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Omicidio del capotreno, Alessandro Ambrosio tentò di salvarsi chiamando il 118 ma non ci riuscì

Poco prima di morire Alessandro Ambrosio ha tentato di chiamare soccorsi. “Era riverso a terra con le gambe divaricate verso i binari. C’era uno smartphone, accanto ad una pozza di sangue, ed era ancora attiva la comunicazione numerica ‘110’”, ha detto un poliziotto. Il display del telefono suggerisce che il capotreno stesse provando a digitare il 118.
Il capotreno 34enne Alessandro Ambrosio
Il capotreno 34enne Alessandro Ambrosio

Mattinata di alta tensione nell’aula della Corte d’Assise di Bologna per la seconda udienza del processo sull'omicidio di Alessandro Ambrosio, il capotreno accoltellato a morte in stazione la sera del 5 gennaio scorso. Fin dall'apertura del dibattimento, l'imputato Marin Jelenic ha mostrato un forte stato di agitazione. Muovendosi nervosamente all'interno della gabbia di vetro, l'uomo ha iniziato a urlare verso l'aula: "Mafia, mafia". Un'esternazione a cui ha fatto immediatamente seguito il richiamo del presidente della Corte, Pasquale Liccardo: "Stia zitto, altrimenti la faccio allontanare".

I motivi del nervosismo sono legati anche a una clamorosa decisione strategica: nel pomeriggio di ieri, Jelenic ha infatti revocato il mandato al suo difensore di fiducia, Christian Di Nardo, preferendo essere assistito da un legale d'ufficio. L'imputato, esprimendosi in un italiano stentato e scuotendo continuamente la testa, ha cercato più volte di interrompere i lavori, lamentandosi del trattamento subìto dopo la scorsa udienza: "Dopo la prima udienza mi hanno portato al carcere di Modena, la polizia mi ha aggredito e portato via tutta la mia roba, questo è grave".

Marin Jelenic
Marin Jelenic

Successivamente, tramite l’interprete, ha contestato la presenza in aula del suo vecchio difensore, presenza che il giudice ha qualificato come una regolare questione procedurale per l'udienza in corso. Jelenic ha poi preteso risposte immediate sulla sua cattura, avvenuta a Desenzano del Garda 24 ore dopo il delitto: "Voglio sapere come la polizia mi ha identificato? Non ho documento". Secca la replica di Liccardo: "Questo si accerterà durante l'attività istruttoria", seguita dall'ennesimo avvertimento di espulsione di fronte all'insistenza dell'uomo: "Se continua la faccio uscire dall'aula".

I contorni del delitto – per il quale il pm Michele Martorelli contesta le aggravanti dei motivi abietti e del sito ferroviario, pur restando un reato privo di un chiaro movente – si sono fatti nitidi durante la deposizione del primo agente della Polfer intervenuto sul posto. Il poliziotto ha ricostruito i soccorsi, svelando un dettaglio straziante: Ambrosio ha tentato disperatamente di salvarsi la vita prima di perdere conoscenza. "Era riverso a terra, in posizione supina, con le gambe divaricate verso i binari. A terra c'era uno smartphone, accanto ad una pozza di sangue, ed era ancora attiva la comunicazione numerica ‘110'".

Il display del telefono suggerisce che il capotreno stesse provando a digitare il numero di emergenza sanitaria 118. Una ricostruzione che ha raggelato l'aula, provocando il pianto disperato della fidanzata della vittima, Francesca Ballotta, presente tra il pubblico. L'agente ha inoltre confermato che i filmati di videosorveglianza mostrano Jelenic – già noto come frequentatore abituale della stazione – mentre seguiva Ambrosio, senza che si registrassero precedenti liti o interazioni visibili tra i due. Di certo, come ha confermato stamattina l'ispettore della squadra Mobile, Massimo Baldassini, "dentro il telefono di Alessandro Ambrosio non c'era niente che potesse far pensare a un movente o a dissidi con qualcuno. È emerso che faceva una vita normale, con tante passioni, Pokemon e musica su tutto, e poi faceva una vita conviviale con amici e colleghi di Trenitalia".

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