Padre Romanelli racconta le videochiamate di papa Francesco a Gaza: “L’ultima poco prima di morire, ci ringraziò”

Non era una chiamata qualunque, ma la voce di Papa Francesco, quella che con una costanza quasi commovente, chiamava ogni giorno la parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza per portare conforto, ascoltare il pianto dei bambini e pregare con i rifugiati. A un anno dalla scomparsa del Pontefice, quel legame non si è spezzato. Il ricordo di Bergoglio vive in ogni angolo della chiesa di Gaza. Padre Gabriel Romanelli, il parroco che per centinaia di volte ha risposto a quelle chiamate, ha raccontato a Fanpage.it gli ultimi istanti di questo rapporto speciale, il "testamento" lasciato a Gaza e come la figura di Francesco continui a essere un "antidoto contro la depressione" per un popolo che non smette di sperare nonostante la distruzione.
Padre Gabriel, è passato un anno dalla scomparsa di Papa Francesco. Com’è cambiato il clima in parrocchia ora che quel telefono, che squillava quasi ogni giorno, è rimasto muto?
Il telefono, grazie a Dio, non è rimasto del tutto muto. Il successore, Papa Leone, è in costante collegamento con noi, invia messaggi e talvolta telefona. Non lo fa ogni giorno come faceva Papa Francesco, ma comprendiamo bene che ciò che faceva Francesco era assolutamente straordinario, così come è straordinario l’impegno del nuovo Papa nonostante le preoccupazioni per tutte le Chiese del mondo. Francesco, però, ci chiamava puntualmente ogni sera alle otto, erano rarissimi i giorni in cui non si faceva sentire, lo faceva persino durante i suoi viaggi apostolici. Quel vuoto si sente, ma la sua presenza spirituale è ancora qui.
Ricordi la vostra ultima conversazione?
Ci chiamò il Sabato Santo del 2025, poche ore prima di lasciarci. Quella sera, poiché sapeva che alle otto saremmo stati impegnati nella lunga veglia pasquale, decise di anticipare la chiamata verso le sette o le sette e un quarto. Eravamo in chiesa a pregare il rosario della Madonna prima della messa. La sua voce era molto debole. Ci ha ringraziato, ci ha dato la sua benedizione e ci ha incoraggiato a continuare ad andare avanti. È stato un momento di una semplicità incredibile. Sebbene sapessimo che la sua salute era delicata, non avremmo mai immaginato che quello sarebbe stato il suo "arrivederci". Eravamo nella chiesa greco-ortodossa quando verso le 9 del mattina il parroco greco-ortodosso ci ha detto che forse Papa Francesco era morto. È stato difficile verificarlo perché non avevamo internet ma poi abbiamo visto la notizia. Il dolore è stato immenso. Abbiamo suonato le campane a lutto e tutta la comunità, inclusi i vicini musulmani, è venuta a porgere le condoglianze. La sua morte ha segnato tutta la comunità cristiana di Gaza, ma morire a Pasqua è stato per lui un bellissimo segno di predilezione divina.
Perché Francesco ha scelto proprio Gaza come simbolo della sua "Chiesa in uscita" e sofferente?
Gaza, nel pieno del conflitto, era il luogo dove la sofferenza era più acuta. Lui ci chiedeva sempre dei bambini, degli anziani, dei feriti e dei malati. Ci ringraziava per l'aiuto che davamo, per il cibo distribuito a migliaia di famiglie. Per lui, servire la Chiesa a Gaza significava amare Gesù e per amore di Gesù, amare i fratelli che soffrono nel corpo e nello spirito, aiutandoli in ogni maniera, con l'insegnamento della Verità, del Vangelo e con atti concreti di carità.
Come spiegherebbe oggi l’impatto psicologico e spirituale che quelle chiamate avevano sui rifugiati e sui bambini della vostra comunità?
Un giovane della parrocchia, subito dopo la morte del Papa, mi disse una cosa bellissima: "Padre, le chiamate del Papa erano come un antidoto contro la depressione". Sapere che lui era in collegamento costante ci faceva sentire non abbandonati. Tutti sapevano che il Papa, e attraverso di lui tantissime persone nel mondo, pregavano e lavoravano per la nostra pace.
Oggi che è la comunità di Gaza a pregare per lui, come sente che questo legame continui a proteggervi?
Preghiamo ogni giorno per la sua anima e per il suo eterno riposo, proprio come lui chiedeva sempre a noi di fare quando era in vita. Lui ci incoraggiava, ci domandava come stavamo, come stavano i fedeli della parrocchia che chiamava per nome, ci dava la benedizione ma allo stesso tempo ci chiedeva di proteggere i bambini e ci ringraziava per tutto il bene che facevamo con gli anziani, con i feriti, con i malati, per gli aiuti umanitari e il cibo dato alle famiglie di Gaza. Era incredibile come lui chiamava noi per ringraziarci. Sentiamo che questo legame non si è spezzato. Continuiamo a pregare per lui. Alle otto di sera ogni giorno suonavamo le campane, era l'ora del "Papa Francesco", e ancora oggi c'è gente che dice "buonasera santo padre" a quell'ora, così come faceva il viceparroco, Padre Youssef, quando chiamava Papa Francesco, in italiano come se fosse un'espressione che va usata per tutti.
Qual è il testamento spirituale che Francesco ha lasciato ai cristiani di Gaza?
L'insegnamento più grande è quello di continuare a servire e amare, nonostante tutto. Ci ha lasciato la missione di essere vicini a chi soffre, di insegnare la verità del Vangelo e di praticare l'amore reciproco attraverso atti concreti di carità. Il suo testamento è l'invito a non perdere mai la speranza e a prenderci cura dei più piccoli e dei più vulnerabili.