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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

Francia nega il visto ad attivista palestinese: è l’effetto delle sanzioni di Trump alla CPI

Shawan Jabarin, direttore dell’organizzazione palestinese Al-Haq, avrebbe dovuto intervenire al Parlamento europeo martedì. L’opposizione della Francia alla concessione del visto ha impedito all’attivista di presenziare. L’eurodeputato francese dei Verdi, Mounir Satouri, ha definito l’espisodio “estremamente grave”.
A cura di Gabriele Nunziati
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Shawan Jabarin, direttore di "Al–Haq"
Shawan Jabarin, direttore di "Al–Haq"
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C’è molta frustrazione fra i colleghi di Shawan Jabarin, il direttore di “Al-Haq”, storica organizzazione palestinese per i diritti umani. Martedì era previsto un suo intervento alla riunione della sottocommissione per i Diritti dell'uomo del Parlamento europeo. I piedi di Jabarin, però, non hanno mai toccato il suolo dell’Ue. La Francia gli ha negato il visto.

In questi giorni avrebbe dovuto partecipare, insieme ai rappresentanti di altre Ong, a una serie di incontri in Belgio, Paesi Bassi e Francia per sollevare l’attenzione sulle conseguenze negative delle sanzioni statunitensi nei confronti della Corte penale internazionale (Cpi) e di chi vi collabora. Washington ha infatti usato la scure delle sanzioni non solo contro undici tra pm e giudici della Cpi, ma anche contro tre Ong palestinesi che sostengono il lavoro della Corte: Al Mezan, il Centro palestinese per i diritti umani e Al-Haq, l’organizzazione di Jabarin.

Le tre Ong palestinesi sono state sanzionate per essere “direttamente coinvolte nelle azioni illegittime della Corte penale internazionale (CPI) contro Israele”. È quanto si legge nel comunicato stampa firmato dal segretario di Stato, Marco Rubio. “Queste entità hanno partecipato direttamente alle iniziative della Corte penale internazionale (Cpi) volte a indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini israeliani, senza il consenso di Israele”, afferma Rubio.

Prima ancora delle sanzioni statunitensi, Al-Haq era finita nel mirino di Israele nel 2021, quando Tel Aviv l’aveva inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche insieme ad altre Ong palestinesi. Decisione che non era stata condivisa dalla Francia. “Non sono pervenute da Israele informazioni rilevanti che giustifichino una revisione della nostra politica nei confronti delle sei Ong palestinesi sulla base della decisione israeliana di designare tali Ong come ‘organizzazioni terroristiche' – si legge in un comunicato del 2022 firmato da Parigi e da altre otto capitali europee -. In assenza di tali prove, continueremo la nostra cooperazione e il nostro forte sostegno alla società civile nei territori palestinesi occupati”.

Non risulta quindi chiaro perché la Francia si sia opposta al rilascio del visto per Jabarin, nonostante Belgio e Paesi Bassi si fossero espressi favorevolmente, almeno secondo quanto è stato ricostruito finora. Oltretutto, era già stato concordato un incontro al ministero degli Esteri francese a cui avrebbe dovuto partecipare anche il direttore di Al-Haq. “Questo atto è per me estremamente grave. In primo luogo, ostacola il nostro lavoro di parlamentari. Mette gravemente in discussione la separazione dei poteri. Il fatto che un esecutivo europeo ci impedisca di svolgere il nostro lavoro di parlamentari è estremamente grave per lo Stato di diritto all’interno dell’Unione europea”, ha tuonato l’eurodeputato francese dei Verdi, Mounir Satouri, aprendo la riunione della sottocommissione, a cui alla fine ha presenziato il vicedirettore di Al-Haq, Tahseen Alayan. “La Francia non può esprimersi e agire al più alto livello per sostenere i giudici della Cpi soggetti a sanzioni statunitensi e ostacolare l’ingresso nel territorio europeo di Ong che cooperano, collaborano e forniscono informazioni per il lavoro della Cpi. Tutto questo è incoerente – ha affermato -. Mi auguro che questo messaggio arrivi ai piani alti in Francia”.

Con le sanzioni gli Stati Uniti stanno creando un clima intimidatorio che mira ad ostacolare le attività della Corte e delle Ong volte ad accertare la responsabilità nell’ambito delle indagini sulle violazioni commesse in Palestina e Afghanistan. “Gli Stati Uniti hanno trasformato il dollaro americano e il proprio sistema finanziario in vere e proprie armi, al fine di impedire che i cittadini statunitensi o i loro alleati rispondano dei crimini compiuti”, ha dichiarato martedì Zoe Paris, coordinatrice della Coalition for the International Criminal Court, durante una conferenza stampa a Bruxelles.

In questo scenario, secondo Paris, un intervento deciso dell’Ue sarebbe necessario per sostenere il lavoro della Corte e delle Ong. Tuttavia, spiega, si assiste alla “totale mancanza di una risposta strutturale e coordinata”. Paris, affiancata dai rappresentanti di Al-Haq, Al Mezan e del Centro palestinese per i diritti umani, ha perorato l’attivazione da parte dell’Ue del regolamento di blocco. Si tratta di una sorta di scudo legale che Bruxelles può utilizzare per proteggere soggetti ed enti europei dall'applicazione extraterritoriale di leggi varate da Paesi terzi, in questo caso dagli Stati uniti. “Ci chiediamo ancora perché, a più di un anno dalle prime sanzioni, non sia stato attivato il regolamento di blocco dell’Ue, nonostante si tratti di uno strumento che ne limiterebbe l’impatto – ha dichiarato la coordinatrice della Coalizione -. Il messaggio che ne deriva è che, in caso di inclusione in un regime sanzionatorio, noi, in quanto organizzazioni della società civile, non saremo protetti dall’Unione europea”.

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