L’indagine di Fanpage.it sulla SESA di Este mirava a fare chiarezza sulla gestione dell’impianto di compostaggio e sulla destinazione di decine di migliaia di tonnellate di un prodotto nel quale le analisi di laboratori indipendenti hanno riscontrato alti livelli di zinco, rame e idrocarburi pesanti. Dalla pubblicazione dell’inchiesta, la Guardia di Finanza sta verificando le segnalazioni, sono state annunciate delle interrogazioni parlamentari e Fabrizio Ghedin, il dipendente SESA che aveva organizzato l’incontro con direttore e capo della cronaca di Fanpage.it, ha rassegnato le dimissioni da consulente del sottosegretario all’Ambiente leghista Vannia Gava.

Quello che non è stato raccontato, però, è il contesto in cui è stata pubblicata l’inchiesta di Sacha Biazzo e del team Backstair. Per uno strano gioco del destino, infatti, l’inchiesta è stata pubblicata poche ore dopo che nell’Aula di Palazzo Madama si era scritta la parola “fine” a un lungo braccio di ferro che da mesi vede su fronti contrapposti proprio Lega e (parte del) Movimento 5 Stelle. Sul campo dei rifiuti, appunto, e sul business milionario che ruota intorno a tale universo.

Dobbiamo fare un passo indietro e andare al febbraio del 2018, quando viene pubblicata la sentenza della IV sezione del Consiglio di Stato, che è un vero e proprio terremoto nel campo del trattamento dei rifiuti. I giudici intervengono sulla definizione dei criteri “end of waste”, che stabiliscono in sostanza quando termina il ciclo dei rifiuti. Spiega Riciclanews.it:

I criteri “end of waste” sono i parametri che stabiliscono quando i materiali generati da un processo di trattamento possano essere considerati “fine rifiuto”, cioè materia prima seconda tout-court alla stregua di un normale prodotto. Ad oggi risultano disciplinati in maniera puntuale dall’Ue solo rottami ferrosi, vetro e rame, mentre l’Italia ha disciplinato i combustibili da rifiuto, il fresato d’asfalto e i prodotti assorbenti.

Troppo pochi, considerando la diversità dei materiali prodotti dal processo di riciclo dei rifiuti; dunque, è opinione comune che sia urgente e necessario stabilire criteri ulteriori per gli EoW, immaginando di disciplinare anche il cosiddetto "caso per caso", come procedura necessaria per il rilascio delle autorizzazioni agli impianti. Secondo il Consiglio di Stato spetta allo Stato e non alle Regioni il potere di “individuare, sulla base di analisi caso per caso e ad integrazione di quanto già previsto dalle direttive comunitarie, le ulteriori tipologie di materiale da non considerare più come rifiuti ma come materia prima secondaria a valle delle operazioni di riciclo”. Il punto centrale della sentenza, insomma, è che a disciplinare la “cessazione della qualifica di rifiuto” non possano essere le Regioni ma solo lo Stato, in ossequio la normativa comunitaria (che appunto prevede la possibilità per gli Stati di valutare i casi specifici).

La sentenza, insomma, avrebbe dovuto impedire alle Regioni di approvare singoli indirizzi operativi per la definizione dei criteri per la cessazione della qualifica di rifiuti. E rimandare tutto alla definizione di un regolamento da parte del ministero per l’Ambiente (una serie di decreti, su cui basare il caso per caso), che avrebbe agito in ottemperanza a normative comunitarie.

La Regione Veneto, la Lega e gli interessi delle aziende

La cosa paradossale è che tutto ruota intorno alla Regione Veneto. È il Veneto a negare l’autorizzazione ordinaria al riciclo all’impianto sperimentale del consorzio Contarina (che ricicla gli assorbenti con un processo industriale unico al mondo, in grado di ricavare cellulosa, plastica e polimeri e di ridurne di un terzo la parte di “rifiuto”), con una decisione da cui parte l’iter che arriverà al Consiglio di Stato. Ed è sempre la Regione amministrata dal leghista Luca Zaia a muoversi autonomamente per la definizione “caso per caso” dei criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto.

Lo fa, pochi giorni prima della sentenza del Consiglio di Stato, con una delibera con cui “si intende fornire alcune specifiche indicazioni di carattere tecnico e operativo alle Amministrazioni provinciali e alla Città Metropolitana di Venezia che rilasciano autorizzazioni ad impianti di recupero rifiuti ai sensi dell’art. 208 del D. Lgs. n. 152/2006”. In sostanza, la Giunta Zaia definisce i criteri per l’end of waste in base ai quali sarebbe stato poi possibile rilasciare le autorizzazioni per i singoli impianti sul territorio regionale. L’atto viene varato su una interpretazione di una circolare del ministro Galletti del 1 luglio 2016, con cui si stabilisce che “ in via residuale, le Regioni – o enti da queste individuati – possono, in sede di rilascio dell’autorizzazione prevista agli artt. 208, 209 e 211, e quindi anche in regime di autorizzazione integrata ambientale (A.I.A), definire criteri EoW previo riscontro della sussistenza delle condizioni indicate al comma 1 dell’art. 184-ter, rispetto a rifiuti che non sono stati oggetto di regolamentazione dei succitati regolamenti comunitari e decreti ministeriali”.

È chiaro che su questi criteri si gioca una partita che vale decine, centinaia di milioni di euro e la Giunta leghista prova a confezionarseli in casa. La delibera è del 20 febbraio, pochi giorni dopo arriva la sentenza del Consiglio di Stato, che dovrebbe cambiare tutto.

Già, dovrebbe. Perché chiaramente tocca al Parlamento intervenire e alla politica dipanare una matassa molto intricata (perché nel frattempo il rischio è di bloccare tutto). E qui comincia il braccio di ferro tra Lega e Movimento 5 Stelle.

La partita al ministero dell'Ambiente

Al ministero dell’Ambiente c’è il generale Sergio Costa, che non ci pensa proprio a lasciare alle singole Regioni la possibilità di definire “caso per caso” i criteri sugli EoW. La linea del ministro di area 5 Stelle è confortata non solo dalla sentenza del Consiglio di Stato, ma anche dall'orientamento di Parlamento e Commissione UE sull'economia circolare: un piano ambizioso la cui gestione e monitoraggio non possono che avere come centrale il ministero dell'Ambiente. Chi non è proprio allineata alle idee di Costa è la sottosegretaria della Lega Vannia Gava, che ha come consulente proprio Fabrizio Ghedin, dipendente della SESA.

La Lega, infatti, ritiene strategica la presenza al ministero dell’Ambiente, proprio per tutelare c coltivare alcuni ben definiti interessi. Il problema, come ci confermano fonti del Carroccio, è che Costa ha altre priorità e altre idee, non solo per quanto concerne le questioni strettamente connesse allo smaltimento dei rifiuti.

Il primo vero terreno di scontro tra la sottosegretaria e il ministro è sulla questione della trasparenza, delle istituzioni come “casa di vetro”, un tema caro proprio a quell’area del M5s critica nei confronti dell’alleanza con la Lega e che ha in Costa un punto di riferimento. Il ministro il primo agosto vara un decreto che dispone, tra le altre cose, l’obbligo per i vertici degli uffici di diretta collaborazione di pubblicare con aggiornamento settimanale la lista degli incontri con i portatori di interessi. Insomma, Costa vuole che tutti sappiano chi entra e chi esce nelle stanze del ministero: lobbisti, collaboratori, rappresentanti di aziende e gruppi di interessi. La leghista non ci pensa proprio e per mesi si rifiuta di rendicontare i suoi incontri e le sue attività, nonché di aggiornare la pagina “amministrazione trasparente” sul sito del ministero.

Nelle settimane calde delle polemiche sulle trivelle, la questione riesplode in seguito a una serie di incontri che la sottosegretaria avrebbe avuto e di cui il ministro non è a conoscenza. Il 5 marzo il capo di Gabinetto di Costa, Pier Luigi Petrillo, scrive al capo segreteria della Gava, Fabrizio Penna, ricordandogli l’obbligo di pubblicare la lista di incontri e invitandolo a ottemperare alle direttive del ministro entro dieci giorni:

Gava fa finta di nulla e lascia cadere l'invito del ministro. Di fatto, nessuno è al corrente degli incontri e delle azioni che compie in qualità di sottosegretario per mesi, fino alla pubblicazione dell'inchiesta, quando il ministro Costa reitera la richiesta alla Gava, chiedendo stavolta che vengano messe a conoscenza anche le attività del suo collaboratore, Fabrizio Ghedin:

Sul sito ufficiale, al momento, risulta solo "questa roba", uno striminzito elenco di richieste di appuntamento, senza alcuna documentazione (questa la pagina dell'altro sottosegretario, il 5 Stelle Micillo, per un confronto).

Gava, raggiunta telefonicamente da Fanpage.it, nega ogni addebito e spiega di aver visitato la Bioman (una delle aziende riconducibili a Mandato, oggetto dell’inchiesta di Fanpage.it) perché gruppo che “lavora bene” e smentendo di avere alcun tipo di legame clientelare con aziende che operano nel campo dei rifiuti. Circa Ghedin (“mio collaboratore che aveva un contratto di collaborazione di comunicazione web e che ha ritenuto di dare le dimissioni per tutelare la sua immagine”), spiega di non essersi mai fatta influenzare dalla posizione che occupava in altre aziende, anche se non chiarisce come e perché abbia assunto proprio lui, che aveva già incarichi proprio in una azienda di smaltimento: “Io vado a visitare tutte le aziende che lavorano in ambito di raccolta e selezione dei rifiuti. Io ho una mia idea di economia circolare che non va ad agevolare qualcuno”.

L'emendamento della discordia (che vale centinaia di milioni di euro)

Ecco, si torna alla madre di tutte le questioni: l’economia circolare e il giro di affari milionario sullo smaltimento dei rifiuti. Torniamo per un attimo in Parlamento, a questo punto. Perché al Senato è in discussione il cosiddetto decreto Sblocca Cantieri, in realtà un provvedimento complesso, che contiene una serie di misure di vario tipo (“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 aprile 2019, n. 32, recante disposizioni urgenti per il rilancio del settore dei contratti pubblici, per l'accelerazione degli interventi infrastrutturali, di rigenerazione urbana e di ricostruzione a seguito di eventi sismici”).

È il momento per dipanare anche la questione dell’end of waste e tra Costa e la Lega le distanze restano ampie, almeno inizialmente. Dopo settimane di trattativa, si arriva a una sintesi, affidata a un emendamento della leghista Pergreffi, l’1.7, che viene approvato nella sua seconda versione. Il maxiemendamento al comma 24 modifica proprio il comma 3 dell’articolo 184-ter del dl 152 del 2006:

Nelle more dell'adozione di uno o più decreti di cui al comma 2, continuano ad applicarsi, quanto alle procedure semplificate per il recupero dei rifiuti, le disposizioni di cui ai decreti del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio in data 5 febbraio 1998, 12 giugno 2002, n. 161, e 17 novembre 2005, n. 269. Le autorizzazioni di cui agli articoli 208, 209, 211 e di cui al Titolo III bis, parte seconda del presente decreto per il recupero dei rifiuti sono concesse dalle autorità competenti sulla base dei criteri indicati nell'allegato 1, suballegato 1, al decreto ministeriale 5 febbraio 1998; allegato 1, suballegato 1, Dm 12 giugno 2002 n. 161 e allegato 1, Dm 17 novembre 2005, n. 269 per i parametri ivi indicati relativi a tipologia, provenienza e caratteristiche dei rifiuti, attività di recupero e caratteristiche di quanto ottenuto da tale attività. Tali autorizzazioni individuano le condizioni e le prescrizioni necessarie per garantire l'attuazione dei principi di cui all'art. 178 per quanto riguarda i parametri relativi alle emissioni in atmosfera ed alle quantità di rifiuti ammissibili nell'impianto e da sottoporre alle operazioni di recupero. Ai soli fini della concessione delle autorizzazioni di cui agli articoli 208, 209, 211 e di cui al Titolo III bis, parte seconda del presente decreto, con successivi decreti, non aventi natura regolamentare, il Ministero dell'ambiente, della tutela del territorio e del mare, previo parere dell'Ispra e sentiti i Ministri dello sviluppo economico e della salute, provvede a integrare e modificare i citati allegati 1, suballegato 1, al decreto ministeriale 5 febbraio 1998 ed allegato 1, suballegato 1, Dm 12 giugno 2002 n. 161 e allegato 1, Dm 17 novembre 2005, n. 269, quanto ai parametri ivi indicati relativi a tipologia, provenienza e caratteristiche dei rifiuti, attività di recupero e caratteristiche di quanto ottenuto da tale attività per consentire l'adeguamento delle operazioni di recupero all'evoluzione tecnica e tecnologica dei processi produttivi."

Cosa significa? Semplicemente che per ora le Regioni continueranno a decidere autonomamente sui codici, sui parametri delle emissioni, sulla tipologia, sulla provenienza e sulla quantità di rifiuti ammissibili negli impianti cui si rilasciano le autorizzazioni (facendo riferimento ai decreti sul recupero agevolato, che andranno adattati alle innovazioni tecnologiche). Tutto in attesa delle linee guida del ministero dell’Ambiente, che devono tener conto anche del parere comunitario e che dovranno essere applicate da tutte le Regioni.

Senza scendere ulteriormente nel dettaglio, si tratta di una soluzione di compromesso, che Costa considera una “non sconfitta”, perché conta di lavorare in tempi strettissimi alle linee guida e dunque di imporre vincoli stringenti a Regioni e province, proprio adottando con celerità i decreti ministeriali di cui si parla nell’emendamento. La Lega, invece, la rivendica come un successo, proprio perché nel frattempo consente di adottare maglie più larghe nelle autorizzazioni. E di portare a casa un ulteriore tassello verso quell’autonomia che si auspica anche a livello generale.

Come del resto ci confermava anche Leonardo Tresoldi, amministratore della Biogreen, società che ha finanziato con 30mila euro la Lega. “Ho fatto un finanziamento per 30mila euro perché nel nostro territorio c’è l’indipendentismo”: parole che, contestualizzate nel campo dello smaltimento, significano “fare un po’ come ci pare”, sfruttando il monocolore leghista in Regione, province e comuni in Veneto. È lo stesso timore espresso anche dalla senatrice De Petris nel corso del dibattito parlamentare, proprio nel chiedere che sia il ministero a esprimersi sempre sulle autorizzazioni: “Per fare un'operazione seria, avreste dovuto prevedere non soltanto che tutte le autorizzazioni rilasciate dalle varie autorità e dalle Regioni debbano essere inviate al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, ma anche che quest'ultimo possa intervenire e correggere per fare in modo che nel nostro Paese ci sia un'applicazione omogenea delle norme sui rifiuti e non legata alle diverse Regioni e autorità che rilasciano le autorizzazioni”. E che la questione riguardi in maniera decisiva le aziende del Nord lo conferma anche Alessandro Bratti, ex parlamentare del Partito Democratico ora a capo dell'ISPRA, che esprime parere favorevole all'emendamento e chiede che si lavori alacremente sul caso per caso.

Le cifre di cui parliamo, del resto, sono abbastanza interessanti. Nell’aprile scorso, in un convegno al Senato, il CIC (consorzio di cui fa parte anche la Bioman) parlava di 1,3 miliardi di euro solo dalla filiera del bio-metano, chiedendo come interventi normativi quello di “favorire solo le filiere virtuose che trasformano un rifiuto in un prodotto” (proprio la questione dell’end of waste). Sul tema del biometano prodotto dai rifiuti, in effetti, c'è uno sponsor agguerrito, in Parlamento e al Ministero. Ecco:

Le domande che nessuno sembra porsi sono però tante: possiamo fidarci del controllore se è finanziato dal controllato? Può una Regione governata dalla Lega decidere sul rilascio di autorizzazioni ad aziende che finanziano la Lega, che operano in Comuni governati dalla Lega, con dipendenti che lavorano anche per parlamentari della Lega e che in alcuni casi hanno nel loro consiglio di amministrazioni parlamentari della Lega? Chi vigila sulle commistioni tra livello istituzionale, politico, economico e criminale?