Al di là della solita guerra di cifre (200mila per gli organizzatori, 70mila per la Questura), è innegabile che la manifestazione "Orgoglio Italiano" abbia avuto un successo clamoroso. Il popolo di Matteo Salvini si è preso uno dei luoghi storici della sinistra italiana, ha riempito piazza San Giovanni a Roma e ha definitivamente perdonato il suo leader dopo lo strappo del Papeete e la gestione confusionaria della crisi politica. Voleva riprendersi il suo popolo e lo ha fatto, anche se con le idee non proprio chiarissime. L'intervento dell'ex vicepresidente del Consiglio ed ex ministro dell'Interno, infatti, ha suggellato una giornata di partecipazione straordinaria e ha fissato una sorta di "nuova ripartenza", ma ha anche restituito con nitidezza quali sono i problemi irrisolti con cui prima o poi dovrà fare i conti.

L'orizzonte del suo progetto politico, per cominciare, non è chiarissimo. Salvini ha promesso la vittoria in tutte le Regioni e il ritorno al governo "dalla porta principale", ma sa di non essere più padrone del proprio destino e di non avere la minima idea su come evolverà il quadro politico italiano nel breve periodo. Non ha un programma condiviso con gli alleati, non ha riferimenti a livello internazionale, non ha in Parlamento la forza numerica necessaria per tentare prove di forza contro il governo. Peraltro, malgrado la partecipazione alla manifestazione di Meloni e Berlusconi, resta il nodo alleanze, con la parola "centrodestra" digerita a fatica dalla comunità salviniana. La questione essenziale, infatti, è questa: la sovrapposizione completa tra il consenso personale del leader e l'intero sistema partito – coalizione – progetto di governo. Salvini nel corso degli anni ha costruito una vera e propria comunità personale, con i suoi simboli (crocifissi, rosari, tricolori), i suoi slogan (prima gli italiani, l'ossessivo richiamo alla "gente che lavora"), i suoi nemici (i centri sociali, i poteri forti, le ONG), i suoi miti fondativi (il "buongoverno" del Nord, la "chiusura dei porti").

Una comunità che si è nutrita di un linguaggio sempre basico, semplificato, diretto, che mal si concilia con un progetto di governo ampio e articolato, che contenga compromessi e mediazioni con le altre forze politiche. La sua è una comunità già ampiamente "radicalizzata", che ha fagocitato concetti come sicurezza, sovranità e legalitarismo e intorno a essi si è mobilitata. Alimentare queste energie finora ha sempre richiesto un innalzamento del livello dello scontro, una tensione sempre crescente con il "nemico" di turno. Ma il clima è già rovente, i pozzi sono già inquinati, l'aria è già irrespirabile: fin dove può spingersi senza rompere il giocattolo?

Tutto ciò è apparso evidente proprio nei mesi di governo, quando tensioni, aspirazioni ed energie hanno prodotto una pressione talmente forte da convincere Salvini a tentare il colpo grosso, da persuaderlo della possibilità di ottenere pieni poteri per completare la sua "missione". Una sbornia da consenso personale che lo ha indotto al primo vero passo falso della sua carriera politica e che resta il "vero problema" della Lega (e forse dell'intero centrodestra), un partito completamente eclissato dalla figura del suo leader, schiacciato sulle sue posizioni e totalmente dipendente dalla sua umoralità.