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Asilo nido negato alle mamme in Parlamento: solo i dipendenti di Palazzo Chigi ne avevano diritto

Fino a pochi mesi fa per i deputati e le deputate con bambini piccoli non avevano a disposizione per i propri figli dei posti (a pagamento) in un asilo nido vicino ai palazzi istituzionali a Roma, un diritto di cui godevano invece i dipendenti di Palazzo Chigi. Secondo quanto apprende Fanpage.it, da poco è stata sanata questa disparità di trattamento, ma resta ancora molto da fare per adeguare l’Italia agli standard europei.
A cura di Annalisa Cangemi
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L’asilo nido, pubblico o privato, è per molte famiglie l’unica opzione per l’accudimento bambini nella fascia di età tra tre mesi e tre anni. Per questo dovrebbe essere un servizio per tutti. Ma in Italia i posti sono ancora troppo pochi, e molti territori, soprattutto al Sud, sono ancora distanti dal raggiungimento del target europeo di copertura del 33%. L’educazione fin dalla prima infanzia non è ancora un diritto. Neppure, fino a pochi mesi fa, per le deputate e i deputati italiani.

Esattamente come accade a tanti genitori, i parlamentari non hanno la possibilità di occuparsi della cura dei figli durante il lavoro, mentre votano o intervengono in Aula, cioè mentre svolgono l’incarico per cui in teoria li abbiamo eletti. Una difficoltà sentita soprattutto da coloro che hanno la residenza fuori Roma, e che fanno i pendolari tutte le settimane. La battaglia per la concessione di questo diritto anche ai deputati è stata avviata la scorsa estate da due parlamentari, Chiara Gribaudo (Pd) e Chiara Colosimo (Fdi), entrambe diventate mamme da poco, che per prime hanno sollevato il tema.

In verità a fasi alterne della vita repubblicana sono stati messi a disposizione alla Camera spazi dedicati ai figli piccoli delle deputate, per consentire quantomeno l'allattamento dei neonati. In passato quest'esigenza era meno pressante, anche perché nelle legislature precedenti le donne in Parlamento erano poche e di età più alta rispetto alla media attuale. Chiaramente si tratta di un tema che riguarda più la Camera che il Senato, considerato che l'età minima per essere eletti è 25 anni a Montecitorio, e 40 anni a Palazzo Madama. Secondo i dati di Openpolis, all'inizio di questa legislatura l'età media dei parlamentari eletti era 51,2% (dato in controtendenza rispetto alle ultime tre legislature, in cui l'età media era andata via via diminuendo). Gli under 40 si trovano tutti alla Camera (secondo quanto prevede la Costituzione) e rappresentano il 10,7% degli eletti in Parlamento, e il 16,2% dei membri della Camera: in tutto nel 2022 si contavano 65 deputati di età inferiore ai 40 anni.

Da qualche anno, dal 2022, è anche possibile per le deputate mamme entrare durante le sedute in Aula con i loro figli, partecipando ai lavori parlamentari e allattandoli fino al compimento di un anno, in postazioni dedicate collocate nell'ultima fila superiore dell'emiciclo oppure in una tribuna riservata, per questioni di privacy. La possibilità di allattare a Palazzo Madama è invece arrivata un anno dopo, nel 2023. Su questo per la verità il nostro Paese era già in ritardo, visto che allattare durante i lavori parlamentari era già consentito all’estero e nel Parlamento Europeo.

Asilo nido solo per dipendenti di Palazzo Chigi: deputati esclusi fino a poco tempo fa

Secondo quanto apprende Fanpag.it, fino a poco tempo fa l’asilo nido previsto per i dipendenti di Palazzo Chigi era precluso ai figli dei senatori e delle senatrici e a quelli delle deputate o dei deputati. Per loro c'erano a disposizione solo un paio di posti riservati – qualora fossero rimasti scoperti – nell'asilo nido ‘aziendale' che è stato creato nei ministeri dell'Agricoltura e al Mef. Successivamente è stata fatta una convenzione, aprendo il nido di Palazzo Chigi anche ai figli dei senatori e delle senatrici. Per i deputati e le deputate, invece, nessuna concessione, sebbene, come abbiamo visto, alla Camera l'età media sia più bassa. Parliamo di una struttura che si trova in via della Mercede, all'interno dei palazzi del governo, a due passi quindi da Palazzo Chigi e da Montecitorio, aperta dalle 8 alle 19. Al momento è frequentata da 10 bambini. Non sono previsti sconti particolari per le famiglie, ma il costo è quello di un qualsiasi asilo nido privato a Roma: circa 880 euro al mese.

Chiara Colosimo e Chiara Gribaudo si sono attivate per porre il tema ai deputati questori, e dopo mesi di confronto la situazione si è sbloccata, con un voto all'unanimità dell'Ufficio di Presidenza della Camera: sono stati ammessi nella struttura di via della Mercede i figli di tutti i parlamentari. Anche se nella graduatoria vengono avvantaggiati i dipendenti di Palazzo Chigi, che hanno comunque la precedenza.

Congedi parentali: i parlamentari non hanno gli stessi diritti degli altri lavoratori

In Parlamento c'è un altro vulnus: i deputati e le deputate non hanno diritto a un congedo parentale specifico per la malattia del figlio, che garantisca loro l'esenzione dalle attività parlamentari (come votazioni in aula o lavori in commissione). Non essendo previsto per i deputati un congedo parentale, fruibile entro i 14 anni di vita del bambino, i parlamentari non hanno in pratica le stesse tutele previste per i lavoratori dipendenti, al di là dei cinque mesi di maternità assicurati per le donne e dei 10 giorni di congedo obbligatori per i padri. Per cui se non partecipano ai lavori per accudire i figli vengono considerati assenti. È una disparità di trattamento che andrà prima o poi affrontata a livello istituzionale. Anche perché la presenza o l'eventuale assenza di un parlamentare in Aula è una questione che riguarda il funzionamento della macchina democratica e dovrebbe interessare qualsiasi cittadino.

L’equilibrio tra vita privata a professionale è fondamentale per l'empowerment femminile. Ma nel nostro Paese, senza un congedo parentale paritario obbligatorio che garantisca una piena condivisione della cura dei figli (proposta recentemente bocciata per mancanza di coperture) e senza servizi adeguati, come appunto gli asili nido vicino al lavoro, è difficile anche solo avvicinarsi a una rivoluzione culturale che preveda non solo la parità salariale, ma anche il superamento di stereotipi e disparità di genere.

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