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Pera Toons anche in Rai: “Non ho vinto la lotteria, è stato un lavoro lungo. L’IA? Mi copia ma non sa fare battute”

Alessandro Perugini, in arte Pera Toons, è uno dei fumettisti italiani più amati dai ragazzi: tra social, Youtube, libri e tv – dove a breve parte un nuovo programma – sta costruendo un vero e proprio impero. A Fanpage ha raccontato le difficoltà di costruire questo successo e riflette sull’AI: “Copia, ma non sa ancora fare battute”
A cura di Francesco Raiola
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Alessandro Perugini in arte Pera Toons
Alessandro Perugini in arte Pera Toons

Alessandro Perugini è uno dei fumettisti più conosciuti d'Italia. Il suo nome d'arte è Pera Toons e un'intera generazione è cresciuta con le sue battute: sui social, su Youtube, nei libri e a breve anche in tv. Dal 18 maggio, infatti, su Rai Gulp andrà in onda "Prova a non ridere", una serie prodotta dalla casa editrice Tunué, in collaborazione con Rai Kids. Freddure e battute caustiche, accompagnate da disegni semplici hanno fatto la fortuna di questo ex grafico che oggi è una presenza fissa nelle classifiche di vendita dei libri. Nonostante il pubblico ampio, lui preferisce essere definito come un fumettista o un content creator per ragazzi. Che la sua strada sarebbe stata quella dell'ironia lo aveva compreso già quando frequentava le scuole medie, ma per far sì che diventasse un vero e proprio lavoro c'è voluto qualche anno. In questi ultimi anni ha trovato la chiave giusta per diventare un fenomeno che va oltre i social: prima ha tentato varie strade, ma i suoi personaggi semplici hanno colto nel segno. A Fanpage Perugini ha raccontato come è nato Pera Toons

L'hai raccontato mille volte, però partiamo dal farmi capire un po' quando hai avuto l'idea: quando Alessandro diventa Pera Toons?

Diciamo che, in un certo senso, sono sempre stato un po' così; l'allenamento me lo sono fatto nella vita "normale" ben prima di sbarcare sui social. Già nel periodo delle medie avevo capito che la mia strada sarebbe stata quella dell'ironia. Mi piaceva far ridere le persone per svariate ragioni, più o meno nobili: far ridere qualcuno è come fare un regalo, e sappiamo tutti che spesso è molto più gratificante fare un dono che riceverlo. Poi, banalmente, avevo compreso che l'essere simpatici era la chiave per fare amicizia e creare gruppo. Mi sono allenato costantemente e proprio alle medie è nato "Pera". Non è un caso che all'epoca mi chiamassero Peru; la trasformazione definitiva in Pera è avvenuta poi alle superiori, giocando con il mio cognome.

E a livello professionale?

A livello professionale, Pera è tornato prepotentemente nel 2017. Lo dico spesso come una battuta, ma sotto sotto la verità era un'altra: volevo diventare famoso sui social ma per capire se fosse davvero possibile scalare i social partendo da zero. Facevo il grafico pubblicitario e vedevo intorno a me troppa teoria; c'era tanta gente che spiegava come crescere senza avere effettivamente un seguito. Dovevo fare un esperimento su me stesso, un po' come Mel Gibson in "What Women Want": lui provava i prodotti femminili per capire la testa delle donne, io dovevo "sporcarmi le mani" con una pagina mia per poter poi consigliare i miei clienti con cognizione di causa.

Di cosa vi occupavate principalmente nello studio di grafica?

Lavoravamo tantissimo sul settore food e, nello specifico, sul packaging. È un ambito che trovo ancora oggi bellissimo, perché il packaging è la prima forma di comunicazione visiva di un prodotto. In quel periodo ero inserito in un gruppo di lavoro stimolante e simpatico a Perugia, ma sentivo che stava cambiando qualcosa. Ascoltando i podcast di altri creator e YouTuber, mi rendevo conto che la mia storia era simile a molte altre: a un certo punto il progetto parallelo sui social inizia a darti più soddisfazioni, anche economiche, del lavoro principale, e ti trovi davanti a un bivio. Io ci ho messo un bel po' a distaccarmi dalla mia vecchia vita da grafico, proprio perché amavo quello che facevo.

Come mai decidesti di puntare proprio sulle strisce comiche? C'era qualche altra possibilità in ballo?

Iniziai aprendo contemporaneamente varie pagine su Instagram, ognuna con un tema differente. C'era una pagina dove riassumevo pillole di marketing, un'altra dedicata alla fotografia e una dedicata ai miei schizzi. Crescevano tutte, ma quella degli schizzi aveva una marcia in più a livello di crescita organica. All'epoca non c'era un algoritmo sofisticato come quello odierno che ti propone contenuti "additivi"; regnava l'ordine cronologico. Mi arrabattavo commentando e interagendo con pagine simili per farmi conoscere, perché non ho mai voluto pagare per degli "shoutout" o farmi spingere da altri. Volevo vedere fin dove potevo arrivare da solo. Quello è stato il periodo più bello, forse il più puro, di Instagram. Piano piano il disegno ha preso il sopravvento, anche se per me era sempre rimasto un hobby. Non ho fatto scuole di disegno o corsi specifici; ho studiato grafica perché amavo i computer. Ho imparato a fare il fumettista "mentre" avevo già migliaia di fan che mi seguivano.

Adesso stai continuando a studiare?

Sto imparando ogni giorno sul campo di battaglia. Sono ormai nove anni che disegno con costanza e ho capito come sfruttare al meglio questo media.

L'uso del balloon con scritte grandi per la leggibilità, l'immediatezza della freddura, è come se fosse tutto studiato e poi da affinare.

All'inizio facevo molti errori tecnici per risparmiare tempo, come usare sempre la stessa inquadratura. Con il tempo, e grazie ai consigli del mio editore Tunué, ho capito l'importanza dei campi, dei controcampi e degli zoom per non annoiare il lettore. Mi sento ancora in una fase di apprendimento; mi manca quel potere speciale dei bambini di assorbire tutto all'istante, ma la mano che mi sono fatto disegnando per conto mio negli anni mi sta tornando molto utile.

E le battute invece, come nascono? 

C'è tantissimo allenamento dietro, specialmente per i format delle freddure e dei delitti. Ho sempre cercato di seguire il gusto del mio pubblico facendo test continui per il mio palinsesto. Seguivo anche le cose che funzionavano di più. All'inizio i delitti erano imbattibili a livello di viralità: per l'algoritmo di allora, il commento (la gente che provava a indovinare il colpevole, ndr) valeva molto più del like. Ho guadagnato mezzo milione di follower solo così.

E le freddure?

Oggi le freddure mi nascono spontanee, è quasi una "maledizione". Se ci pensi, la parola stessa contiene un gioco di parole: "male-dizione", ovvero dire male qualcosa. È come una miniera d'oro: all'inizio trovi pepite giganti ovunque, poi devi scavare sempre più a fondo per trovare qualcosa di nuovo che sia all'altezza delle prime. Per questo a un certo punto ho iniziato a recuperare le barzellette classiche del passato, quelle che raccontavamo da bambini. Pensavo non avrebbero funzionato perché erano lunghe, invece l'algoritmo attuale premia il tempo di permanenza e sono diventate dei successi incredibili.

Pera Toons – Prova a non ridere
Pera Toons – Prova a non ridere

Ma sei solo a gestire tutto questo o hai un gruppo di lavoro strutturato?

All'inizio, per forza di cose, devi essere solo. Per anni è un hobby che ti assorbe tempo e non ti dà nulla in cambio, quindi non hai budget per collaboratori. Dal 2017 al 2021 ho fatto tutto io: disegni, testi, doppiaggio e montaggio. Poi si è aggiunta Sara, che è fondamentale perché si occupa del montaggio video partendo dai miei file. Oggi considero Tunué come parte integrante del team; mi aiutano e mi fanno risparmiare tantissimo tempo. Con la serie TV in Rai, ho dovuto imparare a delegare, che per me era un problema. Volevo che la serie avesse animazioni migliori ma senza perdere quel minimalismo, quella semplicità che caratterizza il mio stile. Grazie allo studio Campedelli siamo riusciti a fare un ottimo lavoro, e ora mi aiutano anche nella gestione dei contenuti social. Però ho dato loro un ordine preciso: "Non fatele troppo bene", perché non voglio che i video della serie si stacchino troppo dai fumetti animati che continuo a produrre io in totale autonomia. Voglio mantenere il controllo: se ho un'idea alle dodici, alle sei deve essere online.

Quanto tempo ti occupa durante la giornata questo lavoro?

È difficile da quantificare ora che ho un team, ma mediamente produco circa quattro o cinque gag al giorno. Agli inizi ero molto più veloce nella fase esecutiva: una volta ho disegnato, doppiato e montato ventidue battute in un solo giorno. Ora le cose sono più articolate. Anche se ho un team che impiega giorni per animare dieci secondi, io magari quella battuta l'ho scritta in mezz'ora. Diciamo che passo al computer le stesse dieci ore che passavo quando facevo il grafico, la quantità di lavoro non è diminuita, è solo cambiata la finalità.

Come si è trasformata la tua vita con il successo? A differenza di cantanti e attori avrai meno il problema del selfie.

Mi sento molto sereno perché ho raggiunto degli obiettivi che mi danno tranquillità. Dormo bene la notte, a meno che non ci sia qualche evento eccitante il giorno dopo come un viaggio in Giappone o il Lucca Comics. Non credo di aver vinto la lotteria; o meglio, se l'ho vinta, il premio lo tengo da parte e continuo a lavorare sodo, perché la paura di perdere quello che hai costruito è forte. La cosa bella è che mi sento un po' come Superman.

In che senso?

Quando sono in giro in pigiama alle poste sono Clark Kent e nessuno mi nota, ma se a una cena salta fuori che sono Pera Toons e vedo che tutti hanno i miei libri a casa, allora divento Superman. È uno switch divertente, e mi godo il fatto di non aver messo la mia faccia ovunque: i creator che lo fanno non possono fare un passo senza essere fermati per un selfie, io ho ancora la mia libertà.

Come è visto Pera Toons nel mondo dei fumetti?

Diciamo che mi vedo un po’ per come mi percepisco: so di essere un fumettista perché amo i fumetti e li realizzo, e sento di stare migliorando costantemente, cosa che mi rende molto fiero. Tuttavia, sono consapevole che il mio lavoro rompe certi schemi tradizionali. Do priorità a elementi che altri fumettisti trascurano e viceversa. Per me, ad esempio, sono fondamentali l'impatto, la semplicità e la velocità di esecuzione. Il mio obiettivo è produrre tanto e in tempi brevi; non potrei mai permettermi di impiegare uno o due anni per finire un singolo libro. Esistono colleghi con una mano pazzesca e un disegno straordinario: se avessi il loro talento, probabilmente punterei tutto su tavole stupende. In questo senso, tecnicamente parlando, per alcuni puristi del settore forse non sono ancora un fumettista al 100%, ma sia io che loro sappiamo bene che il fumetto, come l’arte in generale, non può essere circoscritto a regole fisse.

Questa tua formazione da grafico pubblicitario quanto influenza la struttura dei tuoi libri?

Moltissimo. Mi sento ancora in una fase di "upload", proprio perché nei miei lavori porto dentro competenze diverse. Per me, ad esempio, l'impaginazione è tutto. Reputo i miei libri bellissimi sotto quell'aspetto; li ho curati io seguendo il mio gusto personale, cercando una pulizia visiva che è tipica della grafica. Anche l'uso del lettering è fondamentale, non è solo un contorno: non a caso i miei primi quattro libri sono stati scritti interamente a mano.

Pera Toons – Prova a non ridere
Pera Toons – Prova a non ridere

Ti senti quindi a tuo agio quando vedi il tuo nome nelle classifiche dei fumetti più venduti?

Inevitabilmente ci finisco e i risultati sono ottimi, così come nelle classifiche dei libri per ragazzi. In realtà, però, mi sento un po' come mi sono sempre sentito nella vita: un outsider. Ti spiego perché: di cognome faccio Perugini, ma sono nato ad Arezzo negli anni '80, quando c'era una forte rivalità tra le due città. Da bambino subivo le battute degli aretini per il mio cognome, poi quando mi sono finalmente trasferito a Perugia ero comunque visto come un forestiero. Questa sensazione mi accompagna tuttora: tra i fumettisti o gli scrittori "puri" mi sento un outsider, anche se i numeri dicono che ci rientro a pieno titolo. Dove mi sento davvero a casa, però, è nella categoria dei libri per ragazzi. Mi piace molto di più definirmi un fumettista, o un content creator, per ragazzi, nonostante poi io abbia la fortuna di avere un pubblico vastissimo che abbraccia tutte le età.

Cosa aggiunge la televisione al tuo percorso rispetto ai libri e ai social?

La TV mi ha permesso di esplorare battute basate puramente sull'animazione, cose che nei fumetti statici o nei video semplici non potevo rendere bene. Vedere i ragazzi ridere al cinema per delle gag visive mi ha fatto capire che si è aperto un mondo nuovo. Inoltre, mi sta costringendo a imparare a sceneggiare seriamente. Prima scrivevo solo battute brevi, ora devo descrivere scene, inquadrature e fondali per farli capire allo studio di animazione. La serie aggiunge anche una dimensione sonora fighissima, con sigle e musiche che accompagnano perfettamente le battute.

L'intelligenza artificiale per te è uno strumento o un nemico da evitare?

È sicuramente uno strumento. Chi dice il contrario spesso, sotto sotto, la usa già per piccole cose quotidiane. È uno strumento e come ogni strumento, aiuterà alcuni e metterà in difficoltà altri. Al momento sono tranquillo perché l'IA non sa ancora fare bene le battute; sa rifarle, ma manca di quel guizzo creativo umano. Mi preoccupa un po' di più dal lato estetico, perché avendo io uno stile minimalista, un'IA ci mette poco a replicarlo. Però credo che la sostanza e il "come" si propone un contenuto (lo zoom giusto al momento giusto, il ritmo) rimangano ancora una prerogativa umana.

Qual è il tuo sogno nel cassetto dopo aver conquistato classifiche e TV?

Mi piacerebbe realizzare un lungometraggio classico, un film con una storia lunga e avvincente, ma che sia costellato dalle mie battute. È un progetto che devo ancora visualizzare bene nella mente. Come diceva Alberto Angela, bisogna fare un passo alla volta, un mattoncino al giorno. Un passo alla volta si arriva lontano.

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