
Pierpaolo Capovilla si prepara a vivere la sua prima serata da protagonista come attore. Il musicista è uno dei protagonisti di "Le città di pianura" di Francesco Sossai, ed è candidato come Migliore attore protagonista ai David di Donatello 2026. Capovilla dalla fama burbera che lo precedeva e che lui non ha mai fatto nulla per smentire. Il suo sbuffare mentre parlava il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, durante la cerimonia di apertura, lo rappresenta. Mai lo avremmo immaginato impettito al fianco di Checco Zalone o a dare la mano al Presidente Mattarella. Allergico al sistema, sempre scomodo in un mondo che per quanto indipendente rientra comunque in un contesto di merce e mercificazione, Capovilla è uno di quelli che se n'è sempre fregato e non ha mai fatto calcoli prima di dire cose anche scomode. E alla fine questo stridio, al Quirinale, lo rappresenta alla perfezione, ne descrive proprio quello stare scomodo nel mondo.
Anche quello che dovrebbe essere il suo, il musicale. Solo qualche giorno fa, per esempio, ha criticato sui social, in maniera veemente, il Concertone del Primo maggio: "Quanto è stupida la canzone popolare oggigiorno? e perché dovremmo prestar loro attenzione? si vergognino, i sindacati, di invitare questi analfabeti funzionali al concertone, non siete ridicoli, siete intollerabili, miserabili servi dei discografici, c'è un intero paese che ne ha abbastanza di voi, e di tutta la spazzatura musicale che ci viene propinata oggigiorno, ma andatevene tutti in discarica…". Niente che sorprenda chi ne ha letto interviste, lo ha visto sui palchi o ne ha ascoltato la musica.

Io lo ricordo sotto il palco dei Dinosaur Jr., durante un vecchio Neapolis Festival a Giffoni, mentre osservava curioso J Mascis, il cantante della band statunitense. Lo ricordo come uno dei miei ascolti della formazione, prima con i One Dimensional Man – di cui è stato fondatore – ma soprattutto con Il teatro degli Orrori. Quando cantavamo "Hai sentito di Tom, Tom che se n'è andato via" ("La canzone di Tom") oppure "Roma capitale, sei ripugnante, non ti sopporto più" ("Io cerco te"). Una generazione che ha conosciuto Ken Saro-Wiwa grazie a quel dardo infuocato che è "A sangue freddo", canzone che diede il nome all'album del 2009: "Io non dimentico, e non mi arrendo. Io non mi arrendo: è nell'indifferenza che un uomo, un uomo vero, muore davvero" cantava Capovilla, perché la politica non la si fa solo su un palco con i sindacati, ma anche con pochi versi e le canzoni.
"Non una brava persona, non sono affidabile; non un intellettuale, mi manca la disciplina; non un grande artista, detesto questa parola, e soprattutto detesto quelli che dicono: io sono un artista". Lo ha scritto Capovilla in un autoritratto su Rolling Stone, parlando proprio di come sia finito a fare il protagonista nel film di Sossai in cui interpreta "un cinquantenne sfigato, alcolista e sovrappeso, un balordo ma, in fondo, un buon diavolo, inoffensivo, gentile persino, un povero fallito che se ne infischia del proprio stesso destino, tanto…". Sono sempre parole sue, le migliori per raccontare chi è Doriano.
Guardare Capovilla interpretarlo infrange lo schema tra persona e personaggio, perché Doriano e Pierpaolo sembrano una sola persona. Non serve conoscere personalmente il cantante, basta averlo conosciuto con le sue canzoni per sentire la verità che sprigiona vederlo sullo schermo insieme a Sergio Romano – e Filippo Scotti, poi -, girare il Veneto alla conquista dell'ultimo bicchiere. Quel Veneto, e il Nord Est in generale, che ultimamente sta conquistando una nuova vita, con film come "Piccolo corpo" di Laura Samani, i libri di Laura Scomazzon o Marco Balzano e le canzoni di Massimo Silverio. Quel Veneto che ha cresciuto Capovilla, quel Veneto in cui, come cantava lui stesso, si cresce e si muore, ci si spezza "la schiena nei giorni feriali", si invecchia mentre i figli hanno altro da fare, in cui "il cielo di stelle forse è l'ultima cosa bella che ci rimane".