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Omicidio a Gemona

Omicidio Gemona, trovato il cuscino usato per soffocare Alessandro Venier: era nella Panda di famiglia

A Gemona i carabinieri tornano nella villetta di via dei Lotti per recuperare un cuscino ritenuto usato nell’omicidio di Alessandro Venier. L’oggetto sarebbe stato indicato da Lorena Venier, madre della vittima e rea confessa, nel corso di un interrogatorio. Il reperto era nella Fiat Panda di famiglia e potrebbe essere sottoposto ad analisi genetiche.
A cura di Biagio Chiariello
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Alessandro Venier e la madre Lorena.
Alessandro Venier e la madre Lorena.
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Il sopralluogo dei Carabinieri del Nucleo investigativo di Udine nella villetta di via dei Lotti a Gemona del Friuli riporta ancora una volta l’attenzione sul punto esatto in cui, la sera del 25 luglio 2025, è stato ucciso Alessandro Venier.

Si tratta dell’ennesimo sopralluogo, finalizzato questa volta al recupero di uno degli oggetti ritenuti utilizzati durante le fasi dell’omicidio: un cuscino. È stata Lorena Venier, madre del trentacinquenne e rea confessa dell'omicidio del figlio o, a indicarne la possibile collocazione nel corso di un interrogatorio davanti al pubblico ministero Giorgio Milillo.

L’oggetto, secondo quanto riferito, si troverebbe nel bagagliaio dell’auto di famiglia, una Fiat Panda. Ora potrebbe essere sottoposto ad accertamenti genetici per verificarne l’eventuale utilizzo nella dinamica del delitto.

Stando alla ricostruzione fornita dalla stessa Lorena Venier agli investigatori, dopo aver sciolto un blister di farmaco narcotizzante (Silnox) in una limonata fatta bere al figlio e dopo avergli praticato due iniezioni di insulina, la situazione sarebbe precipitata a causa della resistenza della vittima.

A quel punto, insieme a Mailyn Castro Monsalvo, avrebbe utilizzato il cuscino per soffocarlo, fino a farlo cadere esanime dal divano a terra.

Successivamente, nonostante fosse già privo di vita, sarebbero stati stretti al collo due lacci da scarpa. Il corpo sarebbe stato poi fatto a pezzi e occultato in un bidone, coperto con calce.

Le indagini, chiuse il 9 aprile, hanno formalizzato le accuse di omicidio volontario pluriaggravato in concorso, vilipendio e occultamento di cadavere nei confronti delle due indagate.

Nel corso delle dichiarazioni rese successivamente, Lorena Venier ha ribadito: “Ho agito perché convinta di dover proteggere mia nuora e mia nipote”.

La donna ha inoltre scelto di parlare davanti al pubblico ministero nel carcere di Trieste dopo la notifica della chiusura delle indagini. Secondo i suoi difensori, gli avvocati Alice e Paolo Bevilacqua, "non si è trattato di un gesto formale o difensivo ma della volontà di ricostruire integralmente una tragedia umana e familiare dalle proporzioni devastanti”.

Durante l’interrogatorio, durato alcune ore, la donna avrebbe chiarito diversi aspetti della vicenda, anche relativi alla dinamica e alla fase ideativa dei fatti. I legali parlano di una persona profondamente provata, “consumata dal peso delle proprie azioni”, maturate in un contesto di forte sofferenza personale e familiare.

La Procura ha confermato il contenuto dell’interrogatorio, precisando che gli elementi raccolti non porteranno a modifiche del capo d’imputazione: Mailyn Castro Monsalvo viene indicata come istigatrice, mentre Lorena Venier come organizzatrice dell’azione contestata.

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