SOS 9

Negli ultimi tempi si sente parlare di "Profughi Take Away", la storia secondo cui ci sarebbero un gruppo di organizzazioni umanitarie impegnate nelle attività di soccorso nel Mediterraneo colluse con i trafficanti di esseri umani. La tesi è venuta fuori da un rapporto riservato di Frontex di novembre dello scorso anno, citato dal Financial Times, in cui l'agenzia europea per le frontiere esterne sosteneva che i migranti prima di partire dalle coste libiche ricevessero "chiare indicazioni da seguire per essere recuperati da imbarcazioni delle Ong". In un report successivo, "Risk Analysis for 2017", Frontex accusava queste organizzazioni umanitarie di non collaborare con le forze di polizia nelle aree di ricerca e soccorso (SAR), e avanzava l'ipotesi che il loro operare sempre più vicino alle coste libiche agisse da fattore spinta per i migranti a intraprendere il viaggio, paventando anche un diretto contatto tra navi di soccorso e scafisti. "È chiaro che le missioni al limite e occasionalmente all’interno del limite delle 12 miglia, in acque libiche, hanno conseguenze non desiderate", si legge nel rapporto.

Dopo essere finita in un video da migliaia di condivisioni di tale Luca Donadel, la questione è stata ripresa da Striscia La Notizia e da altre trasmissioni e giornali, ed è diventata poi oggetto di un'interrogazione al Parlamento europeo. Sul punto, però, ci sono alcune precisazioni da fare.

L'inchiesta (che non c'è) della Procura

La tesi viene avvalorata citando la presenza di un‘inchiesta  della procura di Catania sul fenomeno. Una circostanza che il procuratore Carmelo Zuccaro, però, ha più volte smentito, sostenendo che si tratta solo di "un'analisi sul proliferare di nuove e piccole Ong", impegnate nel Canale di Sicilia, "un fenomeno che stiamo studiando da tempo": "Vogliamo capire chi ci sia dietro e che cosa nasconda questo fenomeno. Stiamo facendo un ragionamento molto attento, ma non ci sono gli elementi per aprire un fascicolo, soltanto per proseguire la nostra analisi". Fermo restando che non non riguarda "certo le Ong importanti da tempo impegnate in una grande opera umanitaria".

Nonostante le dichiarazioni di Zuccaro siano state piuttosto allusive – "l'intervento immediato delle navi delle ong fa sì che si rivelino inutili anche le indagini sui ‘facilitatori' delle organizzazioni criminali, rendendo più difficili le indagini" – il risultato è che non esiste nessuna inchiesta.

Valeria Calandra, presidente di Sos Mediterranee, una delle organizzazioni che con la nave Aquarius maggiormente operano nel Mediterraneo, ha spiegato che sarebbe giusto aprine una "se ci sono dei dubbi che mi auguro vengano fugati. Spero che nessuna delle realtà che ci circonda sia in qualche modo coinvolta in orribili situazioni di sponsorizzazione o aiuto dei mercanti di vite umane. Noi siamo sereni, non siamo mai stati avvicinati né abbiamo avuto interferenze con gli scafisti che comunque sono la punta di un iceberg; sono vettori, quelli che eseguono ordini, evidentemente dietro c'è un'organizzazione molto più solida". In ogni caso, ha precisato Calandra, al momento Sos Mediterranee non ha ricevuto alcun tipo di comunicazione dalle autorità, "neanche una richiesta di informazioni". Se dovesse arrivare una convocazione ufficiale, ha aggiunto, "siamo pronti, siamo molto trasparenti e non abbiamo nulla da nascondere".

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La "collusione con gli scafisti"

Tra le accuse avanzate da Frontex c'è quella della scarsa collaborazione delle Ong con le forze di polizia e le autorità – nel presupposto di un'azione eterodiretta da organizzazioni di tratta degli esseri umani. Sophie Beau, vice presidente International Network di Sos Mediterranee ha precisato che "il 100% delle operazioni della Ong sono coordinate dal Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma (IMRCC)", che stabilisce "quando e come è possibile rispondere a una richiesta d'aiuto e il porto dove avverrà lo sbarco. ".

Quanto alla presunta collusione tra trafficanti e Ong, Marco Bertotti di Msf ha spiegato che "è tutto assolutamente non veritiero. Le operazioni le svolgiamo in acque internazionali, non andiamo a prendere i migranti in Libia. Ci posizioniamo nelle zone dove avvengono statisticamente i naufragi, e cioè a 15, 20, 25 miglia dalle coste libiche. Noi andiamo dove c'è bisogno".

Le operazioni di soccorso scattano in due occasioni: quando arriva una chiamata dal Centro Soccorso Marittimo di Roma, o nel caso di un'imbaracazione intercettata dalla nave. "Non c'è alcun contatto con qualcuno in Libia, quest'informazione è falsa e infondata", ha precisato Nicola Stalla, coordinatore del Team Sar di Sos Mediterranee, che ha rigettato anche l'accusa di non distruggere le imbarcazioni dopo il salvataggio per permetterne l'utilizzo ai trafficanti: "I gommoni li affondiamo direttamente noi e li rendiamo inservibili, i barconi non abbiamo la possibilità per questioni tecniche e li notifichiamo al Centro di Coordinamento che poi provvede a istruire navi militari in prossimità a incendiarsi o affondarli".

La nave Aquarius, tra l'altro, "opera in zona Sar in acque internzionali dove si verificano la maggior parte dei naufragi e ci sono più imbarcazioni in difficoltà", ha aggiunto Sophie Beau, che ha sottolineato come in queste operazioni la velocità sia un fattore importantissimo: "Arrivare il prima possibile è fondamentale, anche un'ora può fare la differenza".

Il ruolo delle Ong: salvare vite

Dall'audizione di Zuccaro al Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen è emerso un dato: a Catania negli ultimi quattro mesi del 2016 il 30% dei migranti soccorsi sono arrivati con navi Ong – una percentuale che nei primi mesi del 2017 è arrivata al 50%.

Subito dopo la diffusione dei report di Frontex, Medici Senza Frontiere ha parlato di "accuse estremamente serie e dannose": "Il fallimento dell’Unione Europea e la sua agenzia di frontiera nel ridurre il numero di morti in mare ha portato MSF e altre organizzazioni umanitarie ad intraprendere un passo epocale, intervenendo  nella ricerca e soccorso in mare per evitare la perdita di altre vite. L’azione umanitaria non è una causa della crisi ma una risposta ad essa. Se le Ong attualmente presenti in mare decidessero di tornarsene a casa, il numero di morti aumenterebbe", si legge in un comunicato.

Il 2016 è stato l’anno più mortifero, con oltre 5.000 decessi in mare. Secondo Zuccaro bisogna indagare come mai da quando le ong operano nel Mediterraneo centrale i morti non siano diminuti.

Realisticamente, i naufragi e i decessi si moltiplicano perché non ci sono imbarcazioni sufficienti a operare tutti i salvataggi che sarebbero necessari. A portare avanti operazioni di SAR nel Mediterraneo sono rimaste praticamente solo le navi delle organizzazioni umanitarie e la Guardia Costiera e la Marina Militare con Mare Sicuro. Le Ong hanno iniziato ad operare dopo la chiusura dell'operazione search and rescue Mare Nostrum (delle forze armate), che si è conclusa nell'ottobre del 2014. Al suo posto è arrivata Triton, coordinata da Frontex, con compiti più di controllo e pattugliamento che di salvataggio e il limite di non spingersi oltre le 30 miglia nautiche dalle coste europee – lontano da dove si verificano la maggior parte dei naufragi. "Siamo in mare da oltre un anno, abbiamo riempito un vuoto. Ci chiediamo come mai questi problemi e questi dubbi sorgano solo adesso", ha detto la presidente Calandra.

Se queste navi dovessero abbandonare quel tratto di Mediterraneo, allo stato dei fatti non ci sarebbe niente di equivalente a sostituirle nella loro attività di salvataggio. "Chiediamo alle istituzioni europee, nazionali e ai media di fermare questa campagna di criminalizzazione delle Ong e allo stesso modo chiediamo impegno per cercare di evitare le morti nel Mediterraneo. Noi non siamo la soluzione, diamo un contributo", ha dichiarato Beau. "Ci accusano di favorire i trafficanti, ma il nostro unico compito è salvare vite".