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14 Settembre 2022
15:09

Cosa vuol dire che è saltato il tetto per gli stipendi pubblici e cosa succede ora

Il tetto di 240mila euro agli stipendi dei dirigenti pubblici è nato nel 2011. Ora un emendamento al decreto Aiuti bis, approvato ieri al Senato, potrebbe farlo sparire.
A cura di Luca Pons
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Ieri il Senato ha approvato il decreto Aiuti bis, stanziando 17 miliardi di euro per imprese e famiglie contro il caro imprese. Domani il testo dovrà passare alla Camera per essere approvato definitivamente, ma sta facendo discutere un emendamento che farebbe saltare il tetto per gli stipendi dei dirigenti pubblici, finora fissato a 240mila euro.

Cos'è il tetto di 240mila agli stipendi pubblici

Si tratta di una misura nata nel 2011 con il cosiddetto decreto Salva-Italia. Era il periodo del governo Monti, della fase più acuta della crisi economica iniziata nel 2009 e dei tentativi di evitare che l'Italia andasse in default, cioè non fosse in grado di pagare i propri debiti. All'inizio del governo Renzi, nel 2014, era stato poi modificato portandolo alla sua forma attuale.

Il tetto stabilisce che le figure più importanti dell'amministrazione pubblica possano avere uno stipendio massimo di 240mila euro lordi all'anno. Questo include i "trattamenti accessori", che sono le voci che si aggiungono allo stipendio di base e costituiscono la parte più grande della retribuzione per i gradini più alti della gerarchia dello Stato.

A dicembre 2021 c'era già stato un allargamento di questo limite: nella legge di bilancio, si era previsto di aumentarlo per adeguarlo all'inflazione dal prossimo anno. Ora però, il tetto potrebbe sparire del tutto.

Come cambiano gli stipendi dei dirigenti pubblici se passa il decreto Aiuti bis

Dopo l'approvazione del decreto in Senato, ieri, i partiti si sono rimbalzati la responsabilità di aver scritto l'emendamento in questione – la prima firma è di Forza Italia, è stato riformulato dal ministero dell'Economia e delle Finanza, poi è stato approvato in commissione dalla maggioranza dei partiti prima del voto in Senato – e l'hanno ampiamente criticato. Nel passaggio alla Camera che dovrebbe avvenire giovedì, quindi,  la norma potrebbe essere eliminata o modificata.

Se venisse approvata, invece, il tetto di 240mila euro lordi all'anno verrebbe eliminato per i vertici delle Forze armate e dei Ministeri. Non sarebbe previsto, in questo caso, neanche un nuovo limite massimo. In particolare, per quanto riguarda le Forze armate, l'emendamento coinvolge queste figure: il Capo della polizia, i comandanti generali di Carabinieri e Guardia di finanza, il capo dell'amministrazione penitenziaria, il capi di Stato maggio di difesa e Forze armante, il comandante del Comando operativo di vertice interforze, e il comandante generale delle Capitanerie di Porto.

In più, e questo è stato il punto più discusso, salterebbe il limite dello stipendio anche per tutti i capi dipartimento e i segretari generali di presidenza del Consiglio e Ministeri. Nel concreto, si parlerebbe di alcune persone per ciascun Ministero. Ad esempio, sarebbero quattro nel Ministero dell'Economia e delle Finanze (nel dettaglio i dipartimenti sono Dipartimento del Tesoro, Ragioneria Generale dello Stato, Dipartimento delle Finanze e Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi). Sarebbero almeno cinque al Ministero dell'Interno, e così via.

Il governo potrebbe bloccare il salto del tetto

L'unico limite agli stipendi, a questo punto, sarebbe la quantità di soldi versata in un fondo apposito, che andrebbe creato con un decreto del presidente del Consiglio su proposta del ministro dell'Economia. Anche se la modifica venisse approvata definitivamente dal Parlamento, quindi, servirebbe un intervento del governo per attuarla concretamente. Da Palazzo Chigi ieri è trapelato che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sarebbe fermamente contrario a questa misura, e che quindi non sarebbe intenzionato a emanare un decreto per attuarla.

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