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Esami di Maturità 2026

Gemini risolve la prova di italiano della Maturità 2026 in 3 minuti: le risposte dell’IA alle 7 tracce

Gemini ha svolto la prova di italiano della Maturità 2026: dall’analisi del testo al tema d’attualità, l’IA di Google ha fornito le risposte a tutti i quesiti proposti dal MIM, non prima però di fare una precisazione.
Le tracce della prima prova della Maturità sono state risolte da Gemini, l’intelligenza artificiale di Google
Le tracce della prima prova della Maturità sono state risolte da Gemini, l’intelligenza artificiale di Google
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A Gemini sono bastati 3 minuti e 11 secondi per risolvere tutte le tracce della prova di italiano della Maturità 2026. Gli abbiamo chiesto di comportarsi come uno studente e di svolgere i quesiti scelti dal MIM per le tre tipologie previste dalla prima prova: analisi del testo, testo argomentativo e tema di attualità. Una volta avute le tracce, l’IA di Google le ha rapidamente analizzate, fornendo una risposta per ciascuna.

Qualche giorno fa gli avevamo chiesto di prevedere quali autori e temi sarebbero stati proposti, ma oggi abbiamo voluto verificare come se la cava il modello Gemini 3.5 Pro con i contenuti effettivamente assegnati: da Cesare Pavese e Vitaliano Brancati per l’analisi del testo ai brani di Giuseppe Saragat e Piero Bianucci per il testo argomentativo, fino al tema di attualità ispirato a un testo di Mario Calabresi. Prima di iniziare, Gemini ha però voluto fare una precisazione.

Come intelligenza artificiale, non provo sentimenti né ho affrontato esami scolastici, ma posso simulare con precisione lo svolgimento delle tracce, proponendo testi strutturati, analitici e argomentati, in linea con le aspettative di una prova di Maturità”. Ecco cosa ci ha risposto.

Le risposte di Gemini alle tracce di Cesare Pavese e Vitaliano Brancati

Per la tipologia A, dedicata all’analisi del testo, il MIM ha scelto la poesia “Passerò per Piazza di Spagna” di Cesare Pavese e un brano tratto da “I Piaceri” di Vitaliano Brancati.

Traccia 1A – Analisi di “Passerò per Piazza di Spagna” di Cesare Pavese

La lirica Passerò per Piazza di Spagna" di Cesare Pavese si configura come un'intensa e suggestiva proiezione interiore, in cui il paesaggio monumentale di Roma diviene il palcoscenico di un'attesa sentimentale assoluta. Il componimento trae la sua linfa emotiva dall'amore non corrisposto del poeta per l'attrice statunitense Constance Dowling.

Comprensione del testo
Il contenuto della lirica non descrive un evento presente, ma anticipa in modo quasi visionario una futura passeggiata solitaria del poeta attraverso una celebre piazza romana, identificata dalle note come Piazza di Spagna, situata ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti. Nella visione del poeta, la città si risveglia sotto un "cielo chiaro". Gli elementi architettonici e naturali, come le strade, le fontane, le scale e le terrazze, si animano progressivamente alla luce del mattino. Questo risveglio urbano e sensoriale si fonde infine con l'interiorità dell'autore, culminando nell'evocazione diretta della donna amata, che appare come un'entità "ferma e chiara" in contrasto con il tumulto della città e del cuore umano.

Analisi stilistica e lessicale
Sul piano delle scelte espressive, l'impianto formale della poesia è dominato da una precisa e insistente selezione dei tempi verbali. L'uso reiterato del futuro indicativo ("Sarà", "S'apriranno", "muterà", "occhieggeranno", "canteranno", "s'aprirà", "batterà", "salirà", "sapranno") priva la scena di una rigida collocazione realistica per proiettarla in una dimensione profetica e sospesa, quella del desiderio e dell'aspettativa. Non è la semplice descrizione di un domani, ma l'evocazione di un tempo mitico e interiore.

Il lessico impiegato gioca su una continua oscillazione tra la concretezza materica degli spazi urbani ("pietra", "strade", "fontane", "scale", "finestre") e l'astrazione di elementi impalpabili o emotivi ("cielo chiaro", "aria ferma", "luce smarrita", "tumulto del cuore"). In questo contesto, le espressioni iterative "s'apriranno" (riferito alle strade) e "s'aprirà" (riferito a una porta) assumono una forte valenza simbolica. Sul piano letterale, indicano lo schiudersi dello spazio cittadino e degli edifici alle prime luci dell'alba; sul piano metaforico, rappresentano lo spalancarsi dell'animo del poeta, un moto di apertura verso la speranza, la memoria e l'epifania amorosa, che rompe la staticità angosciosa del quotidiano.

L'atmosfera della lirica
L'atmosfera che Pavese tratteggia è pervasa da un senso di sospensione trepidante, caratterizzata da una luminosità diffusa ma malinconica. Inizialmente, il testo evoca una sensazione di limpidezza e di stasi silente, ben resa da espressioni come "cielo chiaro" e "aria ferma". Successivamente, l'atmosfera si carica di un dinamismo quasi magico grazie all'uso di personificazioni: i fiori colorati alle fontane "occhieggeranno come donne divertite" e le pietre stesse "canteranno". Questa vitalità, tuttavia, non sfocia in una gioia serena, bensì in una vibrante inquietudine. Il riferimento finale alla "luce smarrita" vela la scena di malinconia, chiarendo che il "tumulto" vissuto dal poeta è figlio di una passione dolorosa e unilaterale, placata solo illusoriamente dalla figura distante e immutabile della donna ("Sarai tu – ferma e chiara").

Interpretazione: il paesaggio come specchio dell'anima
Sulla base di questa analisi, emerge chiaramente come Pavese utilizzi l'ambiente circostante per proiettarvi i propri moti interiori. Nella lirica, la separazione tra il soggetto e il mondo oggettivo si annulla: l'apice di questa fusione si ha nei versi in cui l'autore dichiara che "Il tumulto delle strade / sarà il tumulto del cuore". La Roma descritta da Pavese non è una semplice cartolina turistica, ma un vero e proprio specchio dell'anima, un correlato oggettivo delle sue paure e dei suoi desideri.

Questa modalità di piegare la natura e lo spazio urbano alle esigenze dell'espressione interiore è un tratto distintivo di molti artisti e scrittori, specialmente nel Novecento. Basti pensare a Eugenio Montale, che nella raccolta Ossi di seppia utilizza il paesaggio ligure, aspro e disseccato dal sole, per dare consistenza fisica al suo "male di vivere". Allo stesso modo, in ambito pittorico, l'Espressionismo di autori come Edvard Munch deforma il paesaggio circostante facendolo diventare la materializzazione visiva dell'angoscia esistenziale del soggetto. In Pavese, la natura e la città (come accade anche nei suoi romanzi legati alle Langhe o a Torino) non sono mai neutre: assorbono la solitudine dell'uomo e ne riverberano il dramma. Il paesaggio diviene così l'unico interlocutore possibile per un poeta condannato all'incomunicabilità, trasformando una passeggiata romana nell'eterna, solitaria ricerca di un amore "fermo e chiaro".

Traccia A2 – Analisi del testo letterario: Vitaliano Brancati, I piaceri

Sintesi e comprensione del brano
Il brano, tratto dall'opera "I piaceri" di Vitaliano Brancati, si configura come un'intensa riflessione sul ruolo vitale e salvifico della memoria. L'autore argomenta che l'esistenza umana, se privata del ricordo, si ridurrebbe a una "lastra priva di spessore" schiacciata su un presente istantaneo. È unicamente la nostra capacità di ricordare a conferire profondità ("volume immaginario") al mondo reale, permettendoci di trattenere ciò che non esiste più. Attraverso la figura di un anziano silenzioso, ma custode di memorie liete, Brancati esalta la capacità umana di difendere il proprio passato dalla corruzione del tempo. L'autore confessa poi la propria angoscia di smarrire i ricordi, descrivendo l'atto di sorvegliarli con un'ansia paragonabile a quella di un avaro, e condanna le malattie che cancellano la memoria come furti intollerabili che privano l'uomo dell'unica ricchezza che gli appartiene veramente: il proprio vissuto.

 Le metafore e la realtà naturale
Per conferire forza al suo ragionamento astratto, Brancati attinge a un repertorio di immagini estremamente concrete, legate agli elementi naturali e fisici. Inizialmente, paragona il mondo senza memoria a una "lastra priva di spessore", un'immagine geometrica e inorganica che trasmette il senso di piattezza di una vita vissuta senza prospettiva storica. Successivamente, l'atto di preservare i ricordi viene paragonato al non lasciare "spegnere il fuoco in un paese privo di fiammiferi e di pietre focaie". Il fuoco rappresenta il calore dell'identità e dell'umanità; in un mondo ostile (senza fiammiferi), la memoria è l'unica scintilla di vita rimasta.

L'allegoria naturale più potente e lirica è quella del mondo coperto per un secolo da nuvole oscure. In questo scenario, le nuvole incarnano il buio delle "epoche infelici", mentre il sole rappresenta la bellezza, la felicità e la speranza. Il fatto che solo un uomo di centodue anni ricordi la luce solare simboleggia come la memoria sia l'unico strumento capace di far sopravvivere la luce della verità anche attraverso le ere più oscure.

Il guardiano dei ricordi: l'ossessione dell'avaro
La frase "Io ho l'abitudine di sorvegliare continuamente la mia memoria e contare ogni sera i miei ricordi come l'avaro conta i suoi marenghi…" ci introduce nell'intimità psicologica dell'autore. L'accostamento dei ricordi a monete d'oro pregiate (i marenghi) ci fa comprendere come, per Brancati, il passato non sia un magazzino polveroso, ma il capitale più prezioso dell'animo umano. Tuttavia, questa ricchezza interiore si accompagna a una nevrosi costante: l'autore si sveglia di notte col terrore di aver smarrito un frammento del proprio vissuto. Questo sottolinea la fragilità intrinseca della mente umana e la necessità di un atto volontario e continuo per mantenere viva la propria identità.

L'intoccabilità del passato: il senso dell'aggettivo "sacrilega"
Nel domandarsi "Quale mano di ladro può essere così sacrilega come quella che si introduce nel più interno di noi stessi per rubarci i ricordi?", Brancati eleva la memoria a una dimensione di totale sacralità. L'aggettivo "sacrilega" indica letteralmente la profanazione di qualcosa di divino. Usando questo termine per descrivere le "malattie della memoria" o l'inevitabile oblio, l'autore suggerisce che la coscienza e le "cose che abbiamo fatte" costituiscano l'essenza spirituale inviolabile dell'individuo. Rubare i ricordi significa dunque compiere l'oltraggio supremo: destrutturare la persona, privandola della sua anima e della traccia del suo passaggio sulla terra.

Interpretazione complessiva: la memoria come ponte intergenerazionale
Partendo dall'analisi del testo di Brancati, è possibile allargare la riflessione alla funzione sociale e collettiva della memoria. Se a livello individuale essa garantisce l'identità, a livello collettivo rappresenta l'unico ponte capace di collegare tra loro le generazioni.

L'immagine brancatiana del centenario che ricorda il sole ai giovani nati sotto un cielo nuvoloso è l'emblema del ruolo degli anziani e della storia nella nostra società. Senza la trasmissione del passato, ogni generazione sarebbe condannata a ripartire da zero, cieca davanti ai propri errori e priva di modelli a cui ispirarsi. La memoria storica, sia essa veicolata dalla letteratura, dall'arte o dalla testimonianza orale dei nonni, agisce come un faro. In un'epoca contemporanea caratterizzata dalla frenesia e dalla tendenza all'eterno presente – quello che Brancati definirebbe un mondo "sottilissimo" – il dialogo tra le età diverse della vita assume un valore irrinunciabile. Coltivare la memoria collettiva significa, in definitiva, compiere un atto di responsabilità civile: significa consegnare ai giovani la consapevolezza del sole, affinché abbiano la forza di resistere anche quando il cielo della Storia si copre di nuvole.

Le risposte alle tracce del testo argomentativo di tipologia B

Traccia B1 – Discorso di Giuseppe Saragat all'Assemblea Costituente

Comprensione e Analisi
Sintesi degli snodi tematici essenziali
Il discorso pronunciato da Giuseppe Saragat in occasione del suo insediamento come Presidente dell'Assemblea Costituente si articola attorno al profondo significato morale e politico della nascente democrazia italiana. I punti focali del testo possono essere così riassunti:

  • La necessità imprescindibile dell'adesione popolare ai principi democratici, senza la quale le conquiste storiche rischiano di crollare.
  • Il compito dell'Assemblea di dotare la Repubblica di un volto umano e di una voce libera, tenendo conto delle sofferenze passate e delle speranze future del popolo.
  • L'idea che la democrazia non sia un mero calcolo numerico di maggioranze e minoranze, ma una questione di giustizia sociale e di rapporti umani solidali.
  • Il dovere morale dei costituenti di superare le divergenze ideologiche, fornendo al Paese un esempio di concordia e alto civismo.
  • L'invito a dissipare la "grigia penombra" del presente attraverso la fiamma della libertà e della giustizia, affrontando le difficoltà con spirito unitario.

Gli "altri doveri" dell'Assemblea Costituente
Secondo l'autore, la stesura delle leggi fondamentali dello Stato non esaurisce il compito dei legislatori. Gli "altri doveri" che sovrastano l'Assemblea consistono nell'offrire alla Nazione un esempio concreto di concordia, pur nel rispetto delle necessarie divergenze politiche, e di altissimo senso civico. Saragat sottolinea infatti che, affinché le leggi scritte si trasformino in realtà vivente, è necessario che si instauri un adeguato "costume" sociale tra gli uomini. I costituenti devono opporre la forza della coscienza morale e della volontà libera all'egoismo dei singoli gruppi politici, tracciando limiti invalicabili a difesa della democrazia.

La democrazia come problema di rapporti umani
Saragat afferma con forza che la democrazia "è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo". Questo significa che l'impianto democratico non può limitarsi a essere un meccanismo istituzionale o un freddo equilibrio di poteri. Se le relazioni tra i cittadini non sono improntate al rispetto, all'equità e all'umanità, l'architettura statale perde di significato. L'autore avverte infatti che, laddove i rapporti si rivelino inumani, la presunta democrazia si trasforma semplicemente nella maschera di una "nuova tirannide".

Il riferimento storico della "pesante eredità"
Quando Saragat fa riferimento alla "pesante eredità di miserie e di dolori" che grava sul presente, allude chiaramente alla tragica situazione in cui versava l'Italia nel 1946. Il Paese era appena uscito dalle devastazioni materiali e morali della Seconda Guerra Mondiale, dalla dittatura ventennale del regime fascista e dalla sanguinosa guerra civile combattuta durante la Resistenza. Questa eredità di lutto e distruzione è il punto di partenza doloroso su cui i costituenti sono chiamati a edificare, come ricorda Saragat, una nuova strada illuminata da un "passato di gloria imperitura".

Produzione: Testo Argomentativo
Il cantiere infinito della democrazia: tra istituzioni e civismo quotidiano
Leggendo le parole pronunciate da Giuseppe Saragat all'alba della Repubblica Italiana, si viene investiti da una forza morale e da una lucidità politica che, a distanza di decenni, non hanno perso un grammo della loro attualità. Il discorso del Presidente dell'Assemblea Costituente non è solo un documento storico, ma un vero e proprio manifesto etico che ci interroga sul significato profondo della parola "democrazia".

Saragat ci ricorda un principio fondamentale che spesso, nel dibattito politico contemporaneo, tende a essere oscurato: la democrazia non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, né si esaurisce nel rito elettorale. L'idea che la democrazia debba coincidere con rapporti umani dignitosi ed equi, e che in assenza di essi diventi solo la maschera di una "nuova tirannide", è di una modernità sconcertante. Oggi, infatti, non temiamo più i colpi di stato militari che hanno insanguinato il Novecento, ma assistiamo a sfide più subdole. Le disuguaglianze economiche sempre più marcate, la polarizzazione del dibattito pubblico sui social network e la progressiva disaffezione dei cittadini verso la vita politica sono tutti fattori che minano quel "terreno" su cui, come auspicava Saragat, libertà politica e giustizia sociale dovrebbero integrarsi. Se un cittadino non ha accesso a un lavoro dignitoso, all'istruzione o alle cure mediche, la sua libertà politica è nei fatti svuotata di senso, e il rischio che la democrazia diventi una forma di tirannia invisibile si fa concreto.

Un altro snodo cruciale della riflessione di Saragat è il richiamo ai doveri morali e all'esempio. Egli afferma che le leggi scritte nei testi costituzionali rimangono lettera morta se non sono vivificate da un "costume" civile, ossia da un'abitudine quotidiana al rispetto e alla legalità. Questo monito trasferisce la responsabilità democratica dai palazzi del potere alle piazze, alle scuole, ai luoghi di lavoro. La democrazia vive nelle scelte quotidiane: nel rispetto dell'avversario, nel pagamento delle tasse, nella cura dei beni comuni, nel rifiuto dell'egoismo sfrenato di cui parlava il Presidente dell'Assemblea.

In conclusione, la lezione che emerge da questo discorso è che la democrazia è un cantiere perenne. La "grigia penombra" che i nostri nonni hanno dovuto diradare nel dopoguerra si ripresenta oggi sotto forme diverse: crisi climatiche, tensioni geopolitiche e sfide tecnologiche. Per percorrere quel cammino "aspro, irto di ostacoli, ma che sale verso libere altezze", è indispensabile ricordare che le istituzioni da sole non bastano. Esse necessitano costantemente di quel "volto umano" e di quell'"anima" che solo la partecipazione attiva e cosciente di cittadini educati ai valori costituzionali può garantire. La democrazia sopravvive solo se non dimentichiamo che, prima di essere un insieme di regole, è una scelta etica di convivenza civile.

Traccia B2 – Piero Bianucci, Te lo dico con parole tue

Comprensione e Analisi
Sintesi del brano
Il testo di Piero Bianucci sostiene che la divulgazione scientifica debba assumere le forme di una buona narrazione. La scienza, infatti, offre un serbatoio inesauribile di storie strutturate come dei romanzi gialli, ricche di colpi di scena e sorprese. Tali sorprese derivano dal carattere spesso contro-intuitivo delle scoperte scientifiche, che ribaltano le nostre percezioni quotidiane. Tuttavia, il vero motore di questo fascino narrativo è la creatività dei ricercatori. Attraverso gli esempi di Röntgen, Einstein, Fleming e dell'invenzione del laser, l'autore dimostra come il progresso scientifico non sia solo frutto di rigidi calcoli, ma anche di intuizioni casuali, analogie quotidiane, curiosità e del coraggio di sfidare le convenzioni.

La scienza come narrazione e il "colpo di scena"
Bianucci afferma che le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa e sul "colpo di scena" perché il processo di ricerca ricalca la struttura investigativa di un romanzo giallo. Come in un'indagine in cui l'assassino si rivela essere il personaggio meno sospettabile, nella scienza la verità finale spesso capovolge completamente l'ipotesi di partenza o l'apparenza sensibile delle cose, generando nel "lettore" (o nel pubblico) un senso di meraviglia e spiazzamento.

La funzione della creatività
Secondo l'autore, la creatività svolge un ruolo fondamentale: è la dote insolita che permette ai ricercatori di arrivare a risultati inaspettati. La creatività funge da ponte tra l'osservazione ordinaria e la scoperta straordinaria; è quella capacità di cogliere l'anomalia (come una muffa in una piastra di batteri per Fleming), di fare esperimenti mentali partendo da eventi banali (come un tram in movimento per Einstein) o di applicare una tecnologia a campi del tutto imprevisti.

Gli aspetti contro-intuitivi della scienza
L'autore chiarisce che la scienza è contro-intuitiva perché i suoi verdetti smentiscono costantemente ciò che i nostri sensi ci suggeriscono. Per spiegare questo concetto, Bianucci ricorre a esempi chiari: la nostra esperienza quotidiana ci fa credere che il Sole giri intorno alla Terra o che la materia sia un blocco solido e compatto. Al contrario, la scienza dimostra che è la Terra a muoversi, che la materia è composta per la quasi totalità da spazio vuoto, che il 99,99% dell'universo è allo stato di plasma e che il minuscolo e invisibile DNA umano misurerebbe un metro e mezzo se srotolato.

Produzione: Testo Argomentativo
L'immaginazione al potere: il volto umano e narrativo della scienza
Esiste un pregiudizio radicato nella nostra cultura che tende a separare nettamente le discipline umanistiche da quelle scientifiche. Si è soliti immaginare il letterato come un animo tormentato e creativo, perso nei meandri dell'immaginazione, e lo scienziato come un individuo freddo, inquadrato, mosso esclusivamente da un rigido schematismo logico-matematico. Il brano di Piero Bianucci scardina magistralmente questo stereotipo, gettando luce su un aspetto fondamentale: la scienza è, prima di tutto, un atto profondamente creativo. A mio avviso, riconoscere e comunicare questa natura immaginativa della scienza non è solo un vezzo letterario, ma una necessità vitale per la società contemporanea.

Come sottolinea l'autore, la storia delle più grandi scoperte scientifiche è costellata di episodi in cui l'intuizione geniale scaturisce dal caso (la cosiddetta serendipità), da un errore di distrazione o dall'osservazione di fatti marginali. L'immagine di Albert Einstein che concepisce la relatività ristretta guardando l'orologio di Berna dal finestrino di un tram ci restituisce una dimensione profondamente umana della ricerca. Il metodo scientifico galileiano, basato su ipotesi, esperimento e tesi, è senza dubbio il binario rigoroso su cui si muove la validazione di una teoria; tuttavia, la scintilla iniziale, la formulazione della domanda stessa ("Cosa succederebbe se viaggiassi alla velocità della luce?"), appartiene esclusivamente al regno dell'immaginazione. Senza la creatività, la scienza si ridurrebbe a una sterile catalogazione del noto, incapace di compiere salti paradigmatici.

Inoltre, riflettere sulla scienza come "narrazione" solleva una questione cruciale per il nostro tempo: la divulgazione scientifica. Viviamo in un'epoca dominata da sfide complesse, dai cambiamenti climatici alle pandemie, dall'intelligenza artificiale all'ingegneria genetica. Mai come oggi i cittadini sono chiamati a prendere decisioni (o a eleggere rappresentanti che prenderanno decisioni) su temi di natura prettamente tecnico-scientifica. Eppure, assistiamo parallelamente a una preoccupante ondata di disinformazione e di diffidenza verso la comunità scientifica, spesso percepita come un'élite arrogante e incomprensibile.

È qui che entra in gioco l'intuizione di Bianucci: comunicare la scienza attraverso lo strumento del racconto. Quando i risultati scientifici vengono presentati solo come dogmi inconfutabili o aridi dati statistici, si scontrano proprio con quella natura "contro-intuitiva" della realtà di cui parla il testo. La mente umana fa fatica ad accettare ciò che contraddice l'esperienza quotidiana dei sensi. Ma se lo scienziato (o il divulgatore) non si limita a calare la verità dall'alto, bensì accompagna il pubblico attraverso le tappe del "romanzo giallo" – mostrando i dubbi, i fallimenti, i colpi di scena e le intuizioni creative che hanno portato a quel risultato – allora la scienza smette di essere un dogma e diventa un processo condiviso. Suscitare meraviglia e curiosità è il modo più efficace per far sedimentare la conoscenza vera nella coscienza collettiva.

In conclusione, la creatività non è l'antitesi del rigore scientifico, ma il suo alleato più prezioso. Gli scienziati, al pari degli artisti, sono esploratori di mondi invisibili. Saper raccontare le loro storie, le loro cadute e le loro illuminazioni improvvise significa restituire alla scienza il suo volto più affascinante, dimostrando che l'atto di indagare l'universo è la più grande e avvincente avventura scritta dall'ingegno umano.

Traccia B3 – Frank Furedi, I confini contano

Comprensione e Analisi
Sintesi del brano
Il testo di Frank Furedi analizza l'evaporazione dei confini generazionali nella società contemporanea, focalizzandosi sulla figura degli "adultescenti": giovani tra i venti e i trentacinque anni che rifiutano di assumersi impegni per prolungare indefinitamente uno stile di vita spensierato. L'autore evidenzia come la cultura odierna tenda a svalutare l'identità adulta, associandola a stress e solitudine, e a idealizzare invece la puerilità. A causa di questa narrativa, la maturità e l'impegno non trovano più un'adeguata validazione sociale, spingendo gli individui a provare sgomento di fronte all'idea di dover crescere.

Le basi della mancanza di chiarezza tra le generazioni
L'autore fonda la sua affermazione citando il dibattito pubblico e mediatico attuale. Porta come esempio emblematico un articolo della celebre rivista "The Atlantic", intitolato in modo eloquente: "Quando si è veramente adulti?". Il fatto che una testata di rilievo si ponga questa domanda senza riuscire a fornire una risposta univoca, suggerendo anzi che la distinzione tra infanzia ed età adulta sia "più sfumato che mai", dimostra per Furedi come la confusione sui ruoli generazionali sia un dato di fatto ampiamente metabolizzato e riconosciuto a livello socioculturale.

Il significato di ‘adultescenti'
Il neologismo ‘adultescenti' (chiaramente formato dalla fusione dei termini ‘adulti' e ‘adolescenti') descrive quegli individui che, pur avendo raggiunto l'età della maturità biologica e anagrafica, continuano a mantenere atteggiamenti psicologici, abitudini di consumo e stili di vita tipici della fase adolescenziale. Si riferisce a una condizione di perenne sospensione, caratterizzata da una profonda riluttanza verso la definitiva emancipazione, l'autonomia, la costruzione di legami familiari stabili e l'assunzione di responsabilità sociali o professionali a lungo termine, configurando una sorta di moderna "sindrome di Peter Pan".

La ‘sensazione di sconforto' attorno all'identità adulta
Secondo Furedi, l'identità adulta è vissuta con sconforto perché la cultura contemporanea l'ha progressivamente svuotata della sua valenza positiva e attrattiva. Crescere non viene più raccontato come un traguardo di autorevolezza e compiutezza, ma come una condizione puramente gravosa: l'indipendenza viene equiparata all'isolamento (la "solitudine"), mentre i doveri e l'impegno vengono visti unicamente come sinonimo di "stress". Mancando una narrazione culturale che premi la maturità, le persone rifuggono lo status di adulto, percepito come una banale e triste "seccatura".

Produzione: Testo Argomentativo
Il confine liquido: crescere nell'epoca dell'eterna giovinezza
Leggendo le riflessioni di Frank Furedi sui confini generazionali, emerge il ritratto di una società bloccata in un eterno presente, in cui crescere sembra essere diventata la più grande delle paure contemporanee. Il fenomeno degli "adultescenti" descritto dall'autore è innegabilmente uno dei tratti distintivi del nostro tempo, ma per comprenderlo appieno è necessario analizzarlo non solo come un vezzo culturale, ma come il risultato di complesse dinamiche sociali, economiche e psicologiche.

È vero, come sostiene Furedi, che la cultura odierna idealizza la puerilità. Viviamo immersi in un sistema mediatico e commerciale che venera la giovinezza in ogni sua forma: dal mercato della cosmetica anti-aging, all'abbigliamento casual che omologa cinquantenni e ventenni, fino ai social network che premiano la spensieratezza e l'estetica dell'istante. In questo contesto, l'adulto "tradizionale" – colui che accetta i limiti imposti dal tempo e dal dovere – appare come una figura polverosa, quasi sconfitta. Questa assenza di modelli adulti desiderabili genera una grande confusione: se i padri vogliono fare gli amici dei figli, e le madri competono esteticamente con le figlie, scompare quel necessario confine generazionale che un tempo, pur attraverso il naturale conflitto psicologico, permetteva ai giovani di definire la propria identità per contrapposizione.

Tuttavia, ridurre il fenomeno dell'adultescenza a una semplice mancanza di coraggio o a una fuga volontaria dalle responsabilità sarebbe un'analisi parziale e, per certi versi, ingenerosa verso la mia generazione. Se oggi il confine tra gioventù ed età adulta è "più sfumato che mai", gran parte della responsabilità risiede in cause strutturali ed economiche. Le tappe fondamentali che un tempo sancivano l'ingresso nell'età adulta – l'indipendenza economica, l'acquisto di una casa, la stabilità lavorativa, la formazione di una famiglia – sono diventate, per i giovani d'oggi, traguardi mobili e spesso irraggiungibili. Il precariato lavorativo sistemico ha generato un precariato esistenziale. È difficile assumersi "impegni" a lungo termine quando i contratti durano sei mesi; è arduo non provare "sgomento" verso l'indipendenza quando gli affitti superano il valore di uno stipendio base. In molti casi, la permanenza prolungata nello status giovanile non è una vacanza dorata che si rifiuta di terminare, ma una sala d'attesa obbligata.

Inoltre, la "sensazione di sconforto" di cui parla Furedi deriva anche da un mondo oggettivamente più complesso. Le generazioni passate si inserivano in percorsi di vita tracciati, supportati da forti reti comunitarie, ideologiche o religiose. Oggi, nell'epoca che Zygmunt Bauman definirebbe "liquida", ogni individuo è chiamato a inventare il proprio percorso da zero, caricandosi sulle spalle il peso totale del proprio eventuale fallimento. Questa pressione trasforma la responsabilità, un tempo motivo di orgoglio, in una gigantesca fonte di "stress".

In conclusione, ritrovare "l'arte di tracciare frontiere", come auspica l'autore, non significa tornare a un passato autoritario, ma restituire dignità e senso all'età adulta. Per farlo, serve uno sforzo su due fronti. Da un lato, la politica e la società devono rimuovere gli ostacoli economici che impediscono ai giovani di spiccare il volo. Dall'altro, a livello culturale, dobbiamo tornare a narrare la maturità non come una perdita di gioia e libertà, ma come l'acquisizione di un potere meraviglioso: quello di poter finalmente incidere sul mondo, proteggere chi ci sta accanto e costruire qualcosa che duri oltre l'orizzonte effimero del nostro ego giovanile. Accettare i confini significa, in fondo, accettare la vita nel suo fisiologico e bellissimo evolversi.

Le risposte alla tracce di tipologia C: il tema di attualità

Traccia C1 – Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo: tema su "Funziona a meraviglia" di Wenke Husmann

L'incanto della complessità: ritrovare la meraviglia nell'età adulta
Il peso della ragione e la nostalgia dell'infanzia
Nel testo proposto, Wenke Husmann descrive l'emozione pura della figlia di fronte all'aurora boreale ad Amburgo, contrapponendola al proprio senso di nostalgia per un incanto perduto. L'autrice osserva come la propria generazione sia stata formata a incoraggiare il pensiero critico e la ricerca di spiegazioni razionali fin dalla giovane età. A partire dall'Illuminismo, infatti, l'indagine empirica ha progressivamente decostruito il pensiero magico e mitologico: sappiamo che i colori dei fiori derivano da specifiche combinazioni genetiche e che le maestose luci nel cielo notturno sono il prodotto della collisione tra elettroni e atomi dell'atmosfera. Questa inesorabile razionalizzazione, per quanto "ragionevole" e necessaria, conduce l'autrice a una conclusione amara: un mondo in cui ogni fenomeno può essere spiegato rischia di apparire "terribilmente triste". Si tratta di una condizione che riecheggia ciò che il sociologo Max Weber definiva "il disincanto del mondo", ovvero la perdita di quell'aura misteriosa e inafferrabile che permeava la natura nelle epoche pre-scientifiche.

La scienza uccide davvero la meraviglia?
La riflessione della Husmann culmina in una domanda cruciale: "Esiste una versione adulta dell'incanto?". A mio parere, la risposta è non solo affermativa, ma rappresenta uno dei traguardi più alti della maturità intellettuale. Spesso cadiamo nell'errore di credere che la razionalità prosciughi la poesia della vita, creando una falsa dicotomia tra la bellezza e la conoscenza. Conoscere le leggi della fisica quantistica o i complessi meccanismi della genetica non annulla affatto la magnificenza di un fenomeno naturale; al contrario, la eleva. Sapere che l'aurora boreale è il risultato del vento solare che interagisce con il campo magnetico terrestre per proteggere la nostra atmosfera non rende quello spettacolo visivo meno affascinante. Piuttosto, ci permette di percepire l'immensa, delicata e improbabile armonia del cosmo. La scienza non uccide la meraviglia, ma ne sposta semplicemente il baricentro: dal "cosa" e dal "perché" magico, al "come" meccanico, rivelando trame ancora più stupefacenti.

La natura dell'incanto adulto
Se la meraviglia infantile descritta dall'autrice — quella legata alla consistenza del fango o all'osservazione delle formiche — è un'esperienza immediata, sensoriale e totalmente priva di filtri, la versione adulta dell'incanto è necessariamente un'esperienza meditata. Essa si nutre di consapevolezza. È la vertigine esistenziale che si prova di fronte all'infinitamente grande o all'infinitamente piccolo; è la profonda gratitudine per essere esseri coscienti all'interno di un universo governato da leggi tanto eleganti quanto misteriose. Lo scienziato Albert Einstein affermava che chi non è più in grado di provare stupore o sorpresa è come morto. L'incanto dell'adulto si manifesta nell'arte, nella filosofia, nella letteratura e, paradossalmente, proprio in quell'indagine scientifica che l'autrice teme possa spegnere la magia. Quando sviluppiamo il pensiero critico per superare la superficie delle cose, non stiamo distruggendo l'incanto, ma ne stiamo indagando le maestose fondamenta.

Conclusioni: educare alla doppia meraviglia
In conclusione, pur comprendendo intimamente l'invidia e la malinconia provate dall'autrice osservando la figlia saltellare felice su un prato gelato, credo che non si debba confondere la crescita con l'aridità. Diventare adulti non significa rassegnarsi a un mondo privo di magie. Significa, piuttosto, imparare a meravigliarsi due volte: la prima con gli occhi spalancati dell'istinto, capaci di cogliere la bellezza immediata delle forme e dei colori; la seconda con la luce acuta della ragione, capace di svelare la rete invisibile che tiene unito il cosmo. L'adulto non è colui che ha smesso di credere alla magia, ma colui che ha compreso che la realtà stessa, nella sua intricata perfezione, è la più grande e insondabile magia di tutte.

Traccia C2 – Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo: tema su "Alzarsi all'alba" di Mario Calabresi

L'illusione del traguardo senza percorso: la fatica tra virtù dimenticata e condanna sociale
La metamorfosi di una parola: da virtù a malattia
Nel brano tratto da Alzarsi all'alba, Mario Calabresi ci pone di fronte a un paradosso profondamente radicato nella nostra contemporaneità: la progressiva demonizzazione della "fatica". Se è innegabile e storicamente provvidenziale che il Novecento sia stato "il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili", è altrettanto vero che, nel processo di emancipazione dallo sfruttamento fisico, abbiamo finito per smarrire anche l'accezione nobile di questo termine. La fatica non è più intesa come "dedizione, costanza, pazienza, tenacia", ma ha assunto un significato esclusivamente negativo, divenendo un vocabolo da cancellare o un male da cui i genitori sperano di vedere i propri figli "liberati o vaccinati". Questo slittamento semantico riflette un cambiamento antropologico: abbiamo smesso di credere che lo sforzo sia un elemento costitutivo e necessario per la crescita umana.

La società del "tutto e subito" e l'illusione della scorciatoia
La riflessione di Calabresi centra un punto nevralgico della cultura in cui la mia generazione è immersa. Viviamo nell'epoca della gratificazione istantanea, dominata dai ritmi frenetici dei social network e dal mito del successo facile. "Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica", osserva giustamente l'autore, sottolineando come questa "illusione" sia stata "abbondantemente coltivata". I modelli proposti quotidianamente dai media esaltano il risultato nascondendo il percorso: ammiriamo l'influencer, il giovanissimo startupper o la celebrità virale, convincendoci che il loro status sia frutto di un colpo di fortuna o di un talento innato che non richiede applicazione. In questo contesto, l'idea che non ci siano "scorciatoie" appare quasi antiquata. Eppure, lo studio, l'apprendimento di un'arte, la costruzione di una relazione affettiva o la realizzazione professionale richiedono intrinsecamente tempo, fallimenti e, inevitabilmente, fatica. Rifiutare lo sforzo significa condannarsi alla superficialità.

Gli invisibili: la fatica come stigma sociale
L'aspetto più doloroso e acuto del testo di Calabresi risiede però nell'ultima parte, dove l'attenzione si sposta su chi non può permettersi di "affrancarsi" dalla fatica. Mentre la narrativa dominante celebra la leggerezza e il lavoro smaterializzato, esiste un vasto tessuto sociale composto da persone costrette ad "alzarsi all'alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti". Pensiamo ai fattorini della gig economy, agli operai della logistica, agli operatori sanitari o a chi si prende cura degli anziani. Queste persone vivono una doppia alienazione: non solo sono fisicamente ed emotivamente svuotate, ma lo sono "silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia". In una società che disprezza la fatica, chi fatica viene non solo ignorato, ma fatto sentire inadeguato, "incompreso". È una drammatica forma di ingiustizia sociale, in cui lo sforzo quotidiano per mantenere in piedi il mondo non viene più riconosciuto come un atto di dignità civile, ma percepito come un fallimento personale.

Riscoprire il valore costruttivo dello sforzo
Di fronte a questa "utopia" malata di una vita senza sforzo, credo sia urgente operare una distinzione e una riabilitazione. È sacrosanto combattere lo sfruttamento, il lavoro sottopagato e le condizioni logoranti che ledono la dignità umana; tuttavia, dobbiamo disinnescare l'idea tossica che l'impegno costante sia una patologia da cui fuggire. Come studenti, sperimentiamo quotidianamente che la fatica di tradurre una versione di greco o di comprendere un teorema di matematica è l'unico mezzo reale per appropriarsi di una conoscenza che diventerà strumento di libertà. La vera felicità, spesso, non si trova nell'assenza di ostacoli, ma nella consapevolezza di averli superati con le proprie forze. Restituire valore alla parola "fatica" significa, in fondo, restituire rispetto a chi lavora nell'ombra e, al contempo, fornire alle nuove generazioni gli strumenti per non crollare alla prima inevitabile difficoltà che la vita, al netto di ogni illusione, metterà loro di fronte.

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