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Istat, oltre metà dei dipendenti in Italia ha il contratto collettivo scaduto

In Italia sono scaduti i contratti collettivi che riguardano il 54% dei dipendenti (il 100% nel settore pubblico). In un anno gli stipendi sono saliti del 3%. E per i lavoratori con un contratto scaduto, in media servono quasi due anni e mezzo per arrivare al rinnovo: il quadro dell’Istat.
A cura di Luca Pons
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I contratti collettivi in Italia sono scaduti per più della metà dei lavoratori dipendenti: il 54%, secondo i dati Istat aggiornati a fine settembre 2023. Sono 6,7 milioni di persone che hanno come Ccnl di riferimento un contratto vecchio. In tutto, si parla di 31 contratti scaduti. In questi numeri sono compresi sia i dipendenti pubblici che quelli privati, anche perché i numeri sarebbero decisamente peggiori guardando solo alla pubblica amministrazione: per i dipendenti della Pa, è scaduto il 100% dei contratti collettivi.  Per il 2024, il governo Meloni ha stanziato 8 miliardi di euro per rinnovare i contratti pubblici, di cui 2,3 miliardi per la sanità (tra medici e infermieri) e circa 5 miliardi e mezzo per gli altri dipendenti statali, chiarendo che la priorità sarà data al settore della "sicurezza".

L'Istituto di statistica italiana ha sottolineato che ci sono 42 contratti collettivi nazionali in vigore e aggiornati per la parte economica. Questi riguardano il 46% dei dipendenti, ovvero 5,7 milioni di persone all'incirca. Guardando al monte stipendi complessivo, i contratti attivi riguardano il 45,2% delle retribuzioni erogate in Italia. In particolare, sono attivi tutti i contratti relativi al settore agricolo e il 97,1% di quelli del comparto dell'industria. Il numero scende drasticamente al 25,6% nei servizi privati: qui tre contatti su quattro sono scaduti. Peggio c'è solo, come detto, il settore pubblico, dove tutti i contratti sono scaduti.

Al momento, in media i lavoratori con un contratto scaduto devono aspettare 29 mesi per avere un rinnovo. Sono quasi due anni e mezzo di tempo, in cui – tra le altre cose – gli stipendi non vengono adeguati all'inflazione. Certo, un anno fa il dato era peggiore: a settembre 2022 la media registrata dall'Istat era di quasi 34 mesi, quindi due anni e dieci mesi.

Nell'ultimo anno alcuni rinnovi sono arrivati, e quindi per qualche categoria le retribuzioni sono migliorate. L'Istat ha misurato quali: i vigili del fuoco hanno fatto registrare un aumento tendenziale dell'11,3%, il settore metalmeccanico un +6,2%. Per il Servizio sanitario nazionale, l'aumento tendenziale delle paghe è del 5,9% rispetto a un anno fa. Per pubblici esercizi e alberghi, ma anche per un settore come le farmacie private, l'aumento è invece stato nullo.

Come segnalato dall'Istituto, è "il sesto trimestre consecutivo", quindi da circa metà 2022, in cui c'è un "progressivo rafforzamento" delle retribuzioni dei contratti collettivi. Guardando a tutte le categorie di dipendenti in Italia, rispetto a un anno fa gli stipendi sono più alti del 3%.

Ma il 3% non è molto, specialmente in un periodo in cui l'inflazione continua a essere su livelli ben più alti. Anche l'Istat lo ha sottolineato: "Nonostante la decelerazione dell’inflazione", da gennaio a settembre di quest'anno "la distanza tra la dinamica dei prezzi e quella delle retribuzioni contrattuali" è ancora di oltre cinque punti percentuali.

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