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Miale Di Mauro con “Love Bombing” porta l’Isis in Occidente (VIDEO BACKSTAGE)

Cosa accadrebbe se l’Isis conquistasse l’Occidente? Viaggio dietro le quinte di “Love bombing” il nuovo spettacolo della compagnia Nest – Napoli Est Teatro scritto e diretto da Giuseppe Miale Di Mauro.
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A cura di Andrea Esposito
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Siamo andati a curiosare dietro le quinte dell’ultimo spettacolo del regista napoletano Giuseppe Miale Di Mauro, co-fondatore insieme ad Adriano Pantaleo, Andrea Velotti, Giuseppe Gaudino, Carmine Guarino e altri ancora, del Nest – Napoli Est Teatro che, con il Nuovo Teatro Sanità rappresenta una delle più interessanti novità nel panorama culturale di Napoli e provincia (giacché il Nest nasce per vocazione in una zona periferica della città, per la precisione a San Giovanni a Teduccio).

Questo spettacolo, dal titolo “Love bombing”, chiude simbolicamente il cerchio di una prima stagione – nonostante ci siano in programma ancora una lettura di Alessandro Haber e un incontro con Antonio Latella – che più che di rodaggio è stata un vero e proprio successo già ampiamente collaudato. Il Nest, infatti, si è fin da subito guadagnato la stima del pubblico e degli operatori portando in città spettacoli e artisti tagliati fuori dal giro napoletano: da Fibre Parallele a Colangeli-Montanari tanto per fare due nomi.

Ma dicevamo di “Love bombing”. Lo spettacolo nasce da un testo originale dello stesso regista, Giuseppe Miale Di Mauro, che con grande intuito, addirittura al limite con la premonizione, ha scelto circa tre anni fa di raccontare una storia ambientata in un mondo in cui un gruppo di miliziani islamisti ha conquistato l’Occidente e ha scatenato una guerra totale. Il tutto prima dell’Isis e prima di "Sottomissione" di Houellebecq.

La storia, più nello specifico, è interamente ambientata all’interno di un bunker, uno spazio claustrofobico che costringe gli attori a recitare stando curvi, in cui vivono asserragliati cinque personaggi: l’ergastolano, il falco, l’avvocato, ‘o guaglione e il pediatra. Uno di loro riesce a catturare e a portare nel rifugio un sesto personaggio, il Mujahideen, la cui presenza scatena quella che il regista stesso definisce “la degenerazione umana, un percorso inverso all’evoluzione di Darwin”.

La messinscena è, come sempre negli spettacoli di Miale Di Mauro, molto accurata e ricca di spunti poetici e visivi. Non è un segreto che il regista sia un grande estimatore di Antonio Latella e infatti l’idea scenografica riflette in modo tutt’altro che banale proprio sullo spazio claustrofobico voluto da Latella per lo spettacolo “C’è del pianto in queste lacrime”, prodotto ormai tre anni fa dal Napoli Teatro Festival e mai più rivisto né qui né altrove. Più che un peccato, un autentico delitto a cui forse quest'anno lo Stabile, anzi il Nazionale, porrà finalmente rimedio. Ma tornando a “Love bombing” vediamo che questo spazio, che in Latella era orizzontale e bidimensionale (con il fondo color oro, alla maniera bizantina), qui invece è sviluppato in profondità, come un antro, una caverna dalle pareti grigie, di cemento armato, illuminata da luci al neon freddissime, come a indicare un’umanità (il gruppo rifugiato è una parte per il tutto) ormai priva di calore, svuotata di qualunque sentimento. L’unica nota “calda”, anzi di un rosso infuocato, illumina proprio il prigioniero, il mujahideen, che rievoca per certi versi il personaggio paradigmatico e italianissimo della "candida canaglia" (Sordi, Gassman) convertitosi all’Islam pur di sopravvivere.

La presenza delle armi, altro elemento della messinscena su cui vale la pena riflettere e anch’esso ricorrente nel teatro di Miale Di Mauro, è allo stesso tempo realistico e simbolico: tutti i personaggi hanno una pistola e la usano, tuttavia il colpo che si ‘sente’ è uno solo, l’ultimo, mentre tutti gli altri sono muti.

Insomma, riepilogando: uno spunto attualissimo, anzi premonitore, una messinscena accurata e di grande impatto visivo, un gruppo di attori molto bravi e affiatati (Gennaro di Colandrea, Giuseppe Gaudino, Stefano Jotti, Adriano Pantaleo, Giampiero Schiano, Andrea Velotti), un mix riuscito di realismo – pensate a ciò che sta appena fuori dalle mura di quel teatro – e simbolismo, una soundtrack emotional che annovera brani scolpiti nell’immaginario collettivo… questa è la ricetta di uno spettacolo, secondo me molto bello e da consigliare a tutti, sperando che nella prossima stagione abbia una tournée degna di questo nome. A noi il compito di raccontare in modo nuovo, con forme nuove, un nuovo teatro: un teatro che racconta la realtà trasfigurandola, che dà spazio alla nuova scrittura e alle giovani compagnie, che non snobba il pubblico ma che anzi lavora con grande impegno proprio per ricostruire un rapporto andato in frantumi. Spero che il video raggiunga lo scopo. L’unica indicazione che si può dare, se volete, riguarda gli ultimi due minuti del montaggio in cui ho provato a sintetizzare lo spettacolo con una lunga clip non già illustrativa, ma che riscrive e cerca di restituire quella claustrofobia cercata dal regista in teatro attraverso l’uso di un teleobiettivo che segmenta lo spazio e i corpi e non mostra mai l’insieme, ma solo dei frammenti, delle voci ‘fuori campo'. Buona visione.

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