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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

“A Gaza distribuzione del cibo sembrava Squid Game, Israele gioca con la disperazione”: il racconto di MSF

Martina Marchiò, infermiera e coordinatrice medica di Medici senza frontiere, ha raccontato a Scanner Live le sue esperienze in missioni umanitarie organizzate a Gaza e in Afghanistan. Dal rumore costante dei droni alle ferite, fino allo “Squid Game” per il cibo. E alla sua fonte di speranza che la spinge ad andare avanti.
Intervista a Martina Marchiò
Infermiera, coordinatrice medica di MSF
A cura di Luca Pons
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A Scanner Live, programma di approfondimento politico di Fanpage.it, Valerio Nicolosi ha intervistato Martina Marchiò, infermiera e coordinatrice medica di Medici senza frontiere, che alle spalle ha anni di esperienze in missioni umanitarie organizzate in diverse zone di conflitto.

Marchiò ha parlato soprattutto della sua esperienza a Gaza, e in particolare dell'impatto umanitario dell'utilizzo dei droni. Ma anche dell'Afghanistan, dove vent'anni di guerra americana hanno lasciato una situazione peggiore della precedente. E di cosa la spinge a continuare a proseguire nel suo lavoro nonostante gli orrori a cui assiste.

"Israele diceva ‘prendete quello che potete in un'ora'. Poi i droni sparavano"

In apertura, Marchiò ha ricordato che sono passati tre anni dall'inizio della guerra in Sudan, una delle zone di cui si parla meno, in cui però la crisi umanitaria è in corso. Poi il discorso si è spostato sulla Striscia: "Pensando a Gaza, non si può non pensare ai droni".

I droni israeliani che circolano continuamente nel territorio palestinese "servono per per pattugliare, ma anche per dare delle informazioni". Marchiò è stata a Gaza nel 2025, tra aprile e giugno: "Era un periodo di chiusura del confine, in cui è stata dichiarata la carestia. Ancora una volta si era deciso di affamare un popolo, di ucciderlo anche in questa maniera".

In quel periodo, "nel nord di Gaza, verso il valico di Zikim, Israele faceva entrare dei grossi camion in uno spiazzo enorme. Gli altoparlanti dai droni informavano le persone dicendo: ‘Avete un'ora per portare via tutto quello che potete‘. Quindi le persone entravano in questa arena e, come in uno Squid Game, iniziavano a correre per portare via da questi camion la farina e le scatole di cibo". Un'ora dopo "veniva aperto il fuoco dai droni armati, colpendo chiunque si trovasse ancora nell'area. Molti familiari dei miei colleghi palestinesi sono andati in questi luoghi e sono fortunatamente tornati, l'hanno raccontato".

"È importante che rimanga memoria dell'utilizzo di queste tecnologie per giocare con la disperazione della gente. C'erano persone che lottavano con le unghie e con i denti per sopravvivere, per vedersi garantito un pasto al giorno".

Non solo: i droni per Marchiò sono anche "l'immagine che ho sempre quando penso all'infanzia negata". "Lavoravo a Gaza durante l'invasione di terra di Rafah – quando ancora Rafah esisteva, perché oggi è un cumulo di macerie e di sabbia. Lì c'erano i bambini che con gli aquiloni giocavano. Sopra quegli aquiloni io vedevo i droni".

Il rumore dei droni che non ti lascia mai: "Non esiste il silenzio"

Il primo aspetto che Marchiò ricorda dei droni è il suono che fanno: "Quel rumore costante di sottofondo, quel ronzio – tant'è che i miei colleghi palestinesi li chiamavano ‘mosquitoes', zanzare – è la costante. Te lo porti nelle orecchie anche quando vai a dormire. Non hai mai silenzio, non hai mai riposo, non hai mai pace".

Infatti, la coordinatrice di Medici senza frontiere racconta: "La prima cosa che ho fatto una volta uscita dalla Striscia di Gaza è stata andare nella natura, in un punto in cui non prendeva neanche il cellulare, in cui potevo stare nel silenzio. Il fatto che a Gaza non esistesse silenzio mi ha condizionato molto. Me lo dicono anche i miei colleghi palestinesi che fortunatamente sono riusciti a uscire nel corso dei mesi. La prima cosa che li ha scioccati è stato rimanere in silenzio in una in una camera d'hotel o in un'abitazione".

Quel silenzio "ti porta dietro ovviamente tutta la morte che hai visto, la distruzione che hai visto davanti ai tuoi occhi e che hai sentito nelle tue orecchie. Lì ti arriva uno schiaffo di tutto quello che devi metabolizzare. Quello te lo porti dietro per sempre".

Martina Marchiò intervistata da Valerio Nicolosi a Scanner Live
Martina Marchiò intervistata da Valerio Nicolosi a Scanner Live

Le ferite e le amputazioni: "Nessuno è colpito per caso"

E poi, naturalmente, ci sono le ferite mortali dei droni armati. "Quando lavoravo ad al-Aqsa Hospital, nel nostro reparto avevamo una piccola sala operatoria in cui le persone venivano sedate per le medicazioni delle ferite. C'era questo ragazzo che non era tanto più vecchio di me. Era rimasto colpito da un drone armato, era l'emblema di quello che un drone armato può fare a un uomo. Aveva perso entrambe le gambe".

I droni "colpiscono in maniera particolare, perché le ferite di solito sono molto prossimali, cioè molto vicine al tronco. Quindi dopo arriva l'amputazione, spesso. Lui infatti gli arti non li aveva più, era un pezzo di corpo, aveva un dolore lancinante, veniva sedato per medicarlo". E si tratta solo di "una delle tante persone. Sono migliaia, tra di loro ci sono ovviamente anche tanti bambini. I droni colpiscono senza perdono, lo dico sempre. A Gaza il caso non esiste, tutto quello che viene colpito viene colpito in maniera voluta, in maniera chirurgica".

La forza per andare avanti: "È la speranza nell'umanità bella"

Dal pubblico è arrivata una domanda per Marchiò: dove si trova la forza per continuare ad agire sul campo, davanti all'orrore e all'assenza di azioni da parte dei governi? La risposta è stata decisa: "Tanta psicoterapia, che quella non fa mai male". Ma non solo.

"Quello che io faccio tanto è portare testimonianza nelle città, nelle scuole, vedere un'umanità bella. Ho scritto un libro che si chiama ‘Brucia anche l'umanità', l'ho scritto mentre stavo a Rafah, ho scritto quelle frasi per la mia salute mentale. Fare incontri nelle città, nelle scuole, mi ricorda che non tutta l'umanità brucia, c'è anche un'umanità bella, le piazze piene, le manifestazioni pacifiche ce l'hanno ricordato, i piccoli risultati che piano piano arrivano".

"La speranza per me è quella che spinge poi a poter continuare a fare il mio lavoro, a poter tornare ancora una volta sul campo e fare quello che più mi appassiona, nonostante oggi fare il mio lavoro significa mettersi sempre più a rischio in un Far West umanitario in cui il diritto internazionale purtroppo viene calpestato. Però esiste, ricordiamocelo che esiste".

La situazione delle donne in Afghanistan: "È peggio di prima della guerra"

Marchiò ha parlato anche della situazione in Afghanistan. Un Paese invaso dagli Stati Uniti, con un'occupazione e un conflitto durati vent'anni, alla fine dei quali i talebani sono tornati al potere nel giro di quindici giorni. Oggi "per le donne la situazione drammatica. Io ero lì proprio per lanciare un nuovo progetto proprio per l'accesso alle cure per le donne".

Al momento "le donne nella maggior parte del Paese per uscire per la strada devono essere accompagnati da un uomo", quindi "anche per raggiungere una struttura di salute la donna deve essere accompagnata, se non c'è nessuno in casa attende". Quando poi arriva alla struttura, "magari non c'è personale femminile. E le donne possono essere curate solo da infermiere, dottoresse, ostetriche di sesso femminile". Qui c'è un cortocircuito: "Chiaramente oggi in Afghanistan le ragazzine studiano solo fino alla scuola primaria, non c'è più la possibilità di continuare a studiare, non c'è più la possibilità di lavorare se non per alcune definite professionalità. Quindi di fatto spesso le donne arrivano nella struttura di salute e non c'è personale".

Medici senza Frontiere sta lavorando, "anche in termini di advocacy con i talebani", per cercare di far capire che "tra qualche anno le donne moriranno, non saranno rimaste più ostetriche, non ci saranno più dottoresse". Un esempio drammatico lo si è visto già l'anno scorso: "Nella zona di Jalalabad c'è stato un brutto terremoto ad agosto del 2025, uno dei più mortali degli ultimi dieci anni. Tante donne sono morte sotto alle macerie perché non c'erano soccorritrici donne, quindi nessuno poteva tirarle fuori".

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