Se ci pensate bene, il risultato delle Elezioni Regionali in Umbria è davvero sorprendente. In effetti, erano davvero pochissimi gli elementi in base ai quali si sarebbe potuto pronosticare una schiacciante vittoria del centrodestra e un boom di consensi da parte della Lega. Piccoli segnali, nulla di più. Alle Elezioni Europee di maggio il partito di Matteo Salvini aveva raccolto solo il 38,2% dei voti, più o meno lo stesso dato della somma di PD (24%) e Movimento 5 Stelle (14,6%), con l’intera coalizione di centrodestra che valeva circa il 53% del totale. Alle politiche del 2018 il centrodestra aveva conquistato 9 seggi e tutti i collegi col maggioritario, dopo aver vinto in tutte le principali città della Regione. L’esperienza di governo del centrosinistra si era interrotta a seguito delle dimissioni del governatore Marini, coinvolta in una inchiesta giudiziaria che riguardava il settore della sanità. Il PD aveva deciso di stoppare un candidato civico che per mesi (col sostegno dell’intero centrosinistra) aveva lavorato alla propria candidatura, per puntare su un accordo last minute con il Movimento 5 Stelle, da sempre sulle barricate del “non facciamo alleanze con nessuno” e protagonista di una violentissima campagna di opinione contro la Giunta uscente. Uno dei contraenti del patto di governo, Matteo Renzi, si era bellamente defilato, dalla campagna elettorale e dall’accordo su base regionale. La campagna elettorale si era tenuta nel pieno della presentazione della legge di bilancio, caratterizzata da un continuo stillicidio di polemiche e frecciatine tra PD, M5s e Italia Viva. Salvini aveva battuto la Regione palmo a palmo, mentre dall’altra parte, dopo lunghe e complicate trattative, Di Maio e Zingaretti avevano acconsentito con riluttanza a tenere una manifestazione comune, con tanto, udite udite, di foto assieme!

Piccoli segnali, insomma, che quella delle regionali umbre sarebbe potuta essere una vera e propria trappola, per coloro che vi avessero investito in termini di credibilità politica e di orizzonte futuro. Il modo in cui si è giunti al trionfo di Matteo Salvini ha però un effetto distorsivo sull’intera discussione che si sta sviluppando in queste ore, con le solite accelerazioni insensate e i tanti giudizi sommari, che concorrono a confondere metodo e merito della questione centrale. Che è e resta una sola: ha senso e speranza una “cosa-per-fermare-Salvini” oppure non resta che rassegnarsi all’inevitabile ascesa al governo del Paese della destra salviniana? In altre parole, ci sono le condizioni per costruire una alternativa di senso?

Finora il meglio che la politica italiana è riuscito a partorire è uno dei governi più deboli della storia repubblicana, un accrocchio di 4 gruppi politici in costante lotta fra loro, che si regge esclusivamente sul terrore di tornare alle urne e consegnare il Paese a Salvini. Il problema è che il leader leghista sembra già esserselo preso, il Paese. Malgrado le letture di commentatori e opinionisti illuminati, infatti, la soluzione della crisi apertasi al Papeete è stata percepita per quello che in realtà era: un ribaltone orchestrato nelle stanze dei bottoni, con il via libera del Quirinale e con lo sguardo benevolo delle istituzioni europee. Di Maio e Zingaretti hanno poi fatto il resto, non nascondendo la loro palese contrarietà a un compromesso di questo tipo (quindi minandolo in partenza) e lasciandosi incastrare da Renzi in un vicolo senza uscite di emergenza. In questo contesto, la community salviniana si è stretta ancora di più intorno al suo leader, che ha continuato imperterrito a martellare intorno ai soliti tre o quattro topic, ora finanche deresponsabilizzato da ogni minimo compito di governo dei fenomeni.

Il progetto politico di Salvini è più complesso di come ce lo hanno descritto in queste settimane, quando hanno provato a spiegarci come sarebbe stato possibile sgonfiare il fenomeno Lega con un periodo di decantazione affidato allo stesso interprete della disastrosa stagione precedente, ora appoggiato dal partito che più di tutti incarna l’immagine della classe politica che si avvita su se stessa e si concentra solo sulla propria autosopravvivenza.

Pensare che basti la retorica della discontinuità (quale, poi?) o la ridicolizzazione delle scelte politiche e stilistiche dell’ex ministro dell’Interno per convincere centinaia di migliaia di persone a cambiare opinione, significa non aver capito quanto profondo è il solco scavato in questi mesi e quanto pervasiva è stata la propaganda leghista. Siamo in presenza della sovrapposizione completa tra il consenso personale del leader e l'intero sistema partito – coalizione – progetto di governo, sostenuta da una community di persone con simboli (crocifissi, rosari, tricolori), slogan (prima gli italiani), nemici (i centri sociali, i poteri forti, le ONG) e miti fondativi (il "buongoverno" del Nord, la "chiusura dei porti”), pronta a mobilitarsi anche sui territori, come mai accaduto prima.

Qualunque percorso per la costruzione dell’alternativa appare in salita e le scorciatoie non funzionano. Prima lo si capisce e meglio è.