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“Gli omosessuali possono guidare” e non solo: le frasi imbarazzanti di Vannacci a Otto e Mezzo

Tra deportazioni teoriche, diritti civili ridotti a patenti di guida e lo smantellamento delle tutele di genere, il leader di Futuro Nazionale mostra a Lilli Gruber le fragilità strutturali della sua agenda politica. Un viaggio nel surrealismo giuridico di un programma elettorale in cui lo slogan cancella le leggi vigenti e la statistica sostituisce la Costituzione.
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Ospite di Lilli Gruber, il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci ha affrontato a tutto campo i temi più divisivi dell'attualità politica, alternando proposte programmatiche, rivendicazioni identitarie e affondi polemici contro avversari e alleati di (appena) ieri. A pochi giorni dall'assemblea costituente del suo movimento, il generale ha offerto agli elettori una sorta di manifesto in forma televisiva. Non tanto un programma dettagliato quanto una visione del mondo: una precisa idea di appartenenza, di cittadinanza, di famiglia e di nazione. Ed è forse proprio qui che vale la pena soffermarsi. Perché le parole scelte (certo non nuove) nel corso della serata non servono soltanto a descrivere la realtà; contribuiscono a disegnarne una possibile gerarchia.

Immigrazione e assimilazione: il miraggio dei rimpatri coatti e il paradosso burocratico

Sul tema dell'immigrazione, Vannacci ha riproposto una delle formule che più capillarmente caratterizzano il suo progetto politico: la drastica riduzione della presenza irregolare sul territorio nazionale attraverso un'estesa operazione di rimpatrio. I numeri evocati sono quelli ormai noti alle statistiche del Viminale, ovvero una stima di circa 530mila persone giunte irregolarmente nell'ultimo decennio, e l'obiettivo dichiarato è quello di allontanarne la larga maggioranza, quantificata nell'ottanta per cento dei casi. A sostegno di questa prospettiva, il generale ha richiamato gli accordi bilaterali esistenti e, in alternativa, la possibilità di trasferire i migranti verso Paesi terzi sicuri.

La forza di questa impostazione risiede nella sua apparente semplicità. Ogni fenomeno complesso viene ricondotto a un principio elementare: chi non ha titolo per restare deve essere riportato altrove. È però proprio quel verbo, "riportare", ad aprire una delle questioni più intricate delle politiche migratorie contemporanee. Perché il ritorno di una persona non dipende soltanto dalla volontà unilaterale dello Stato che la espelle, ma anche dalla disponibilità di uno Stato che la riconosca, la accolga e se ne assuma la responsabilità. Di fronte alle obiezioni logistiche, il generale ha sbrigativamente evocato l'esistenza di intese commerciali e diplomatiche con quasi tutti i paesi. Si tratta di una narrazione speculativa che omette la realtà dei fatti: l'Italia non possiede infatti trattati di riammissione operativi con la maggior parte dei Paesi dell'Africa subsahariana, da cui proviene un'altissima percentuale dei flussi storici. Le frontiere possono essere raccontate come una linea; nella realtà assomigliano molto più a una rete di relazioni, interessi, negoziati e reciproche convenienze.

Messo alle strette sulla fattibilità dei suoi piani, Vannacci non ha esitato a sdoganare il concetto di deportazione, definendola esplicitamente come una "movimentazione coatta al di là della loro volontà". Anche l'ipotesi di delocalizzare forzatamente i migranti verso Paesi terzi ripropone una questione che accompagna da tempo il dibattito internazionale. Perché uno Stato sovrano dovrebbe accettare di farsi carico di responsabilità giuridiche e logistiche che altri governi non riescono o non vogliono gestire? I pochissimi precedenti storici mostrano quanto questa strada sia controversa e finanziariamente insostenibile. Se su scala globale l'esempio cardine è stato il modello australiano con i centri di detenzione sugli atolli di Nauru e Papua Nuova Guinea (un sistema costato miliardi per confinare poche migliaia di persone e naufragato tra le denunce per violazioni dei diritti umani), la cronaca domestica offre una smentita ancora più immediata con il cosiddetto "modello Albania". Salutato dall'esecutivo di Giorgia Meloni come una "svolta geopolitica epocale", il Protocollo bilaterale si è scontrato fin da subito con la realtà dei tribunali e del diritto europeo, traducendosi in una vistosa voragine di spesa pubblica per strutture blindate che, al di là di sporadici trasferimenti numericamente irrilevanti utili solo alla narrazione televisiva, continuano a rimanere desolatamente vuote.

Ma entrando ancor più nel merito della proposta, a colpire sono le parole scelte. Vannacci immagina infatti un "Ministero dell'Assimilazione" che dovrebbe controllare se gli stranieri conoscono la nostra lingua e le nostre regole di convivenza. La parola non è un dettaglio. Nella storia europea, infatti, assimilare è il contrario di integrare: non significa far incontrare due culture, ma pretendere che una cancelli se stessa per farsi assorbire completamente dall'altra. La vera ironia, però, è che questa macchina di controllo esiste già da un pezzo. Da quattordici anni l'ordinamento italiano prevede il cosiddetto "Accordo di Integrazione" (introdotto con un decreto del 2011), che funziona un po' come una patente a punti: chi vuole restare regolarmente in Italia deve già superare un esame di italiano e dimostrare di conoscere i principi della Costituzione. Inventarsi un nuovo ministero per fare quello che lo Stato fa già ogni giorno dimostra insomma la distanza siderale tra la realtà delle leggi e gli slogan della propaganda.

L'ossessione per lo Zanichelli e la riduzione dei diritti civili a un foglio rosa

Lo stesso gioco di parole si ripete quando il discorso si sposta sui diritti civili e sul mondo LGBTQ+. Durante il confronto, Vannacci ha sostenuto che le persone omosessuali non subirebbero discriminazioni in Italia, sintetizzando la sua posizione con una formula che riduce lo stato civile a elementari concessioni di ordine pubblico: "I gay qua in Italia hanno tutti i diritti: se vanno all'ospedale li curano, se vanno per la strada possono tranquillamente guidare, se vanno a scuola hanno gli insegnanti".

Un argomento che produce un curioso e spericolato slittamento del discorso, confondendo intenzionalmente i diritti fondamentali con quelli civili e di status familiare. L'accesso al pronto soccorso, l'istruzione dell'obbligo o la possibilità di superare l'esame per la patente non definiscono infatti la parità civile di una minoranza, per il semplice fatto che si tratta di tutele primarie che la Costituzione riconosce alla persona in quanto tale, a chiunque calpesti il suolo nazionale (inclusi i turisti di passaggio o i non residenti). Sostenere che una persona goda della pienezza dei diritti civili solo perché lo Stato le permette di comprare un'Aspirina o di non farsi revocare il foglio rosa in base a chi ama è un espediente retorico per eludere il vero nodo della discussione. Il confronto politico contemporaneo dovrebbe riguardare altro: il riconoscimento giuridico delle famiglie, la genitorialità, il matrimonio, la possibilità di costruire un progetto di vita che lo Stato consideri pienamente legittimo. La questione non dovrebbe cioè misurarsi sulla corsia di un ospedale né allo sportello della motorizzazione civile. Ma piuttosto dentro il diritto di famiglia, là dove una società decide quali legami riconoscere, proteggere e tramandare.

A dieci anni esatti dall'approvazione della legge Cirinnà (L. 76/2016), l'ordinamento italiano continua a mantenere una distinzione molto importante tra unioni civili e matrimonio. Restano escluse le tutele che in molti ordinamenti europei sono ormai parte integrante del principio di uguaglianza: il matrimonio egualitario, la presunzione di paternità o maternità per i figli nati all'interno della coppia, l'accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita e l'impossibilità di ricorrere all'adozione legittimante. Una severità normativa che costringe le famiglie omogenitoriali alle forche caudine della "stepchild adoption", un percorso giudiziario molto lungo e molto costoso in cui un tribunale deve valutare se un genitore non biologico sia "degno" di essere considerato tale per legge. È su questo terreno che si dovrebbe concentrare la richiesta di parità. Non sulla possibilità di prendere una patente, ma sul diritto di vedere riconosciuta la propria famiglia senza dover ogni volta dipendere dalla discrezionalità di un giudice.

La trappola della curva di Gauss e la rimozione delle tutele per i minori

È qui che la parola "normalità" mostra tutta la sua ambivalenza. Per giustificare l'idea dell'omosessualità come eccezionalità statistica, estranea, a suo dire, al 95% della popolazione, Vannacci si barrica dietro lo Zanichelli, ma la sua tesi rivela una trappola sottile: "È solo una questione statistica, io stesso non sono normale", ha quasi schermito il generale per depotenziare la critica. Ma finché resta una categoria statistica, la normalità descrive semplicemente ciò che accade più frequentemente. Quando però viene trasformata in criterio politico diventa invece una graduatoria: la maggioranza si trasforma cioè nella misura implicita della legittimità e ciò che si colloca fuori dalla media viene invitato a giustificare la propria esistenza. Se la normalità coincidesse unicamente con la percentuale numerica, l'esperienza umana verrebbe ridotta a una gelida curva di Gauss, dove i mancini, i premi Nobel, i plurilaureati e persino i generali d'esercito dovrebbero essere rubricati come anomalie.

Anche il riferimento alla genitorialità come "privilegio" più che come diritto si colloca dentro questa stessa cornice. Il ragionamento viene riportato sul terreno della natura, come se l'ordinamento giuridico dovesse limitarsi a certificare ciò che accade spontaneamente nel mondo biologico. Liquidare le richieste di tutela legale bollandole come la pretesa di un "privilegio inesistente in natura" significa però confondere il codice civile con un documentario di National Geographic. Ma il diritto non è mai stato una semplice trascrizione della natura: il diritto non copia la natura, disciplina se mai le responsabilità sociali e i legami affettivi. Se il criterio fosse esclusivamente biologico, sarebbe impossibile spiegare l'esistenza dell'adozione anche per le coppie eterosessuali, delle pensioni di reversibilità, delle successioni testamentarie o di qualunque forma di responsabilità riconosciuta al di là del legame genetico.

A rimanere sospesi in questa zona grigia della polemica ideologica, del resto, non sono i protagonisti dei talk-show televisivi ma i minori che già vivono dentro queste famiglie. La questione riguarda infatti la stabilità delle loro tutele e la continuità dei loro diritti quotidiani in caso, per esempio, di emergenza medica o di scomparsa del genitore biologico.

Quote di genere: la "riserva" indiana e la cecità storica sul merito

L'ultimo capitolo della serata è stato quello dedicato alle quote di genere. Condividendo la linea espressa dalla parlamentare Laura Ravetto, Vannacci ha proposto l'abolizione dell'alternanza di genere nelle liste elettorali, descrivendola come un'offesa alle donne, una forma di protezione paternalistica incompatibile con il principio del merito e un meccanismo degradante che le costringerebbe a essere trattate come un genere umano tenuto "in una riserva". Anche in questo caso il cuore della discussione non risiede nella provocazione, ma nell'immagine della società che essa sottintende: l'idea di un merito capace di affermarsi spontaneamente, indipendentemente dalle condizioni di partenza, esercita da sempre un fascino considerevole.

È una narrazione rassicurante perché promette un mondo in cui il talento individuale basta a se stesso. Più difficile è interrogarsi sulle strutture storiche che precedono il merito e ne condizionano il riconoscimento. Le istituzioni politiche europee, come gran parte delle istituzioni sociali occidentali, sono state costruite per secoli all'interno di sistemi che escludevano o marginalizzavano programmaticamente la partecipazione femminile, non per assenza di capacità delle candidate, ma per la presenza di reti di cooptazione interamente maschili. Le quote "rosa" e i meccanismi di riequilibrio nascono proprio dentro questa storia di sbarramento e non fuori da essa. Possono essere considerati strumenti imperfetti, temporanei o persino insufficienti, ma difficilmente possono essere compresi ignorando il contesto che li ha resi necessari.

A questa visione che riduce le conquiste delle donne a concessioni paternalistiche, la storia del pensiero femminista ha già risposto con precisione. Come ricordava Simone de Beauvoir: "Il legislatore, che ha confiscato i diritti delle donne, si cura poco di definire le loro capacità se non quando queste minacciano i primi privilegi degli uomini". Pretendere di misurare il merito in un campo da gioco i cui accessi rimangono strutturalmente squilibrati significa operare una rimozione della realtà. La democrazia paritaria non è una riserva indiana in cui confinare una minoranza (che minoranza non è, rappresentando la metà della popolazione), ma se mai l'unico strumento istituzionale per garantire che il merito non sia, ancora una volta, un monopolio di genere mascherato da un'universalità di facciata.

La ridefinizione dei confini del "noi"

Insomma, è forse proprio questo il filo invisibile che lega i diversi passaggi di tutto quanto l'intervento televisivo di Vannacci. L'immigrazione, i diritti civili, la rappresentanza politica, la cittadinanza: temi apparentemente lontani che finiscono però per convergere attorno alla stessa, identica domanda, ovvero chi appartiene pienamente alla comunità nazionale e a quali specifiche condizioni. Più che proporre nuove soluzioni tecniche a problemi strutturali, il leader di Futuro Nazionale sembra impegnato a ridefinire continuamente il confine tra chi viene percepito come parte integrante del "noi" e chi, invece, continua a occupare una posizione laterale, subordinata o provvisoria. È una visione politica legittima, naturalmente, come tutte le visioni politiche. Ma è anche una visione che rivela una particolare idea di consorzio umano: una società nella quale l'uguaglianza non coincide necessariamente con il riconoscimento delle differenze e nella quale l'appartenenza continua a essere considerata un traguardo da conquistare e meritare più che una condizione originaria da garantire. Ed è forse questa, più ancora delle singole e frammentarie proposte, la vera posta in gioco emersa dal confronto.

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