Perché Maldini non vuole Conte e Mancini CT dell’Italia, il veto sugli ex compagni di Nazionale

Non c'è una ragione personale legata a vicende extra-calcistiche, ma né Roberto Mancini né Antonio Conte sono considerati da Paolo Maldini e Leonardo adatti a ricoprire l'incarico di commissario tecnico della Nazionale. Non è da (con) loro che intendono ripartire, ammesso vi siano ancora loro due nella governance della FIGC e non scelgano le dimissioni. La candidatura alla quale tengono di più, dopo aver ventilato tentativi a vuoto con Carlo Ancelotti e Pep Guardiola, è Andrea Pirlo ma sul nome dell'ex calciatore ha pesato il "no" di Giovanni Malagò che ha deciso di non dare il via libera per diverse ragioni, tra cui la vicenda della collaborazione con la piattaforma russa di scommesse, Fonbet.
Una strategia discutibile, perché non si capisce quali credenziali professionali avesse Pirlo per ricoprire un ruolo così importante rispetto ad altri colleghi. E che è stata travolta dalla reticenza del presidente federale, più propenso a valutare una candidatura di altro spessore. Sì alla costruzione di un progetto di lungo periodo. Sì all'idea di avere un allenatore disposto a condividere filosofia di gioco e visioni comuni. No al profilo dell'ex campione del mondo 2006, dal passato illustre quale calciatore ma non altrettanto da tecnico (oltre alle pecche emerse nelle ultime ore, compresa la posizione del figlio procuratore sportivo). L'ultimo aspetto può aprire uno scenario completamente nuovo per il futuro della FIGC.
Perché Antonio Conte non è una soluzione secondo Maldini
Antonio Conte è la figura che raccoglie l'unanimità dei club di Serie A. Il suo curriculum parla da solo e nessuno mette in discussione la sua capacità di riportare una squadra a vincere in tempi rapidi. Lo ha fatto anche a Napoli, con il quale nel giro di due anni ha conquistato uno scudetto e una Supercoppa italiana, garantendo anche due qualificazioni in Champions che valgono oro. Eppure la sua opzione non è mai stata presa veramente in considerazione. "Non sono mai stato contattato", ha ammesso lo stesso Conte. Perché? Maldini e Leonardo hanno immaginato un progetto destinato a durare almeno sei anni, con l'obiettivo di creare un'identità condivisa dalla Nazionale maggiore fino alle selezioni giovanili. In questo contesto Conte non rappresenta il profilo ideale.

La sua carriera racconta un'altra storia e un'altra prospettiva. Alla guida dell'Italia è rimasto appena due anni, così come al Chelsea, all'Inter e al Napoli. La sua esperienza più lunga è stata quella alla Juventus, durata tre stagioni e interrotta in pieno ritiro estivo per divergenze sugli investimenti e sul mercato. La questione, quindi, non è mai stata il valore dell'allenatore, ma la sua compatibilità con un percorso pensato per svilupparsi nel lungo periodo, una personalità spiccata all'insegna del "uomo solo al comando" spesso incarnato da Conte, pretese economiche onerose. Non certo al livello di Pep Guardiola ma ugualmente costose per le casse federali. E quel "si può essere vincenti in molti modi, cerchiamo qualcuno che persegua la strada in cui crediamo noi" pronunciato da Leonardo è stato come tirare una riga sul nome del salentino.
Perché Mancini non è mai tornato davvero in corsa
Il discorso relativo a Roberto Mancini è diverso ma porta alla stessa conclusione. L'ex ct, campione d'Europa nel 2021, avrebbe rappresentato la soluzione più semplice e quella preferita da Malagò. Non ci sarebbero stati problemi economici e lo stesso allenatore aveva dato priorità assoluta al ritorno in panchina dopo aver lasciato la Nazionale ad agosto 2023 per accettare la ricca offerta araba. È forse questo lo scotto che paga l'ex ct? Nell'idea di rifondazione, riportare Mancini avrebbe significato ripartire dal passato invece di aprire un nuovo ciclo. Poi sì, ha pesato anche il modo in cui si era conclusa la precedente esperienza di Mancini con la Nazionale.

Perché Pirlo era presentato come candidato ideale
La candidatura di Andrea Pirlo nasceva invece da una serie di fattori che, agli occhi di Maldini e Leonardo, lo rendevano il profilo più coerente con il progetto federale. Il fattore umano e la conoscenza personale di lunga data sono stati sicuramente alla base del rapporto di fiducia che avrebbero voluto costruire anche in Azzurro, ma c'era dell'altro. L'ex calciatore era ritenuto il profilo ideale per la sua visione più moderna di calcio da trasferire all'intero movimento calcistico italiano. Lo aveva già individuato in passato come possibile allenatore del Milan, mentre Leonardo aveva pensato a lui anche per affidargli il Paris Saint-Germain quando era dirigente dei francesi. E poi sarebbe costato di meno (1,5 milioni a stagione).