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Valeria Parrella: “Con Giovanna d’Arco racconto il presente: giovani, Gaza e le parole della madre di Regeni”

Valeria Parrella racconta Giovanna d’Arco come figura politica per leggere il presente: dalla fame di Gaza alla ribellione dei giovani, usando anche le parole della madre di Regeni, contro paura e conformismo.
A cura di Francesco Raiola
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Valeria Parrella
Valeria Parrella

Si chiama "La ragazzina" l'ultimo romanzo di Valeria Parrella, tra le scrittrici italiane più influenti della sua generazione. La storia di Giovanna D'Arco, la ragazzina che dà il titolo a questo nuovo lavoro pubblicato da Feltrinelli, diventa metafora di altro. Intanto la speranza nelle ragazze e nei ragazzi e nella loro voglia di cambiamento, un grido contro paura e conformismo. Poi la possibilità di vedere nella ribellione al Sistema uno dei pochi meccanismi in grado di cambiare il mondo. Il sacrificio della pulzella d'Orléans, che paga questo suo desiderio di libertà con il rogo, questa rivoluzione con la propria vita, serve per dimostrare che si può cambiare lo status quo. È un libro femminista, politico, in cui Parrella fa vedere in controluce le battaglie che combattiamo oggi, come il genocidio a Gaza, riempendo il libro di "easter egg": all'interno ci infila le parole di Paola Deffendi, madre di Giulio Regeni, e quelle di Vivian Lamarque. Perché c'è un filo che unisce la storia e nel caso specifico la storia di Giovanna D'Arco alla contemporaneità. In questa intervista Parrella racconta "la ragazzina" per parlare di noi, perché questo è un libro politico che parla del presente.

Come nasce la passione per Giovanna d’Arco? 

Il libro che ho consultato di più è "Giovanna d'Arco" di Colette Beaune, pubblicato in Italia da Il Saggiatore. L’autrice, che è una saggista e una storica, inizia proprio chiedendosi: "Un altro libro su Giovanna d’Arco, mi devo giustificare?". La verità è che se la incontri, o la odi – come Shakespeare che ne scrisse malissimo – o te ne innamori pazzamente. Io l’ho incontrata tramite Teresa Cremisi, perché Marsilio ha ripubblicato gli atti del processo tradotti da lei. Lì ho scoperto una Giovanna "linguacciuta". Teresa l’ha tradotta benissimo, l'ha resa vera, facile, con quelle risposte icastiche e dritte.

Motivo per cui hai scelto di scrivere di lei?

Nel 2022, quando ho letto quel libro, non sono più riuscita a staccarmene. Mi chiedevo: come fa questa ragazzina del 1400, da sola davanti all’Inquisizione, mezza analfabeta, a mettere tutti a tacere così? È stato un innamoramento mediato da altre donne, storiche e filologhe, che hanno trasportato la forza di questa ragazzina fino a me.

C’era anche un aneddoto legato a un incontro particolare, vero?

Sì! Ero nel pieno del "trip" per Colette Beaune, leggevo questo tomo enorme con un apparato filologico pazzesco e prendevo appunti. Mi trovavo all'aeroporto di Francoforte, e i avevano detto "Aspetta che arriva un volo da Torino". Pensavo arrivasse Baricco, e gli mandavo anche messaggi, invece era Alessandro Barbero. Io ero lì immersa nel libro e lui, passandomi accanto e vedendomi prendere appunti così seriamente, disse: "Che persona seria!". Alzai gli occhi e risposi: "Professore, ma questo è un segno!". E lo era davvero: gli ho mandato il libro proprio ora con una dedica che gli ricorda quell'incontro in aeroporto.

Cosa hai imparato scrivendo questo libro?

Ho imparato a scrivere in terza persona: è il mio primo romanzo in cui lo faccio. Ho imparato che si può regalare alle personagge e ai personaggi molta della propria sostanza senza che debba per forza diventare autobiografismo. Ho imparato a divertirmi nelle situazioni drammatiche prendendo dai grandi maestri, come Calvino ne "Il cavaliere inesistente", soprattutto. Soprattutto, ho imparato che bisogna avere il coraggio di spostarsi da ciò che sai fare. Lo diceva Pavese e l'ho ritrovato in Domenico Starnone: proprio quando pensate di saper fare qualcosa in cui i lettori ti riconoscono, devi cambiare e spostarti da lì. Così mi sono avventurata nel Medioevo, un’epoca che non conoscevo bene essendo laureata in Lettere Classiche: il mio corso di studi finisce con la caduta dell'Impero Romano d'Oriente. Ho imparato che puoi inserire nel passato parole che appartengono al presente.

Tipo?

Puoi citare Paola Deffendi, madre di Giulio Regeni, dare a un personaggio le parole di Vivian Lamarque o far volare un falco come racconta Montale. Ho imparato tante cose, però ho anche studiato quattro anni e, alla fine, qualcosa impari.

Come hai parafrasato Deffendi?

Alla fine del libro, la madre di Giovanna D'Arco fece di tutto perché si arrivasse al processo di revisione per la figlia. A quel punto dico che quel processo ci fu "perché sua madre non si arrese all'idea che su sua figlia si fossero scagliati tutti i mali del mondo e continuo a chiedere la verità per lei".

Quindi nel libro ci sono molti "easter egg"?

Sì, sono cose che ho lasciato depositare e poi ho distillato.

È un libro che gioca con la storicità per raccontare il presente.

È un libro politico, questa è la verità.

Usi ancora una volta lo strumento del romanzo storico. Cosa ti dà che altri generi non riescono a darti?

Mi sento tranquilla nel romanzo storico perché so che qualcun altro è già passato su quel sentiero prima di me. Questa cosa mi viene dagli studi classici: se mi chiedo cos’è la guerra, vado a vedere cosa dicono Le Troiane; se mi chiedo cosa significhi perdere chi ami, guardo a Euridice e Orfeo. Com'è mettersi di traverso? È proprio come ha fatto Giovanna d'Arco.

Insieme al tuo libro leggevo anche "Il genere del suono", un saggio di Anne Carson (edito da Crocetti) sul pregiudizio storico e patriarcale – analizzato soprattutto nell'antica Grecia – sul suono della voce femminile. La tua Giovanna d'Arco mi sembra un personaggio perfetto anche all'interno del mondo che racconta la saggista.

Vedi, tu ne parli come di un "personaggio", ed è bello che in italiano possiamo usare la parola "personaggio" – io preferisco "personaggia" – come se fosse materiale d'invenzione, benché sia una figura storica. Le figure politiche, storiche, come Mahsa Amini, Greta Thunberg, Narges Mohammadi sono "personagge" ormai, perché vive o trucidate, in carcere o libere ci indicano come si fa, dove andare. E ci danno coraggio, ci dicono: "Non ti preoccupare, si può fare, io l’ho già fatto".

A proposito di politica, nel libro scrivi che quando una persona è diversa, gli altri non sanno come gestirla. Questa diversità mi sembra un tema estremamente attuale.

Sì, lo noto su tantissimi livelli. Chi non è conforme allo stereotipo o al "normotipo" diventa un problema, anziché essere visto come una manifestazione dell'immensa varietà della vita. Tutti i conservatorismi, i populismi, i sovranismi, si poggiano su ciò che già conosciamo perché ci fa meno paura, ripudiando ciò che è diverso. Per questo noi, persone di sinistra, di questa epoca, che crediamo nella libertà, dobbiamo ritrovarci nell'abbraccio con ciò che è diverso. Abbracciare chi è uguale a noi è troppo facile.

E lo diciamo nel 2026, penso a cosa è stato nel 1400.

Esatto, questa ragazzina si taglia i capelli, si veste da maschio e convince un re a farle guidare l'esercito.

Come ha fatto a convincere l'esercito a seguirla?

L'esercito era fatto di persone che facevano la guerra per mestiere, spesso ignoranti. Ovviamente hanno i loro condottieri che la osteggiavano perché era impensabile farsi comandare da una donna. C’è una scena reale, riportata dagli storici, in cui il Sire de Gamaches restituisce la spada perché non vuole obbedirle e il Bastardo di Orleans – fratello di secondo letto del Re – gli dice di chiederle scusa. Quando, però, riesce a mettersi a capo di questo esercito, lo cambia usando il suo "soft power": cambia le regole, rende l'esercito umano, vieta le razzie e allontana le prostitute. Prendeva queste idee dal Vangelo, che è un testo rivoluzionario.

Valeria Parrella e la cover de La Ragazzina
Valeria Parrella e la cover de La Ragazzina

Scrivi anche che a lei non interessava il giudizio degli uomini, e questo li faceva impazzire.

Tu sei controllabile solo se hai paura del giudizio. Se hai paura del giudizio, hai paura di tutto: dal blush sbagliato a cose più importanti come "avrò promulgato la legge giusta?". Bisogna essere liberi per muoversi secondo il proprio "imperativo categorico". Oggi trovo la politica delle istituzioni compromessa perché molti sembrano dover sempre qualcosa a qualcuno. Se devi qualcosa a qualcuno, non sei libero. Giovanna era fuori dal giudizio perché pensava di parlare direttamente con Dio attraverso le voci di San Michele, Santa Margherita e Santa Caterina che ne erano emissari. Saltava, così, la mediazione della Chiesa del ‘400, che era un potere assoluto. E poi, dalle sue risposte, si capisce che non gliene importava proprio nulla. Pensa che riesce persino a far sciogliere un fidanzamento combinato dal padre. Giovanna va dove sente di dover andare, pensa come deve essere bello. Questo ispira anche me: voglio andare dove sento di dover andare, senza farmi condizionare.

E il tuo rapporto con il giudizio come è cambiato?

Le recensioni dei critici le leggo. A volte mi arrabbio, poi dopo anni ammetto che forse avevano ragione. Ma sul momento non le accetto mica! Io sono figlia di genitori del '68. Nel 1992, all’università, avevo come professore di Letteratura greca Marcello Gigante. Era un luminare, ma anche un barone e il suo esame era uno dei più pesanti. Quando entrava in aula, preceduto da cinque assistenti, tutti gli studenti si alzavano in piedi. Un giorno io, che ero in prima fila perché ero ligia, restai seduta. Lui mi chiese: "Lei non mi vuole salutare?". Silenzio. E io, senza alzarmi, risposi semplicemente: "Buongiorno". Sono fatta così. Non ho il culto della personalità.

Sei stata una ragazza ribelle, quindi.

Sì, nel senso che non mi sono accontentata. Ho detto molti "no" e sono rimasta dove dovevo stare per sostenere ciò in cui credevo.

Ricordi un episodio che hai come atto di ribellione per antonomasia?

Ne ho uno personale e uno più politico. Ricordo che a 18 anni, dopo un litigio con mia madre e il mio fidanzato, presi i risparmi dal libretto postale dei nonni e me ne andai da sola in giro per il Nord Europa con uno zainetto piccolo piccolo. Feci Vienna, Budapest e Praga e poi tornai quando finirono i soldi. Ero sola, completamente, poi durante il viaggio conobbi qualcuno. Fu bellissimo.

E il ricordo di ribellione politica?

Prima dei fatti di Genova, ci fu un esperimento di gestione della piazza a Napoli. Eravamo in Via Medina e ci accorgemmo che la piazza era stata circondata in modo da non lasciarci scampo. Di solito, anche nelle manifestazioni antagoniste, la polizia lasciava sempre una via di deflusso. Perché il principio dovrebbe essere questo: tutelo quello che devo tutelare, perché rispondo agli ordini, ma tutelo anche te. Quella volta no. Tre mesi dopo l'ho visto succedere a Genova, e Erri De Luca raccontò la stessa cosa: spingevano la gente verso il mare, cosa volevano fare? Massacrarci? È stato un punto di non ritorno. Poi c'è stato Guantanamo, che è stata ostentata, o recentemente Trump che ostentò la separazione dei figli dalle madri al confine del Messico. Se accettiamo di vedere violazioni dei diritti e restiamo in silenzio, chiudiamo il nostro spazio di libertà.

Nel libro a un certo punto scrivi che "le lance fanno male, ma la fame di più".

Quello è chiaramente l’assedio di Gaza.

Perché la politica si fa anche così.

Quando iniziai a usare la parola "genocidio" non la usava nessuno, ora è ovunque. Mentre parliamo, ci sono le nuove flottiglie che tentano di portare aiuti, sfidando blocchi e pericoli. Quelle persone partono disarmate per aiutare una popolazione affamata: è l’ultima mano tesa dell’umanità. Lo fanno anche per noi che stiamo chiacchierando.

Qual è il tuo barlume di speranza oggi?

Le ragazze e i ragazzi. Quelli che si prendono le manganellate per proteggere la Costituzione o l'ambiente. Ci stanno dando indicazioni chiare: gli stiamo lasciando un pianeta irrespirabile. Loro hanno l'energia dei vent'anni, noi siamo vecchi. Il nostro compito è proteggere i loro passi e dire: "Andate, vi guardiamo le spalle".

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