
Nell’antropologia dei colori, il grigio riveste in quasi tutti i sistemi culturali un ruolo particolare, tra gli assoluti del bianco e del nero. Il grigio è uno spazio liminale che accoglie la complessità dell’esperienza umana, sfuggendo a quel dualismo improbabile tra luce e ombra. Se nel contesto Nord-Atlantico incarna la stabilità del metallo e il rigore della tecnica, nel sud-est Asiatico si trasforma in cenere e polvere, richiamando la modestia dei monaci e il distacco dai desideri terreni. Il grigio è il colore della saggezza ottenuta con l’età, simbolo di una maturità intellettuale che riflette prima di agire. Nella sua apparente monotonia si nasconde in realtà la resistenza minerale capace di evocare la solidità della pietra e la calma inquieta di un cielo coperto. Il grigio è custode della sfumatura, offre un rifugio sobrio ed elegante alle possibilità che nascono dopo dubbi e riflessioni, colora i luoghi in cui la mente può riposare e sentirsi rassicurata dal rumore dei colori accesi. Negli ultimi due anni abbiamo assistito a una tendenza precisa che collega il grigio delle donne che parlano a grandi masse. In un panorama dominato dalla polarizzazione, indossare il grigio diventa un atto di quiet luxury comunicativo: sposta l’attenzione dalla forma al contenuto grazie a un discorso che non ha bisogno di filtrare le parole col corpo, in apparenza. L’armatura di credibilità e modesta posizione nel mondo è capace di rivendicare il valore del racconto dell’esperienza sopra e contro i fatti.
Il 9 aprile 2026 Melania Trump percorre il corridoio lungo che taglia in due il Grand Foyer della Casa Bianca nel suo tailleur grigio per raggiungere il leggio. In poco meno di una ventina di minuti dirà tre cose importanti, riportando il caso Epstein sul palcoscenico del conflitto, mentre suo marito da mesi sta cercando (con discreto successo) di insabbiarlo. La prima è che non ha mai avuto una relazione con Jeffrey Epstein. La seconda è che non è stata presentata a Donald Trump da Jeffrey Epstein. La terza è che non sapeva dei crimini di Jeffrey Epstein.
Melania liquida l’email in cui apostrofa Ghislaine Maxwell chiamandola “Love” come una comunicazione quasi obbligata di convenevoli e in effetti se entriamo negli Epstein Files Melania nella conversazione non c’è mai, se non nominata e raccontata da altri. Alla fine della messa in scena, la first lady gira i tacchi e ripercorre il corridoio del Grand Foyer della Casa Bianca nel suo tailleur grigio fino a scomparire. Non c’è spazio per nessuna domanda. Devo dire che è stato tutto abbastanza insolito e si fatica a trovare un senso a questa apparizione in un momento dove Donald Trump e la Casa Bianca stanno gestendo una guerra con l’Iran, la sottomissione al criminale internazionale Netanyahu, una querelle col Papa e il favore evangelico crescente per J.D. Vance, il tutto per trasportare proprio il Presidente lontano dalla galassia Epstein. Ma se analizziamo come un evento chiuso il momento di Melania, il punto non sta in quello che ha detto (non aggiunge davvero nessuna informazione a quanto già noto), ma nel fatto che a parlare in quel momento sia stato un corpo che compare di rado, strategicamente tenuto fuori dal circuito del consumo politico quotidiano e che proprio per questo quando entra in scena ha una densità politica diversa.

La first lady non ha alcun ruolo parlante come potrebbe essere quello di un ministro o della portavoce della Casa Bianca, tanto meno è una figura che si offre a dichiarazioni pubbliche. Reuters definisce questo intervento una rara incursione di Melania Trump nella res publica e io sono d’accordo, credo che a questo corpo sia stato attribuito il lavoro politico più importante in questo momento. Melania Trump produce un cambio di scena perché sposta una materia vischiosa composta da vecchie fotografie, email, relazioni mondane e voci legate ai files in una forma morale molto più immediata: una donna difende il suo nome, protegge la sua famiglia e chiede giustizia per le vittime. Melania Trump non risolve per nulla il problema o i dubbi sulla sua figura e quella del marito, anzi. Diciamo pure che spostare il fuoco sulla testimonianze delle vittime evidenzia che trent’anni di deposizioni non siano ancora sufficienti per credere alle donne e alle bambine coinvolte. Eppure Melania Trump fa una cosa ancora diversa, ricodificando lo spazio discorsivo, cambiando completamente il tono della conversazione pubblica. Entra in scena il corpo come discorso pubblico performativo, come tecnologia di credibilità. Cosa fa il potere quando non ha più presa dialettica sulla manipolazione dell’informazione? Inserisce una nuova variabile, cerca il corpo che possa rendere più convincente una smentita, per esempio, o più presentabile la bugia che sta cercando di far passare per possibilità. Melania serve esattamente a questo.
Possiamo aiutarci con alcuni ragionamenti più ampi. Erving Goffman, sociologo canadese, ha studiato il modo in cui le persone costruiscono la realtà sociale nelle interazioni quotidiane. La sua idea centrale è che ogni situazione pubblica funziona perché qualcuno riesce a darle una forma riconoscibile e plausibile. Quando entriamo in una stanza, per esempio, parliamo con qualcuno o anche solo prendiamo posto, stiamo sempre leggendo il contesto e regolando il nostro comportamento. Per Goffman, quindi, la vita sociale richiede un lavoro continuo sulle apparenze condivise. Da qui possiamo derivare una riflessione sul potere: non agisce soltanto attraverso decisioni o ordini, ma anche stabilendo la cornice dentro cui quelle decisioni appaiono sensate e autorevoli, potremmo dire credibili. Penso a Goffman nel momento in cui osservo l’ingresso di Melania Trump nel Grand Foyer perché in quella scena stiamo assistendo al potere mentre organizza una situazione e cerca di orientarne il significato. La scenografia, l’assenza di domande, la rarità del corpo di Melania contribuiscono a costruire un frame molto preciso di riscrittura.
Così, quello che fino a poco prima apparteneva agli Epstein Files viene spostato su un altro piano percettivo. Così agisce il potere quando si trova in difficoltà, da secoli, ridefinisce la scena in cui il problema viene percepito. È chiaro che in questo processo i corpi hanno un ruolo determinante. Alcuni corpi politici vengono esposti di continuo fino a consumarmi, altri vengono centellinati come risorse simboliche da impiegare quando occorre rialzare il tono morale della conversazione pubblica.
Ma oltre a Goffman, io ho pensato anche all’antropologo britannico Victor Turner quando parla di riti e crisi collettive. Quando un ordine sociale si incrina le comunità cercano forme pubbliche per attraversare la frattura. La crisi viene esposta per poter essere inserita dentro una sequenza riconoscibile che porta, alla fine, a una ricomposizione. Il rito serve proprio a questo, no, a dare forma al conflitto e renderlo leggibile. Se osservo il momento di Melania Trump questo schema è evidente: Melania accosta il suo nome a quello della crisi e con la sua presenza contribuisce a cambiarne forma, dal documento digitale alla storia famigliare composta da corpi reali e persone. E riguardo a questo sempre Turner ci aiuta quando dice che nei drammi sociali i ruoli vengono distribuiti secondo una logica precisa perché la messa in scena richiede un copione e incarnamento. Diventa ancora più evidente quando Melania Trump invoca audizioni pubbliche con le sopravvissute, perché da un lato abbiamo un corpo protetto che viene esposto pochissimo dalla conversazione pubblica, dall’altro abbiamo i corpi delle vittime chiamati ancora una volta a esporsi per conferire autenticità, prove e testimonianze alla loro denuncia.
Tutto questo teorico sarebbe perfetto e probabilmente anche chi ha ideato questo intervento di Melania Trump senza contraddittorio era convinto che sarebbe finito con una deflagrazione e un cambio di passo, ma come spesso accade nelle storie politiche, le reazioni non si sono fatte attendere. L’intervento più importante per me è quello che vede rispondere le vittime chiamate a raccolta da Melania Trump come se giocassero nella stessa squadra. Più di una dozzina di denunciati insieme ai fratelli di Virginia Giuffre hanno accusato Melania Trump di scaricare sulle vittime un onere che non dovrebbe più spettare loro. Le denunciati hanno già parlato, tantissime volte, e hanno già messo i loro corpi davanti al mondo. Chiedere ancora una volta audizioni pubbliche in una scena politicizzata dalla first lady è da leggersi come un ulteriore trasferimento del peso della verità sulle persone meno privilegiate e più esposte del sistema, oltre che affermare neanche troppo implicitamente che le testimonianze degli ultimi trent’anni non valgono niente se non avvengono quando lo stabilisce qualcuno di più potente (e coinvolto). La gerarchia dei corpi che il potere organizza prevede che i corpi delle vittime servano alla narrazione del carnefice, più che a raccontare la loro storia.
Su questo sfondo, poi, compare la figura di Paolo Zampolli, ex agente di modelle italo-americano, amico di lunga data di Donald Trump tanto che oggi è incaricato del ruolo di special representative for global partnership dall’amministrazione. Zampolli è soprattutto la persona che rivendica di aver presentato Melania a Trump, tanto da proporsi come testimone davanti al Congresso per suggellare la genealogia raccontata dalla first lady. Perché ci interessa Zampolli? Prima di tutto perché compare negli Epstein Files in relazione a minacce di morte, droghe e approvvigionamento di modelle. In secondo luogo perché la sua ex compagna Amanda Ungaro, modella brasiliana che è stata deportata dall’Ice appena la sua relazione con Zampolli si è conclusa, si è scagliata contro Melania Trump affermando di poter far vacillare il discorso fatto nel Grand Foyer.
Potrebbe sembrare (e in parte hanno cercato di liquidarlo proprio così le varie testate vicine allo Studio Ovale) di gossip, ma l’offensiva di Ungaro contro Melania Trump è molto interessante perché lavora per evocazione. Suggerisce che la versione ripulita della storia non è così semplice e fa pressione su questo punto, senza costruire una contro-narrazione completa, ma incrinando la pretesa di una scena pulita. Ungaro colpisce Melania e la credibilità dell’istituzione stessa. C’è poi un secondo livello e riguarda la posizione dei due corpi contrapposti. Amanda Ungaro entra in questa storia come corpo di scarto, nascosto e deportato, privato della custodia del figlio e ritorna sulla scena pubblica all’interno di una vicenda che Melania Trump considera ripulita grazie al suo intervento. Cosa la rende interessante? Un tempo Ungaro frequentava gli stessi luoghi e gli stessi uomini di Melania Trump, aveva la stessa prossimità al potere e dosava il suo corpo proprio per ribaltare la narrazione del suo compagno. Ungaro non è altro da Melania Trump, ma una sua concreta possibilità futura se non segue determinate regole. Amanda Ungaro questo lo sa e porta attrito per questo. Riposiziona nella stanza qualcosa che quella stanza cerca di espellere e impedisce alla materia torbida degli Epstein Files una forma (plastica) più solenne. Sono i residui, le tracce, a raccontarci quando il male si è annidato nel nostro corpo e ogni genealogia, anche se ripulita, sul fondo ne lascia in grandi quantità.
di Giulia Paganelli