte iraniana è anch’essa una misura illegale perché interferisce su acque territoriali non solo iraniane, mentre anche gli Stati Uniti hanno accusato Teheran di aver ripetutamente violato il cessate il fuoco.
Il blocco violato
E così proprio sul blocco di Hormuz, da cui passa il 20% del commercio petrolifero e del gas mondiale, da parte statunitense si giocherà il futuro del conflitto. Già tra le 26 e le 34 navi iraniane sarebbero state capaci di bypassare il blocco navale degli USA. E così i toni dei militari iraniani si sono inaspriti non poco su questo punto. Secondo i Pasdaran, “la parte che sta perdendo” non può imporre i suoi termini all’Iran. Quindi i militari iraniani si dicono pronti a rispondere militarmente al blocco navale.
Evidentemente questo determinerebbe un ritorno del conflitto che la maggioranza degli iraniani non vede positivamente dopo la distruzione delle infrastrutture, causata da 40 giorni di bombardamenti di Stati Uniti e Israele, con oltre 5mila vittime in totale. Non solo, l’Iran continua a colpire le navi che passano nello Stretto. È successo anche con due navi, un mercantile e un portacontainer, dopo che queste avevano ignorato ripetuti avvertimenti, come confermato dall’Agenzia britannica per le operazioni marittime (UKMTO). L’attacco ha causato danni significativi alla seconda imbarcazione.
La posizione israeliana
Anche l’esercito israeliano si è detto pronto a continuare il conflitto contro l’Iran. La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha implicazioni regionali significative. Trump ha sostenuto che non è stato Netanyahu a trascinarlo nella guerra ma gli attacchi del 7 ottobre di Hamas contro Israele, confermando di fatto il ruolo di Tel Aviv nel favorire i nuovi raid USA contro l’Iran dopo la guerra dei 12 giorni del giugno 2025.
Anche la tregua in Libano di dieci giorni avrà effetti significativi sulle prospettive di pace. L’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, è stato richiamato a Washington in vista del nuovo round negoziale tra autorità libanesi e israeliane, criticato dal movimento sciita libanese Hezbollah. Teheran aveva richiesto la fine delle ostilità in Libano come precondizione per dare il via libera ai primi colloqui negoziali di Islamabad. D’altra parte, anche le milizie sciite yemenite Houthi hanno fatto sapere che potrebbero riprendere i loro raid contro le navi nel Mar Rosso. Il blocco dello Stretto di Bab el-Mandeb potrebbe ulteriormente complicare la circolazione marittima nel Golfo Persico e nel Mar Arabico.
La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta diventando “la più grande crisi nella storia” nei mercati energetici globali, come confermato da Fatih Birol, a guida dell’Agenzia internazionale dell’Energia (IEA). L’estensione della tregua può essere una buona notizia che porterà USA e Iran su posizioni più ragionevoli per il raggiungimento di un’intesa o almeno alla fine permanente del conflitto. Ma soltanto la piena riapertura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana e statunitense determinerà la fine completa delle ostilità e il ritorno alla normalità.