Siamo più o meno tutti d’accordo sul fatto che la politica possa essere un giochino molto complesso e che ogni semplificazione rischi di essere una banalizzazione. Di “strategismo” però si muore, come hanno ricordato gli eventi degli ultimi mesi (vero, Salvini?), dimostrazione dell'esistenza di una quota sempre più ampia di cittadini e militanti completamente disincantata e stufa dei giochetti.  Che chiede chiarezza e linearità di pensiero, almeno su questioni fondamentali, e che vuole mobilitarsi e contare, non assistere impotente ai balletti della politica.

Ciò che è avvenuto con il voto dei militanti del Movimento 5 Stelle su Rousseau, che hanno respinto con forza la proposta dei vertici di non presentarsi alle prossime Elezioni Regionali in Calabria ed Emilia Romagna, ne è la plastica rappresentazione. E l’esito del voto è chiarissimo: le pause di riflessione non sono mai servite a nulla, è ora di assumersi le proprie responsabilità e non disperdere il lavoro che, nonostante tutto, migliaia di persone hanno fatto e stanno facendo sui territori. Ci sono analisi molto interessanti su quale possa essere la strategia migliore in questo periodo per il Movimento 5 Stelle e per la coalizione di governo (qui la riflessione del vicedirettore Francesco Cancellato), ma c’è anche un dato di fondo, ineludibile: il primo partito italiano per rappresentanza parlamentare, prima forza di governo, formazione che alle politiche ha preso il 43,4% in Calabria e il 27,5% in Emilia Romagna, che vanta decine di gruppi sui territori che portano avanti istanze e proposte, che ha già esperienza all’interno dei consigli regionali, decide di non partecipare alle Elezioni perché “è in difficoltà”, “non è pronto”, “c’è bisogno di preparare al meglio la fase costituente del Movimento”. Esattamente, come pretendiate che reagisca non solo chi ha lavorato anni sul territorio, ma anche quello zoccolo duro che, nonostante errori, difficoltà, problemi e cambi di linea, continua a sostenere il Movimento? Certo, a meno che non vi siano altre e più cogenti ragioni, s’intende: organizzazione territoriale, qualità della classe dirigente locale, sforzo per impedire che Salvini sfondi ovunque, “tutela” della stabilità del governo. Ma né Di Maio né i vertici grillini le hanno mai messe sul tappeto o esplicitate in qualche modo, dunque…

Il voto degli iscritti al Movimento 5 Stelle è invece una buona notizia. Perché testimonia come i militanti possano bloccare l’ennesima operazione verticistica ideata per ragioni che poco hanno a che fare sia con la necessità (impellente davvero) di recuperare una propria identità, sia con la tutela della libertà di azione della truppa di governo. Dopo aver frettolosamente archiviato la strada dell’alleanza con il Partito Democratico (in Umbria vi hanno preso in giro, non ditemi che non vi avevo avvertiti…), la ritirata strategica dalla Calabria e dall’Emilia Romagna sarebbe stata l’ennesima umiliazione per un popolo che già aveva dovuto mandar giù il rospo dei due forni, del governo con chi ci sta, del “rossi o neri va bene lo stesso”. C'è una classe dirigente, nazionale e locale, che vorrebbe nascondersi ed evitare di passare per il responso delle urne: ma questo non è, non è mai stato e non può essere il Movimento. E aprire una fase costituente con una fuga dalle urne non è il viatico migliore per quella riflessione sull'identità che tutti caldeggiano.

Certo, c'è la fondata possibilità che questa decisione spiani la strada a Salvini in Calabria (ormai andata…) e in Emilia Romagna (partita molto complessa, e chi scrive non è convinto che i grillini tolgano voti "solo" a Bonaccini). Ma questa obiezione non è sufficiente, non può giustificare una resa senza condizioni, soprattutto in questo momento. Il punto è che c'è una enorme ipocrisia di fondo con cui tanto i 5 Stelle che il PD dovrebbero fare i conti prima o poi: il senso dell'alleanza di governo. I casi sono due: se M5s / PD / Italia Viva è l'alternativa alla destra e a Salvini, allora l'alleanza di governo andrebbe difesa e rilanciata, non nascosta o delegittimata a ogni intervista; se quello al governo è un accrocchio volto a gestire una fase emergenziale, con il solo scopo di impedire che Salvini vinca adesso, allora non ha senso investire sull'esito di competizioni locali e andare per la propria strada in Calabria, Emilia Romagna e poi in Campania, Liguria e via discorrendo.