Sta diventando stucchevole la critica, ingenerosa e tutta italiana, del premio Nobel per la Letteratura conferito a Louise Glück, cioè a quella che fin troppi oggi appellano "scrittrice sconosciuta". Cosa che, secondo alcuni, guasterebbe l'appeal del Nobel, maggior riconoscimento letterario globale. Ovviamente qui non si tratta di ribadire l'ovvio, e cioè che il Premio Nobel e la sua Accademia di Svezia non sono esenti da errori o colpe in generale, né di negare che possano esistere nel mondo altre decine (se non centinaia) di scrittrici e scrittori meritori di quel riconoscimento, ma sostenere che bisognerebbe scegliere nomi più popolari è frutto di un ragionamento a mio avviso configurabile come un classico bias cognitivo, che in questo caso sarebbe: se io non conosco qualcuno, allora quel qualcuno è uno sconosciuto che naturalmente non merita quel riconoscimento.

A parte l'ovvia considerazione che si potrebbe fare semplicemente andando in rete, mettendosi alla ricerca di Louise Glück, per scoprire che stiamo parlando di una poetessa rispettata, letta e pluripremiata, la considerazione che al più la vittoria al Nobel di "questa poetessa sconosciuta" dovrebbe indurci a fare è sul modo in cui l'editoria italiana e, in particolare i grandi editori, considerano la poesia.

Il fatto che i libri tradotti in Italia di Louise Glück siano praticamente due soltanto, ed entrambi appannaggio di piccoli (piccolissimi) editori, motivo per cui oggi se un lettore italiano voglia leggere qualcosa della scrittrice newyorchese troverebbe disponibile un solo titolo in una piccola libreria napoletana ci illustra, senza bisogno di rispolverare ardite metafore, il fallimento dell'editoria italiana incapace non solo di immaginare una visione culturale, di prevederla, scommettendo, rischiando, al limite imitando chi questa cosa sa farla all'estero, ma persino di fare affari, l'unica dimensione in cui erano rimasti bravi e in cui, evidentemente, non riescono più.