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Dagli amori finiti di Rareş e carbeau allo schianto di Willie Peyote: le recensioni degli album della settimana

Le recensioni della settimana parlano di album che raccontano come non rassegnarsi alla fine: da Rareş al nuovo di Willie Peyote, la musica italiana è viva.
A cura di Federico Pucci
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Willie Peyote: ph Matteo Bosonetto
Willie Peyote: ph Matteo Bosonetto

Il pop non se la passa bene. Due anni fa, le dieci canzoni più ascoltate di Eurovision Song Contest 2024 registravano su Spotify una media di 403.977 stream nel primo giorno dopo la prima semifinale (8 maggio). Il 13 maggio scorso, invece, le dieci canzoni più ascoltate di ESC 2026 sono arrivate appena alla media di 238.016 ascolti: meno 41% nel giro di due anni. Non parleremo in due righe di boicottaggio e altri problemi della competizione caduta in disgrazia, ma sicuramente possiamo dire che il pubblico del pop non beve tutto quello che gli si fornisce, e che anzi resiste alle campagne di influenza più di quanto non vorremmo credere di questi tempi.

Certo, dominare la conversazione sembra ancora una strada praticabile: come Drake che per scrollarsi di dosso la reputazione macchiata dal beef con Kendrick Lamar (e forse anche il contratto con la major a cui ha fatto causa) scarica sul pubblico ben tre album, uno più noioso del precedente. Per questo vale ancora la pena passare la parola. Ti è piaciuto "Furèsta" di La Niña? Potresti provare il nuovo album del duo occitano Cocanha Flame Folclòre, che tra le righe di una tradizione secolare trova spiragli di estremi attualità ambient folk e una produzione che accentua ritmiche metalliche dei tamburelli e distorce le corde (fai caso a Clam). O magari farà per te "Norteña" di Julieta Venegas (Natalia Lafourcade in "Tengo Que Contarte" e Callaron Las Canciones valgono senza dubbio un ascolto).

Nel frattempo, una generazione di artisti italiani emergenti continua a pubblicare canzoni encomiabili (ti indico "Buio" di Arianna Pasini, "Crepaccio" di Tueri Damasco e aucune idee di Valentina Polinori), altri nomi consolidati confermano il loro talento (gli inaffondabili Calibro 35 in "Riots", Baltimora come Emma Nolde in "Maltempo") mentre i nomi più celebrati della nostra discografia riaffacciatisi con nuovi singoli fanno fatica a convincere il sottoscritto (tranne Ernia in "LEWANDOSKY XI"). Distinguersi dalla massa non è facile, specie quando si è stati lo standard a lungo. Meglio ripudiarlo del tutto, questo standard: lo fa Max Gazzè con "L’ornamento delle cose secondarie", che si riallaccia al prog realizzando un disco delizioso oltre che “importante” ("Facce da vecchi" e "Sul filo parte II" sono gran pezzi). E scegliendo di accordare il La centrale a 432 Hz, cioè leggermente più “basso” del La a 440 Hz. Il che dà al suono maggiore calore, se il tuo orecchio è abituato ad ascoltare molta musica, come si dice che ormai facciamo tutti nell’era dello streaming. Ti consiglio di diffidare di chi, invece, ti parla di frequenze meditative e armonie naturali. Non c’è bisogno di inserire pseudoscienza dentro la nostra già abbondante confusione, non c’è bisogno di giustificare la nostra necessità di ascoltare “altro”: è semplicemente il modo in cui funziona la curiosità.

Rareş – SINCERO!

Nelle canzoni d’amore ci riconosciamo quasi tutti. Ma quando una canzone d’amore non ti offre la scusa per rivalutare completamente i fondamentali della tua vita, è uno spreco. Nel suo nuovo album SINCERO! Rareş canta di una relazione andata in frantumi, eppure evita il narcisismo, la tristezza autocompiaciuta, la consolazione della disperazione che spesso affliggono questa tanto incompresa forma d’arte in cambio di facile riconoscimento. È un disco gioioso, anzi, ricolmo dell’entusiasmo non di chi sta raccogliendo pezzi fra i detriti, ma di chi sta ponendo nuove fondamenta alla sua vita.

Nella volata finale, il musicista fa accomodare al suo fianco quel talento assoluto di Giovanni Truppi sulla traccia "Stappacuore" per cantare insieme una frase che mi suona come il mantra dell’intero progetto: "Ritornare ad essere più come ero prima dell’amore, tornare ancora vergine, vedere se mi tornerà la voglia di amore". Suona appropriato che l’arpeggio di chitarra si muova con un giro che si interrompe a tre quarti e riparte: serve uno slancio, anche quando il cronometro gioca contro di noi, per immaginare una rinascita. Dietro un titolo consumato da milioni di luoghi comuni, la canzone si riappropria della potenza rigeneratrice dell’amore, pur constatando la fragilità delle premesse: strappare per mettere nuove radici, o almeno provarci ("vedere se").

Rareş è un maestro dell’ambiguità, come dimostrava l’album del 2023 "femmina". Qui ambigua non è una parola mendace o un suono irreale, quanto la fuga dalle verità granitiche: fai caso ai contrappunti melodici delle strumentali più ispirate al minimalismo di Steve Reich (gli ottoni di "Robina" o gli arpeggi di "Hanno previsto la pioggia"), dove la precisione puntinista quasi meccanica del tono pizzicato fa i conti con una timbrica morbida, quasi sfumata. Gli oggetti brillano, sì, ma di una luce atmosferica che non permette di mettere a fuoco ogni cosa. Merito anche di chi ha registrato il disco con lui, due peraltro bravissimi cantautori come Marco Giudici e Adele Altro, esperti nel far esplodere le sottigliezze, nel far scintillare forme intricate. I loro nomi vanno messi accanto a quelli di iako, faccianuvola e Gaia Morelli (cori in "Robina") che contribuiscono insieme con i vari musicisti coinvolti alla definizione, in questo disco, di una canzone pop alternativa sbilenca ma splendente, gracile ma energica.

Come nella scrittura d’amore di Stephin Merritt o Sufjan Stevens la lucidità del concept ammetta la fallibilità umana del ricordo, il che apre chiari spiragli di speranza in mezzo alla confusione. "SINCERO!" straripa di gioia, tenera e spietata come le parole di un bambino (che in effetti risuonano nei tre atti di questa tragicommedia). Qui si gioca sempre al rimpallo: come nel basso martellante jangle pop di "Credi" che tira dritto dopo il passo esitante, quasi onirico, di "Senza confini", ballata saturnina, traballante spinta in aria da un ritornello solare. O nelle fanfare incalzanti di "Gatti" che arrivano dopo la malinconia psichedelica di "Giorni di sole" (anch’essa capace di decollare, stavolta grazie al bridge). Se cerchi una canzone in cui bagnarti di lacrime, c’è anche quella: "L’amore è un’altra cosa", pezzo che potresti ascoltare in coda a "Trying Times" di James Blake.

Ma a prevalere è soprattutto la tensione. La senti anche nella voce di Rareş dotata di una timbrica speciale, spesso accentuata da doppie e triple voci (talvolta in unisono, talvolta in armonia come nel refrain corale di Fine), in cui note gravi e brillanti rimbalzano l’una sull’altra, talvolta facendoti dubitare della linea lungo la quale la melodia ti conduce. Il che è giusto: il pop deve essere un luogo di incertezza, deve incantarci più che spiegare. Dove si riconosce la potenza dello scarto (“una robina che si muove dentro al petto”), il granello che non blocca l’ingranaggio, ma lo fa dondolare e zoppicare in maniera stupefacente. Per andare avanti, di nuovo, come prima dell’amore e verso un nuovo amore.

Filospada – Il linguaggio dei serpenti

Una teoria neurologica superata ma affascinante sostiene che il nostro cervello sia costituito da avanzi di precedenti passaggi evolutivi, e che alcune funzioni primordiali della vita (i cosiddetti operatori sessuali ma anche spaziali e semiotici, per esempio) siano materia di un cosiddetto cervello rettiliano. Se si presta fede a questa rappresentazione organica-funzionale, attingere al proprio cervello rettile può aiutare a diradare la nebbia delle sovrastrutture che abbiamo disordinatamente accumulato sopra le convenzioni sociali, come suggerisce peraltro uno strepitoso videogioco intitolato Disco Elysium. Cercare di imparare "Il linguaggio dei serpenti", se continuiamo questa curiosa discesa nella follia, è come scoprire il codice segreto dei nostri comportamenti, anche quelli più banali ma spesso surreali.

E sembrano fare questo i milanesi Filospada, già progetto solista di Filippo Spada e ormai divenuto trio con Jacopo De Donà alla batteria ed Emanuele Malfatti al basso. Nelle loro canzoni regnano insieme il disincanto e la curiosità, alleati nella testarda ricerca di un senso in una realtà sempre meno chiara e sempre più esigente. Scoprire la bestia interiore, non per una pseudo darwiniana aspirazione alla sopraffazione, ma per capire le nostre gesta apparentemente illogiche, come un lutto amoroso simboleggiato "La morte del timo", o la sorpresa di scoprirsi “come un neonato che sa fare l’amore ed altre mille nefandezze” (Neonato). Agitandosi nel grottesco, nell’ossessivo, nell’autodistruttivo che popolano le nostre normalissime giornate e gli danno, spesso, toni surreali, i Filospada incontrano il fascino del disordine: motivi imbizzarriti, immagini accumulate, cambi di passo e curve a gomito trovano casa in un rock talvolta psichedelico e garage, quasi sempre scalcagnato (slacker rock si dice oltreoceano, e noi potremmo tradurre “sciallo”), che tuttavia non respinge.

C’è qualcosa di familiare, infatti, nei dettagli sconci di "Prima sega" o nell’oggettificazione subita di "Mr Maniaco": il riconoscimento di una comune pulsione viscerale, che ci porta più spesso a sbagliare. E quindi si può osservare anche con una certa ironia e catarsi, come nel twist di un dio crotalo che nell’omonima canzone d’apertura offre alla voce narrante un ibuprofene. Serve uno sguardo storto per conciliare il nostro cervello bacato con gli avanzi di vita nella giungla, e quindi per riconoscere i nostri limiti (Alla punta dei piedi) e non farci schiacciare.

Die Abete – Giovani volpi

Quando le solite soluzioni smettono di funzionare, forse vale la pena puntare su espedienti radicali. Tanta parte della musica popolare, oggi, sembra finita in questo vicolo cieco: se le parole e i suoni rassicuranti smettono di consolare, è il momento di frugare nel proverbiale abisso e lasciarsi scuotere. I Die Abete sono un quartetto originario di Terni che suona musica hardcore perfettamente calibrata per il declino che ci capita di vedere intorno. “Se il mondo è nato per bruciare allora domineremo le rovine” ringhia Eugenio Della Mora, cantante e talvolta batterista del quartetto, in Stalker, che pare un riferimento al film di Andrej Tarkovskij cui già Niccolò Contessa aveva dedicato alcuni importanti passaggi dell’ultimo disco dei cani.

Come quel film esplorava l’inconscio e l’anima partendo dai rottami di un futuro insostenibile, così anche queste canzoni abbandonano l’ascoltatore di fronte al fallimento della tensione umana ad aggiustare ciò che non si può sistemare. “Un tentativo di smascherare ciò che abbiamo interiorizzato: modelli, paure e linguaggio”, spiega il gruppo. E di fronte a questo crollo generale la voce umana può solo rivendicare spazi residuali in mezzo al chiasso estasiato delle chitarre di Michele Perla e Marco Tortorelli, sgomitando per non farsi annegare dal nichilismo: questo sembrano suggerire le frequenti aperture armoniche, o gli stacchi della batteria di Lukas Bergmann, un’irriducibile propulsione verso la ricerca di senso anche in mezzo alla disperazione. Ma in modo nuovo, cambiando panorama.

Forse va presa così la citazione di "Viaggio al termine della notte" di Céline che chiosa il disco nella traccia "Stomaco": “viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione; tutto il resto è delusione e fatica”. “Accetta il dolore, mai”, dice in modo programmatico la prima traccia Mai, brano con il più trascinante dei riff di un disco sempre carico ed energetico: perché anche il più radicale dei discorsi deve ancorarsi a una speranza per l’umanità, riconoscendo i limiti (“il tuo nome non può spostare montagne”) e rifiutando la prospettiva che la musica sia finita qua.

carbeau – Odore dell’asfalto

Lo scontro frontale non è l’unico modo per fare i conti con lo smarrimento, e cercare conforto non è una colpa, se si è onesti in questa tensione. Ne è un esempio "Odore dell’asfalto" di carbeau, musicista italo-francese ma cresciuto a Rio De Janeiro (e si sente) che sceglie una strada puramente sensoriale, dove gli strumenti sono oggetti tangibili e anche il suono che emettono è molecolare e tattile. Scritto in "Quella stanza di Paris" dove la canzone omonima ha luogo e tante altre tracce prendono le mosse (come "Stella"), l’album di carbeau prova a colmare quella distanza minuscola e infinita fra il pensiero e l’espressione artistica, tra il ricordo e l’esperienza uditiva, con una pacatezza che sfiora spesso la sinestesia: fai caso a "Notte", che alla scioltezza della batteria e al motivo fischiettato affida la serenità di chi si è scrollato di dosso una memoria dolorosa, ma che è consapevole anche dei vuoti che questi processi traumatici lasciano e lo comunica con una seconda strofa sempre più densa e una coda strumentale che insiste sul colore minore dell’armonia.

Il cuore è complicato, insomma, e una canzone deve darci il permesso di credere di poterlo capire. Se ci pensi, è la stessa ginnastica mentale che ci consente di esercitare empatia verso gli altri, quando ne accettiamo la complessità e l’autonomia. Nelle sue canzoni carbeau opera allo stesso modo con i suoi ricordi e le sue esperienze, avvicinandosi ma senza provare a influenzarle: in questa dinamica costante di approccio e abbandono, come di chi cerca continuamente di afferrare tra le dita una vita liquida che sfugge via, esiste l’intero disco. E lo stesso flusso onodosi si avverte nell’influenza di culture diverse, da quello che sembra un son cubano in "La Luna e Saturno" al ritmo sincopato lento di samba-cançao di "Balanço" con Pedro Altério. Nessuna traccia esemplifica meglio tutto ciò di quella che dà il titolo al disco, con la partecipazione della portoghese MARO, dove chi canta dice di “aggrapparsi ai pensieri”: come chi rischia di cadere, o chi sta continuando a scalare, si agguanta solo per poter mollare di nuovo la presa.

Willie Peyote – Anatomia di uno schianto prolungato

Le cose sembrano andare a rotoli, dicevamo, ma è proprio tra le macerie che si muove agile e dinoccolato Willie Peyote, equipaggiato di rime puntuali. Severe ma giuste, come dice il proverbio. D’altronde sono tempi duri, in cui i killer di miliardari sembrano più attendibili dell’ennesimo vaporoso influencer ("Luigi") e anche la parola deve farsi una scorza dura. Il rapper torinese fotografa questo momento di confusione generale, dove ogni posizione risulta irrimediabilmente estrema, affilando la penna e il suono. Come nella traccia di apertura, "In cerca di uno schianto", che ricicla in modo astuto sopra accenti in levare dub-rock un sample di "Tutti i miei sbagli" dei concittadini Subsonica e mette nero su bianco alcuni dei punti di riferimento stilistici (“l’attitudine punk e il gusto di Dilla”, in riferimento al produttore J Dilla; la “Radio Guerrilla” dei Rage Against The Machine).

Qui l’impatto risulta inevitabile, non è nemmeno in questione: non resta che ammirare i grappoli di paradossi che spuntano in un panorama sempre meno solidale, dove “la cultura […] è uno sport per ricchi” ("Kill Tony"). Sempre tenendo bene a mente che il cantautore non deve portare soluzioni ai problemi, ed è già tanto se li indica e li chiama per nome. Del resto Willie Peyote ammette spesso i suoi limiti e quando spegne il beat si descrive, volente o nolente, da inguaribile romantico: come in "Burrasca" (ballad sulla resilienza, si direbbe in pubblicità) o nel funk sentimentalone "Kodak" (peccato per il videoclip prodotto apparentemente con ampie manciate di quella stessa IA generativa che accelera lo schianto).

Il cantautore deve navigare tra i dubbi, avere domande più che risposte, così si dice. Il primo a suggerirti di non cercarle in una canzone di Willie Peyote sarebbe probabilmente lui stesso. Ma constatare l’esistenza di una bega nel mondo è il primo passo, e qui non si fa nulla per nasconderla dietro vaghissime parole, di ammantarla di analogie belle. Possiamo solo imparare ad ascoltare insieme, godere dei momenti meno prevedibili, delle sottigliezze, la capacità di incatenare il flow a una strumentale ("Sapore di Marsiglia"), apprezzare due featuring non completamente fuori luogo (specie in "Che caldo fa a Testaccio" con Noemi) e celebrare l’ironia di ballare sulle rovine.

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