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11 Maggio 2015
16:50

L’Italia dei Gianni Morandi che resiste alla barbarie dell’individualismo

Il cantante emiliano cura personalmente la pagina fan su Facebook. Tra immagini di vita quotidiana e attività artistica traspare un’altra Italia: mite, pacata, ragionevole. Un’Italia persistente nonostante sia continuamente tramortita dal clamore populista.
A cura di Marcello Ravveduto
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Nella maggior parte dei casi quando si scrive di fenomeni di costume, tendenze o personaggi famosi, che fanno scalpore nel web e, in particolare, su Facebook, è per metterne in luce aspetti negativi o degenerazioni legate all’abuso di networking. In realtà, nei social network, essendo razionalmente configurati come replicazione del reale, ci si può imbattere sia in fatti e persone negativi, sia in eventi e personalità positivamente esemplari. Naturalmente, come nella realtà, è la narrazione drammatica, a sfondo noir, a conquistare morbosamente l’attenzione delle masse e non certo il fluire, spesso demenziale, di post anodini recanti foto e video di animali, cibo, bambini, panorami e così via. Ma anche in questo caso, alcuni contenuti superano la soglia minima emozionale diventando virali grazie alla moltiplicazione esponenziale dello share.

Dunque, anche in Facebook, come nella vita vera, si possono trovare, in maggioranza, persone oneste e perbene, dotate di una carica di solidarietà umana che può attirare l’attenzione del pubblico interconnesso. Provo a fare un esempio. Mi sono imbattuto, senza compiere particolari ricerche, in una pagina fan con 1.301.601 seguaci (fino ad oggi) che mi ha dato la prova di come sia possibile usare i social network a fin di bene sfruttando la propria influenza. Il personaggio in questione è di quelli amati dagli italiani: sto parlando di Gianni Morandi.

Vediamo a ritroso i post dell’ultimo mese. Il 10 maggio inserisce una clip mentre corre nel parco, l’8 maggio ne propone una in cui canta “Sei forte papà”. La rammentate? Avevo quattro anni quando fu inciso il 45 giri nato come sigla del programma televisivo “Rete tre”, condotto dallo stesso cantante. Raggiunse la vetta della top ten nel mese di dicembre per stazionare al primo posto fino al febbraio successivo. Ricordo che mio padre la cantava in auto mentre io “interpretavo” la voce del bambino durante il ritornello. Quella canzone rappresentava esattamente il mio papà: forte e buono come il protagonista del brano.

Un inno alla famiglia nel pieno degli “anni di piombo”, in un’Italia travolta dalla crisi economica e preda di una trasformazione sociale da cui uscirà sconfitta la classe operaia. La questione di fondo della canzone, a rileggere il testo oggi, non era la retorica dei buoni sentimenti ma l’attaccamento ad un valore nazionale, la famiglia, che sembrava perire sotto i colpi dei nuovi diritti civili individuali, pur doverosi e necessari. Una famiglia, nonostante tutto, moderna visto che il padre è in gita con i figli senza la madre. Un uomo, forse, divorziato come lo era Morandi nella realtà.

Torniamo ai post. Il 7 maggio una foto lo ritrae mentre sbuccia i piselli; il 6 maggio effettua un sopralluogo al Foro Italico dove a settembre terrà dei concerti con Baglioni. Saltiamo al 4 maggio: un’app dello smart-phone lo ha trasformato in uno spericolato ballerino. Poi, dopo una puntatina a Frosinone, per vedere il suo Bologna, e gli auguri del primo maggio arriviamo al 30 aprile dove lo vediamo aggirarsi curioso (come un anziano qualsiasi, ha quasi 71 anni) tra alcuni operai a lavoro. Il giorno precedente, invece, è davanti al computer mentre risponde ai fans su Facebook; e ancora lo ritroviamo in Puglia e a una serata di beneficenza a Lecco. Arriviamo, così, al 20 aprile, giorno in cui vengono postate due foto: una di fine Ottocento con l’arrivo degli italiani in Usa e l’altra relativa agli sbarchi odierni sulla coste dello Stivale.

Un modo un po’ sempliciotto, ma sicuramente bonario, per dire la sua e prendere pacatamente posizione contro l’egoismo di molti nostri connazionali. Il messaggio è di quelli da “partita del cuore” anche se l’obiettivo è indurre a riflettere sulle nostre origini e anche sulla nostra ricchezza che affonda le sue radici nel sacrificio di milioni di emigranti. Gli italiani, soprattutto i meridionali, erano accolti negli Stati Uniti come criminali, anarchici e mafiosi, e considerati dei selvaggi, dei negri dalle pelle leggermente più chiara, i cosiddetti “dagos”.

Dopo aver lanciato il post cominciano ad arrivare insulti e contumelie. Morandi prova a rispondere a tutti garbatamente, ma viene investito dall’onda anomala del popolo razzista la cui voce è stata liberata dalla disintermediazione del Web. Piovono gli “andrei io a bombardare i barconi” e i “sono tutti delinquenti”. Il giorno dopo, caparbiamente, torna sull’argomento rendendo pubblica la sua costernazione. Un’altra valanga lo cementa nella Rete adombrando l’idea del ricco che si fa paladino dei buoni sentimenti perché ha la pancia piena.

Da qualche parte ho letto, in merito a questa vicenda, che Gianni Morandi, con la sua genuinità, ha colpito l’opinione pubblica più di tanti illustri editorialisti. È vero, ma, secondo me, c’è dell’altro. Quella del cantate emiliano non è l’Italia dei buoni sentimenti ma è la Repubblica dei ragionevoli che, poi, è la forma più comunicativamente comprensibile del filosofico “elogio dei miti” di Norberto Bobbio.

Morandi è un’icona da oltre cinquant’anni e non ha paura di mostrarsi nella vita quotidiana, normale e un po’ banale ma sicuramente vera. È ricco ma non ha bisogno di sottolinearlo, anzi abbatte la barriera del censo cercando il consenso tra la gente e rischiando la via incontrollabile dei social network. Non è un tipo da gossip e le foto pubblicate le scatta la moglie. Fa jogging, va al supermercato, cura il giardino, va allo stadio, prende il caffe nel bar del paese, parla con tutti, racconta le storie delle persone che incontra e infine – e ci sta tutto perché è il suo mestiere – si spara un bel selfie con qualche collega promuovendo un concerto o una serata musicale.

“Il ragazzo del latte” rappresenta quella parte d’italiani che ispirano fiducia ma che nessuno vuole a posti di comando per l’eccessiva correttezza e la noiosa deferenza alle regole. Certo anche lui avrà i suoi peccati, avrà commesso degli errori e compiuto scelte sbagliate ma è credibile poiché il suo apparire è molto prossimo al suo essere. Ha un forte personal branding, sostenuto da una sapiente strategia di marketing umanitario.

Può darsi che mi sbagli ma ho la netta sensazione di trovarmi di fronte ad un frutto positivo dell’Italia del Miracolo. Morandi è ancora il ragazzo di campagna che, nonostante la ricchezza e la modernizzazione, non ha perduto i valori fondanti della civiltà rurale: la solidarietà, la fratellanza, il rispetto per la natura; insomma tutte quelle virtù “italiche” affievolitesi con il progredire dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione e del consumismo di massa, pilastri di un Occidente che ha impiantato lo sviluppo economico, culturale, sociale e civile sul mito del capitalismo e della libertà.

Del resto, quel mondo conteneva in sé ancora una forte carica di umanità determinata dal protagonismo dei lavoratori che dal contado si trasferivano nelle fabbriche e nelle città trasformate in un mix di storie millenarie, vita quotidiana e aspettative di benessere. Purtroppo nel nostro Paese hanno sempre vinto le forze oscure emerse negli anni di quello stesso Miracolo. Non a caso Silvio Berlusconi nel ’94 si presentò con lo slogan elettorale “Per un nuovo miracolo italiano”. Tra i due, non v’è dubbio, preferisco Gianni Morandi.

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