Una quota 100 rivisitata. E in parte ridimensionata. Questa potrebbe essere una delle ipotesi da adottare per far scendere la spesa per la riforma delle pensioni e l’avvio del superamento della legge Fornero per cui il governo ha previsto lo stanziamento di 6,7 miliardi in manovra. Il Corriere della Sera illustra la proposta presentata da Alberto Brambilla, esperto di previdenza molto vicino alla Lega. L’ipotesi è quella di uno scalone al 31 dicembre per cui andrà in pensione a marzo 2019 solamente chi ha raggiunto i requisiti per la quota 100 – ovvero 62 anni di età e 38 di contributi versati – da almeno due anni. Tradotto, questo vuol dire che a partire da gennaio potrà andare in pensione chi ha 64 anni di età e 40 di contributi. La data fissata per stabilire chi rientra in questi criteri sarebbe quella del 31 dicembre: chi a quella scadenza ha i requisiti da almeno due anni può rientrare nella quota 100 da subito.

Nella legge di Bilancio  non sono stati definiti i criteri né della quota 100 né del reddito di cittadinanza, in attesa che la trattativa con l’Ue arrivi a un punto fermo. Probabilmente si dovrà ridurre la spesa per queste due misure ed è proprio per questo che Brambilla offre il suo suggerimento al governo, attraverso le pagine del Corriere, tema di pensioni: “La prima necessità è risolvere i problemi della legge Fornero. Fatto questo chiarimento ci sono due elementi pratici di cui tenere conto: nel prossimo mese di gennaio l’Inps non può ricevere in un sol colpo quasi 300mila nuove domande di pensionamento, l’altro punto è che un meccanismo del liberi tutti costerebbe di più 7 miliardi di euro”.

L’obiettivo è evitare costi non sostenibili, pur non rinunciando a lanciare un messaggio che corrisponda a quanto annunciato in campagna elettorale e negli ultimi mesi dal governo e in particolare dalla componente leghista. “La premessa è liberare tutti i lavoratori” che non hanno 67 anni di età o 42 di contributi e non possono quindi uscire dal mondo del lavoro, spiega Brambilla. Quindi si pensa a un’uscita anticipata solamente per chi la quota 100 l’ha già raggiunta quest’anno.

I primi ad andare in pensione sarebbero i lavoratori che hanno i requisiti, al 31 dicembre 2018, da almeno due anni. Poi toccherebbe a chi li ha da più di 18 mesi e meno di 24. E solo dopo scatterebbero gli ulteriori scaglioni, tra il 2019 e il 2020, per tutti i titolari di quota 100 al 31 dicembre 2018. Una soluzione, quella prospettata dall’esperto previdenziale, che servirebbe per salvare la promessa elettorale, ma risparmiando. Con una modifica sostanziale: la quota 100 diventerebbe in realtà quota 104, perché chi ha i requisiti da due anni al 31 dicembre deve avere, a questa data, almeno 64 anni di età e 40 di contributi.

Le stime dei destinatari della nuova quota 100

È lo stesso Brambilla a stimare quanti possano essere i destinatari di questa quota 100 riformulata. Si tratterebbe di circa 250mila persone: 150mila per il 2019 e 100mila per quello successivo. “Il costo previsto – spiega ancora – è in media di circa 3,9 miliardi all’anno nei primi cinque anni, il picco di spesa è comunque nel 2020 con un costo di circa 5,3 miliardi”. L’idea è quella di sbloccare prima “l’ingorgo”, così lo definisce, con i 250mila iniziali, per poi prendere una decisione politica che stabilisca cosa fare nel 2021: “L’intento sarebbe fissare una nuova soglia con 64 anni di età e 39 di contribuzione, ma è una decisione tutta politica”.