video suggerito
video suggerito
Pensioni

Pensioni, statali obbligati a lavorare per 49 anni per evitare taglio dell’assegno: la simulazione Cgil

Alcune categorie di dipendenti pubblici, a causa delle riforme pensionistiche varate negli ultimi anni, si ritroveranno in futuro a dover lavorare molto più a lungo per non subire un taglio significativo dell’assegno. Uno studio della Cgil ha calcolato che in alcuni casi si potrebbe arrivare a superare i 49 anni di contributi versati.
A cura di Luca Pons
0 CONDIVISIONI
Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

L'allarme riguarda quelle categorie di dipendenti pubblici che negli ultimi anni hanno visto inasprirsi le condizioni per il pensionamento: dopo una stretta sulle aliquote di rendimento (e quindi un taglio degli assegni), l'aumento delle finestre mobili e l'aumento dell'età pensionabile, chi è iscritto alle gestioni CPDEL, CPS, CPI e CPUG nei prossimi anni dovrà soddisfare dei requisiti ben più stringenti rispetto al passato. Dovrà accettare il taglio dell'assegno pensionistico, oppure lavorare molto più a lungo per evitarlo. È quello che emerge da uno studio dell'Osservatorio previdenza della Cgil.

Chi rischia di dover lavorare per oltre 49 anni prima di avere la pensione senza tagli

La novità riguarda quattro gruppi in particolare. Si tratta dei dipendenti pubblici iscritti alle gestioni:

  • CPDEL, ovvero i dipendenti degli enti locali;
  • CPS, ovvero i sanitari;
  • CPI, ovvero insegnanti di asilo e scuole elementari parificate;
  • CPUG, ovvero ufficiali giudiziari, aiutati ufficiali giudiziari e coadiutori.

Nel complesso, il sindacato afferma che si tratta di circa 700mila persone. Gli effetti si faranno sentire maggiormente per chi è nel cosiddetto regime "misto", ovvero chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996 e quindi ha lavorato in parte nel regime retributivo, e in parte in quello contributivo.

I tagli all'assegno pensionistico e i tempi più lunghi per lasciare il lavoro

I problemi nascono dal fatto che, su queste categorie, si sono accumulate una serie di riforme penalizzanti negli ultimi anni. Nel 2023, il governo Meloni ha deciso di tagliare le cosiddette aliquote di rendimento: significa che chi sceglie la pensione anticipata accetta di ricevere un assegno più basso. Secondo i calcoli della Cgil, questo può portare chi ha uno stipendio annuo da 30mila euro a perdere tra mille e 6.100 euro all'anno di pensione, a seconda del momento del pensionamento, che possono diventare oltre 117mila euro nel corso della vita. Più sale lo stipendio, maggiore è il taglio.

In più, c'è l'aumento delle finestre mobili, ovvero del periodo che bisogna attendere dopo aver raggiunto i requisiti per la pensione prima di ricevere effettivamente l'assegno. Prima era di tre mesi, ma sempre nel 2023 il governo ha stabilito un incremento graduale. Nel 2025 la finestra è salita a quattro mesi, quest'anno a sei mesi, nel 2028 arriverà a nove mesi di tempo. Quasi un anno di lavoro in più, obbligatorio per chiunque non possa permettersi di restare senza un assegno di alcun tipo per tutti quei mesi.

A tutto questo si aggiunge l'aumento dell'età pensionabile. Il governo Meloni l'ha ‘diluito', così che l'anno prossimo sarà solo di un mese, ma dal 2028 scatteranno altri due mesi in più. E, come sottolinea la Cgil, secondo i calcoli della Ragioneria generale dello Stato ci saranno aumenti continui ogni due anni anche in futuro.

La simulazione

Sulla base di questo, il sindacato ha fatto delle simulazioni. Si parte da oggi quando per la pensione di vecchiaia servono 67 anni e per quella anticipata servono 42 anni e dieci mesi di contributi (un anno in meno per le donne); e si arriva fino al 2050, quando i due requisiti saranno arrivati rispettivamente a 69 anni di età e a 44 anni e dieci mesi di contributi versati.

Si immagina un lavoratore che abbia iniziato a lavorare nel 1987, quando aveva 19 anni. Oggi ne avrebbe 58, e avrebbe accumulato già 39 anni di contributi. Dunque nel 2031 potrebbe arrivare a 43 anni e quattro mesi di contributi, il requisito necessario per la pensione anticipata. A quel punto scatterebbe la finestra mobile di nove mesi, quindi potrebbe lasciare effettivamente il lavoro solo nel 2032, con 44 anni e un mese di contributi.

Ma qui entra in gioco il taglio dell'assegno. Per evitarlo, il lavoratore in questione dovrebbe aspettare la pensione di vecchiaia. La raggiungerebbe solo nel 2036, a 67 anni e dieci mesi di età. A quel punto, avrebbe maturato 49 anni due mesi di contributi prima di poter andare in pensione con un assegno pieno.

Lo stesso principio si applica immaginando un altro lavoratore che abbia iniziato a lavorare nel 1993, quando aveva 21 anni. Arriverebbe alla pensione anticipata nel 2037, ma dovrebbe aspettare fino al 2038 a causa della finestra mobile. Per poi ritrovarsi con un assegno ridotto. Se invece volesse evitare i tagli con la pensione di vecchiaia dovrebbe lavorare fino al 2040, quando avrebbe raggiunto 47 anni e otto mesi di contributi.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views