La polizia di Stato serve il Paese e non è piegata ad alcun interesse di parte. Chi sbaglia paga nelle forme prescritte dalla legge. Che pena leggere commenti affrettati e ingenerosi per dispute politiche o per regolare conti personali”. Se la risposta dell’account ufficiale della Polizia di Stato a Roberto Saviano non vi causa alcun tipo di ansia e non vi mette a disagio, allora avete un problema. Anzi, abbiamo un problema. Non solo, non tanto, per l’oggetto del contendere, ma per ciò che questa risposta rappresenta, per il precedente gravissimo che costituisce e per il clima che contribuisce a determinare, a maggior ragione a pochi giorni dalle Elezioni Europee.

Breve premessa: da qualche tempo alcune “scelte e comportamenti” di rappresentanti della Polizia di Stato destano perplessità (eufemismo), in (parte degli) ambienti giornalistici e politici. I mutati equilibri di potere e la presenza al Viminale di un ministro come Matteo Salvini sembrano aver influenzato in maniera sensibile anche le scelte comunicative e l’approccio all’opinione pubblica (nelle piazze reali e virtuali) di chi rappresenta le istituzioni e detiene il monopolio della forza. L'insistenza con cui Salvini si presenta con la divisa della Polizia e la tendenza ad ampliare il raggio di ciò che considera "decisione politica" (si veda il caso Diciotti), rafforzano poi la sensazione di un mutamento strutturale del rapporto fra politici, istituzioni e forze di polizia. In questo contesto, dunque, la critica verte sul rischio della “politicizzazione” delle FFOO e delle istituzioni in generale, che non è tanto o soltanto adesione alla linea politica di un partito o di un esponente del governo, ma soprattutto adesione a un modello comunicativo, replica di un frame narrativo, legittimazione di uno schema di rappresentazione della realtà che divide, alimenta tensione e odio.

Il caso del video di Manduria, sollevato da ValigiaBlu, e la gestione delle critiche successive, sono estremamente esplicativi. Come si legge qui, il 2 maggio VB pubblicava “un articolo critico sulla scelta della polizia di pubblicare sui propri account social due video delle aggressioni a Manduria, dove una persona anziana e con problemi mentali è stata picchiata, torturata, bullizzata da un gruppo di ragazzi tra cui alcuni minorenni”. La scelta, che evidentemente non aveva alcuna valenza di tipo investigativo (semmai giornalistico, ma questo è chiaramente un altro discorso), determinava la nascita di “un'ondata di odio, sete di vendetta, violenza inaudita, commenti spaventosi tranquillamente ospitati sugli spazi social della polizia di Stato”. Il tutto con una moderazione praticamente inesistente. Peraltro, come notato su Wired, la pubblicazione di tale video “contrasta(va) con le stesse policy social della polizia di stato, che in teoria dovrebbe usare i social per comunicare “informazioni utili per la prevenzione di reati” (si legge nelle linee guida), oltre che notizie che c’entrano direttamente con le attività del corpo”. La Polizia riteneva giusto mostrare immagini crude e provocare una risposta univoca nei cittadini: sdegno, indignazione e gogna pubblica per i presunti colpevoli. Il merito della questione (l'efferatezza dell'episodio di cronaca), attenzione, non c'entra nulla: è il metodo e il senso dell'intera operazione il vero problema.

Le risposte ufficiali alle critiche sono state ancora peggio. Dopo aver scelto l’interlocutore cui affidare la risposta a domande poste da altri, il giornale di Mentana OPEN, la Polizia si limitava a generiche considerazioni sull’impossibilità di moderare tutti i commenti e tagliava corto: “Non vorremmo che tutta questa polemica fosse la tragica riproduzione della metafora del dito e della luna”. Una linea sposata in pieno dal capo della polizia Franco Gabrielli, che attaccava “le anime belle e i puristi della sensibilità” che avevano osato muovere critiche. Un linguaggio tranchant che sembra perfetto per il tempo in cui viviamo: vittimismo, rifiuto della complessità, allergia al dissenso e delegittimazione del ruolo dei giornalisti e degli intellettuali. Mancava solo la chiosa “bacioni” e avremmo avuto la versione in divisa della comunicazione social del ministro dell’Interno.

Tutto ciò, per giunta, in un momento in cui appaiono più che legittime le critiche nei confronti della gestione dell’ordine pubblico durante le manifestazioni di dissenso nei confronti delle politiche del governo e degli stessi membri dell’esecutivo. L'agibilità e la sostanziale impunità garantita a Casapound per i fatti di Casal Bruciato gettano un'ulteriore ombra su quanto il "clima" che si respira al Viminale possa incidere nelle scelte operate da questure e prefetture. Nel caso romano, tollerare per giorni e giorni la presenza di un gazebo dei militanti di Casapound (che incitavano all'odio e diffondevano materiale contro la legittima assegnazione di una casa popolare a una famiglia rom), mentre i manifestanti antirazzisti e antifascisti venivano confinati in una piazzetta adiacente, è un segnale chiarissimo.

Con la risposta a Roberto Saviano, però, si è passati addirittura al livello successivo. La Polizia di Stato (che non ha ancora chiarito chi gestisce quell'account) non solo sceglie di rispondere direttamente alle critiche di uno scrittore (che per inciso è sotto protezione…), ma lo fa in modo aggressivo e minaccioso, delegittimando gli argomenti di un cittadino ("che pena"!) e parlando di "regolamento di conti". Un linguaggio da baruffa politica, che con il ruolo e la complessità dei compiti della Polizia di Stato non c'entra nulla, ma che soprattutto apre prospettive inquietanti. Che piaccia o meno al Viminale, la Polizia di Stato ha il compito di proteggere e tutelare Saviano "anche" quando muove critiche alla Polizia di Stato o alle istituzioni. E ogni cittadino deve sentirsi libero di criticare le istituzioni e le stesse Forze dell'ordine, senza reprimende intimidatorie o gogna pubblica.

Il punto è che nelle democrazie moderne la separazione dei poteri e il principio di uguaglianza servono anche a modellare il concetto stesso di sicurezza. Che non è solo “sicurezza da…” (ovvero tutela dell’incolumità personale, della proprietà e via discorrendo), ma è anche “sicurezza di…” (ovvero garanzia di poter esercitare i diritti garantiti dagli ordinamenti costituzionali). La sicurezza che è chiamato a garantire chi detiene il monopolio della forza, rappresenta le istituzioni o riveste incarichi pubblici, investe anche concetti come la libertà di espressione, di dissenso, di opinione e manifestazione. Un compito che mal si concilia con un linguaggio aggressivo e allusivo nei confronti di un cittadino che aveva legittimamente espresso una sua valutazione personale. Che quel cittadino fosse Roberto Saviano importa poco. Perché la questione riguarda tutti noi.

AGGIORNAMENTO 11 maggio – Il Capo della Polizia Franco Gabrielli ha risposto alle critiche in una lunga e articolata intervista concessa al taccuino di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera. Gabrielli ha rivendicato la decisione di replicare allo scrittore napoletano, assumendosi la responsabilità del tweet e del contenuto dello stesso:

Si è trattato di accuse ingiuste e ingenerose, perché coinvolgono la polizia in una polemica politica che non ci appartiene. Io come vertice di questa amministrazione posso provare fastidio e preoccupazione quando il ministro dell’Interno viene definito “ministro della Malavita”, ma non mi sono mai permesso di interloquire. Se però la mia amministrazione viene chiamata in causa con affermazioni false, ho il dovere, oltre che il diritto, di reagire e di chiedere rispetto

[…] Quel tweet non appartiene a un funzionario anonimo sfuggito al controllo dell’amministrazione, ma è stato sollecitato e autorizzato. Se devo dire qualcosa lo faccio in maniera chiara e diretta, senza infingimenti o ipocrisie. Non a caso nella risposta abbiamo specificato che “chi sbaglia paga nelle forme prescritte dalla legge”, riferendoci all’eventuale comportamento illegittimo del singolo poliziotto