Siamo alternativi ai partiti, non complementari. In Umbria è stato un esperimento, non ha funzionato, ora guardiamo avanti”. Lo dice Di Maio, omettendo di essere stato lui stesso a rompere il tabù del "mai alleanze con nessuno" e chiudendo definitivamente la porta al PD. L’analisi della sconfitta più rapida della storia è ancora una volta quella del Movimento 5 Stelle, che già a poche ore di distanza dall’ufficializzazione dei risultati delle elezioni regionali in Umbria aveva messo la parola fine all’alleanza con il Partito Democratico. Il tutto senza una parvenza di discussione interna (sai che novità) e senza troppi giri di parole. Quasi in contemporanea con il post dei canali ufficiali del M5s, Zingaretti pubblicava una nota molto articolata, nella quale prendeva atto del fallimento umbro e lasciava solo uno spiraglio alla possibilità di ripetere l’esperimento umbro, lasciando il solo Franceschini a ipotizzare la prosecuzione dell’alleanza anche per i prossimi appuntamenti elettorali.

Oggi, lo spin segue perfettamente un copione ormai consolidato, quello delle "tensioni interne" a una maggioranza che però va avanti spedita e determinata. Oltre all’intervista di Luigi Di Maio al Corsera, la narrazione racconta di colloqui con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che si sarebbe intestato il compito non solo di mediare tra le diverse anime della maggioranza, ma anche di predicare prudenza prima di trasformare il test umbro nella Caporetto dell’alleanza tra le forze alternative al monolite salviniano. In ogni caso, ci rassicurano, il governo non rischia e “PD e 5 Stelle insieme lavorano bene”.

In realtà c'è qualcosa che non quadra in questo racconto standardizzato delle dinamiche politiche. Cominciamo dalla questione più banale. La sconfitta umbra era ampiamente prevista e prevedibile, che senso avrebbe avuto legare la possibile alleanza organica PD – M5s a un test perso in partenza? Normalmente, le alleanze politiche sono questioni di una certa rilevanza per la vita dei partiti, come è possibile che né PD né M5s pensino a una fase congressuale o almeno a una ampia consultazione degli iscritti su uno snodo di questo livello? Può essere in qualche modo attrattiva per l’elettorato una proposta politica che viene continuamente messa in discussione da chi dovrebbe portarla avanti e concretizzarla?

Anche senza addentrarci in logiche correntizie o battaglie personalistiche interne al M5s, al PD o a Italia Viva, è piuttosto evidente come ci sia qualcosa che non torni, proprio in termini di lucidità e di chiarezza. A meno che non si pensi male, per ricorrere a una citazione piuttosto nota…

In tal caso diventerebbe tutto più chiaro. Di Maio e Zingaretti, che hanno sempre osteggiato un accordo organico e hanno enormi problemi di controllo dei propri gruppi parlamentari, hanno scelto l’Umbria come mezzo per far naufragare l’arca dell’alleanza e, al tempo stesso, per ribadire che non c’è alternativa all’accrocchio di governo. In un colpo solo hanno mandato un messaggio chiaro sia a quelli che spingono per un avvicinamento strutturale fra grillini e democratici, sia a quelli che fremono per tornare alle urne. E il messaggio è questo: ora di andare alle urne non se ne parla proprio, uniti o divisi perdiamo di brutto, ci serve tempo, anche per cambiare legge elettorale. Nel frattempo, cercate di non fare casino.