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Opinioni

Nerissima Serpe convince, Kneecap armati ma di musica, Michielin stregonesca: le recensioni della settimana

Le recensioni di album e singoli della settimana, dai Kneecap, passando per Nerissima Serpe, Nu Genea, Dimartino e Michielin.
A cura di Federico Pucci
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Nerissima Serpe, Francesca Michielin e i Kneecap
Nerissima Serpe, Francesca Michielin e i Kneecap

Nel grande teatro della musica ognuno svolge un ruolo. C’è chi entra in scena e chi esce. Chi ritorna dopo tanto tempo. Chi chiede la tua attenzione per un breve a margine illuminato dall’occhio di bue di un riflettore e chi butta tutto in caciara con puro istrionismo. A noi tocca concentrarci sui personaggi che ci dicono qualcosa. Sarà il sodalizio intergenerazionale tra Sabrina Carpenter e Madonna in "Bring Your Love" per il sequel di "Confessions on a Dance Floor"? Forse no, perché la canzone è molto più spenta di quanto non vorrebbe indurre a pensare. Magari è il furbo e un po’ dozzinale riciclo di idee che Lady Gaga ha apparecchiato per la colonna sonora di un altro sequel, quello cinematografico de "Il diavolo veste Prada". O magari un remix più gustoso, come quello di "Blow My Mind" di Robyn con Ca7riel e Paco Amoroso.

Forse sei tra quelli che dicono da anni a Gaia di smettere di fare canzoni troppo procaci e quindi troverai soddisfacente il pastiche di omaggi alle sue radici brasiliani "Bossa Nostra". O auspicabilmente hai scavalcato queste urgenze misogine, e ti sei risvegliato nel sotterraneo dove Francesca Michielin ha programmato i rituali armonici e timbrici che le fanno cambiare pelle in "Una donna non può" (fai caso all’accordo minore nella metà del refrain, una modulazione da capogiro in questo pezzo molto Kate Bush e decisamente stregonesco).

Sicuramente Alex Warren con il melodrammone "Fine Place To Die" pretende che si ripeta la magia di "Ordinary", ma spesso è meglio togliere piuttosto che aggiungere: lo senti nel lavoro magistrale di Dimartino in "Contemplare il cielo attraverso le dita", dove lo spazio per il crescendo si trova anche in un certo minimalismo chamber folk spettrale. Magari vuoi nomi che non hai mai sentito menzionare: la cantautrice Hannah Cohen uscita da un sogno mattutino ("Golden Chain"); il produttore Floating Points con i suoi tredici minuti di pulsazioni per la compagnia di balletto di San Francisco ("Falling To Earth"); la violoncellista e cantante Kelsey Lu che si scambia un soul fantasmatico con Sampha ("Better Than That"); Giulia Impache che manipola con sicurezza il materiale di Ennio Morricone, Sergio Bardotti e Sergio Endrigo ("Una breve stagione").

Io mi permetto di consigliare qualche azione collettiva, un po’ in onore del Primo Maggio appena passato: c’è il "Baciamoci" degli Eugenio In Via Di Gioia, raro esemplare di pop ottimista; e poi c’è il "Governatevi", il singolo con cui la cantautrice Lamante ci prepara al lancio a breve giro del nuovo album "Non dico addio" (due anni dopo l’eccellente esordio "In memoria di") in arrivo tra una settimana. Ne riparleremo, perché adesso vale la pena concentrarci su cinque nuovi album appena usciti che meritano il tuo tempo.

Nu Genea – People Of The Moon

I Nu Genea di People of the moon
I Nu Genea di People of the moon

Dopo "Bar Mediterraneo" Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, cioè i Nu Genea, avrebbero potuto tranquillamente ribadire e dare alla gente un sequel. "People Of The Moon", invece, si apre con un pezzo che nonostante il titolo ("Acelera", con la voce elastica di María José Llego) va piano e ti lascia apprezzare l’amarezza che si nasconde dal lato oscuro di un groove appiccicoso. Non credo si possa desiderare un manifesto di umanità più evidente di questo in un momento storico in cui la musica jazz-funk si può facilmente replicare con un programmino di IA generativa. Sì, ma per farle dire cosa? Ammesso che si voglia dire qualcosa. Anche con un progetto incentrato sulle strumentali guidato da due musicisti prima che liricisti, anche con un disco “per ballare” si può dire molto.

I NG guardano in faccia alle angosce da cui ci facciamo troppo spesso definire e sognano un’umanità altra, che guarda in alto verso quella mirror ball argentea sotto la quale tutti nasciamo, viviamo, balliamo, e così ricercano appunto una versione migliore di sé. Perché anche se i pezzi girano su sé stessi come un vinile a 33 giri e mezzo al minuto, anche se il groove è un loop infinito, anche se la luna si illumina e si oscura ciclicamente ogni 28 giorni, noialtri esseri viventi andiamo inevitabilmente in avanti, e in qualche modo dobbiamo uscire dalla trappola, anche quella dell’edonismo. "People Of The Moon" è tutt’altro che un disco severo: la collaborazione anglobalearica con il cantautore e musicista inglese Tom Misch "Onenon" te lo spiattella in faccia; "Carè", con la sua cornucopia di hook e un’altra ottima interpretazione vocale dell’inossidabile Fabiana Martone, è ingannevolmente esplosiva (anche se, a ben guardare, parla di una situazione di oppressione).

Ma c’è un’ombra che non si può ignorare: tra le righe dell’ibrido arabo bossa nova "Schway Schway" con la voce di Celinatique, nella marea che scava la riviera di "Ondas Do Mar" con la voce di Gabriel Prado, percussionista alla sua prima (ottima) interpretazione ufficiale da cantante, vediamo il segno del tempo che va avanti e un dancefloor che non morirà fintantoché non cederà al puro escapismo.

KNEECAP – FENIAN

Non credo sia possibile separare l’esperienza dell’ascolto di un nuovo disco del trio irlandese KNEECAP dalla nozione della campagna di censura che il governo britannico ha cercato di calare sulle loro teste. A differenza di tanti altri rapper, decisamente meno impegnati di loro, che si definiscono perseguitati per potersi dipingere come vittima di qualche complotto perbenista immaginario e accumulare punti simpatia, la persecuzione nei confronti dei KNEECAP è arrivata dall’alto e l’abbiamo vista tutti in mondovisione. Il processo contro il componente Mo Chara, accusato di aver espresso supporto per Hezbollah durante un concerto nel novembre 2024, è stato fortunatamente archiviato per un vizio di forma.

Ma l’ombra oppressiva di un regime invasivo e che vuole regolare azioni e pensieri altrui è tangibile, e non si vede solo nei molti atti d’accusa e insulti lanciati nella direzione di Keir Starmer (Liars Tale è particolarmente feroce e soddisfacente), o nella cronaca dei fatti esposta in Carnival, messa in scena come deposizione del processo che si rigira su sé stessa e diventa denuncia dei doppi standard e delle pratiche di distrazione di massa per coprire scandali e politiche internazionali immorali (un vero twist degno dei migliori drammi procedurali). L’aria pesante si misura sul piano comune, in "Palestine" con la partecipazione dell’MC di Ramallah Fawzi, e sul piano personale nella toccante riflessione sul suicidio della madre di Móglaí Bap, servita con l’aiuto del rapper inglese Kae Tempest. Eppure, anche in questa ricchezza complessa di toni e colori, resta l’esperienza esplosiva e liberatoria di un basso techno-rave lanciato contro un muro di mattoni in Liars Tale o in Headcase, dove i versi bilingui dei due MC sono propulsivi come sempre.

Contro le tecniche insidiose del colonialismo, insomma, i KNEECAP arrivano sempre armati di musica anziché di bombe molotov, e anche se sono ben consapevoli di aver ricevuto una spinta pubblicitaria involontaria, il punto forte sta nelle canzoni: il coro morriconiano di "Cocaine Hill" cantato da Radie Peat dei meravigliosi Lankum; la produzione e scrittura a quattro mani con Dan Carey, il produttore che ha messo la firma su gran parte delle innovazioni alternative rock britanniche dell’ultimo decennio (dai Black Country, New Road agli Squid). Insomma, se sei arrivato a questo disco perché hai intravisto il nome della band in qualche notizia, dovresti farti il favore di arrivare fino in fondo e lasciarti trasportare: anche se la lotta feniana non ti riguarda in prima persona, la lotta per la dignità e la bellezza ti appartiene.

Nerissima Serpe – Nerissima

“Se guardi quell’aereo in volo, si allontana o si avvicina?”. In questo semplice giro di parole sulla prospettiva, che Nerissima Serpe ci presenta nella prima strofa di "Musica immortale", possiamo vedere le tracce della distanza del rapper lombardo rispetto a molti suoi colleghi. Nerissima, il suo terzo album da solista, ha i benefici e le potenziali trappole di tutti i lavori eponimi, vissuti come un’affermazione di sé ma spesso declinati in inutile narcisismo. Il rapper, però, sembra sinceramente interessato a capire attraverso la parola chi diamine egli sia davvero (forse non è un caso che il disco precedente si intitolasse "Identità", c’è un filo rosso). Anziché servirci semplici pensierini introspettivi, quindi, l’artista ci accompagna dentro quesiti che riguardano tanto i protagonisti quanto gli osservatori di queste storie.

Sicuramente la decisione di riprendere in mano "Ridere di te" di Vasco Rossi (il suo primo concerto, come ha raccontato a Tommaso Naccari di GQ) porta in sé un’aspirazione a parlare in modo universale e a riallacciarsi a una parte della tradizione cantautorale. Ma questo ce lo potevamo far dire da tutti gli altri colleghi rapper che avevano già ripreso il decano della canzone italiana, come Marracash. La peculiarità di Nerissima Serpe sta invece in ciò che gli appartiene e che lo distingue: come una propensione per le chiusure baciate delle rime che in bocca ad altri sembrerebbe una scarsa imitazione dell’MCing, mentre lui sa invece vendere con grande credibilità, specie perché si accostano a incastri molto meno banali (fai caso allo schema rimico di "Vicini ma lontani"). Versi come “Voglio restare intero, voglio restare vero”, allora, non sembrano tanto un tradizionale appello alla realness biografica, quanto la speranza di continuare a interrogarsi come viene detto piuttosto chiaramente da "Tempo" con Latrelle e Promessa.

Significativo, quindi, che il brano con Madame, "Comunicazione", trascini poi il peso di questa domanda esistenziale sulle spalle di un discorso sociale. Poi, accanto a quest’introspezione, ci sono i proverbiali banger, le canzoni infarcite di spacconate fatte un po’ per ridere, come "Armato" con Kid Yugi, o "4 Gambe" trascinata da un beat di Night Skinny “ignorante” in un modo esilarante, o "Bacio del Cobra" dove il produttore Fritu attinge dalla house vecchia scuola alla Mr. Fingers (già modello dell’ultimo Kanye West degno di essere considerato). Ma anche questi momenti si spiegano con l’irriducibile onestà che è chiave di lettura imprescindibile per l’hip-hop degli anni ‘20, e se vuoi la schiettezza deprimente di Tu mi fai (dove peraltro si sente il basso più clamoroso dell’intero disco) o quella lisergica di "Sento suoni" (uno dei pezzi più astratti di un disco altrimenti molto terra terra), devi accettare anche i momenti in cui si spegne il cervello. Del resto, se lui e il socio di ben due "Mafia Slime" Papa V riescono a posare il cazzeggio per parlare di fratellanza in "Famiglia", allora anche noi possiamo non prendere sempre tutto il rap alla lettera: nel mezzo della cosiddetta “epidemia di solitudine maschile”, avercene di uomini che si promettono amicizia eterna.

edeF. – La malinconia del Grande Drago Tartaruga

Non credo di sostenere qualcosa di controverso se dico che negli ultimi 20 anni la nostra vita è diventata sempre più immateriale, virtuale, astratta dalle cose tangibili. La musica ha fatto esattamente la stessa fine. A partire da quello che oggi chiamiamo recession pop (il pop elettronico di moda a partire dal 2007-2008), e curiosamente negli stessi anni in cui la smaterializzazione del supporto musicale faceva nascere una nuova industria, abbiamo assistito all’ascesa di un suono digitale e totalizzante, ipercompresso e roboante, sterilizzato e massimalista, robotico e privo di ossigeno. Ogni cambiamento, però, ha il suo rinculo uguale e opposto.

Quindi ecco comparire estetiche contrarie che hanno cercato il materico e l’analogico, un suono a “misura d’uomo”, che spesso e volentieri ha assunto le forme ingannevoli di un bedroom pop (pop “da cameretta”, riferimento alla natura autoprodotta o presunta tale) concentrato molto più a dare impressione di autenticità, senza chiedersi fino in fondo cosa significasse questo concetto che tutti tirano in aria e nessuno si prende la responsabilità di riacciuffare prima che cada a terra e vada in mille pezzi. Ma a questo tema si sono dedicate alcune delle migliori menti musicali dell’ultimo decennio, come gli architetti hyperpop della label/collettivo PC Music, che in compenso si sono dovuti destreggiare tra le accuse di ironia e insincerità. Eppure, la tecnica del collage e le contaminazioni contrastanti di suono “finto” e suono “reale” che hanno preso piede in queste produzioni, spesso modulate secondo il lessico informatico del glitch, hanno avuto e hanno ancora da dire sulla natura folle dei nostri tempi ben più di qualsiasi (auspicabile o meno) ritorno alla purezza, alla semplicità dei tempi andati.

Lo si può dire senz’altro del nuovo album di edeF., musicista e produttore della provincia di Milano (al secolo Federico Bianchi) che pubblica con l’etichetta Gud Serben e mette nei suoi mosaici di sample e MIDI il senso per la canzone dell’indie rock e la propensione viscerale dell’emo. La malinconia del "Grande Drago Tartaruga", perfino nella cornice fantastica del concept, suona come lo sforzo titanico di riattaccare i pezzi della realtà finché non tornano ad avere un senso: cosa dica la voce tagliuzzata di "I Wish I Could Be Your Telescope" non è chiaro, ma sicuramente ci sta urlando nell’orecchio qualcosa a cui dovremo far caso; "Be Machine" potrebbe inserirsi nei discorsi recenti sul trans-umano e il post-umano che in territori vagamente adiacenti al mainstream in Italia si sono visti solo nei pezzi dei Sxrrxwland (edeF. partecipa solo con la musica a questo dibattito, perché comunque non c’è nulla di utile nel parlare umano).

L’unica voce ospite, quella narrante di orlando in "Evergreen wardrobe", infonde la già frizzante traccia di una speranza solare e una fiducia nelle possibilità che rende difficile tacciare questo tipo di progetti come delle elucubrazioni ironiche e distanti. Anche e soprattutto esercitando fantasia sul quotidiano, anche e soprattutto unendo blip digitali a suoni di lattine che si aprono e strimpellate di strumenti ad arco, si dimostra una voglia di agguantare il mondo prima che le visioni apocalittiche di noi boomer veri o ad honorem lo lasci scivolare via dalle mani di chi ci sta crescendo dentro, e vuole provare a descriverlo con i propri suoni, organici ed elettronici insieme, ma comunque veri fino in fondo: questo sembra dirci la suite finale "My Robotic Skills Failed The Day The World Went Away", una sinfonia indietronica in due parti che nel giro di sette minuti dice più di mille rime buttate al vento.

Martelli e Ruben Camillas – Ricco Ricco Ricco

Martelli e Ruben Camillas
Martelli e Ruben Camillas

Non si dovrebbe ribadire nel paese di Goldoni e Jannacci, di Flaiano e Gaber, ma “fare lo scemo” è una pratica molto utile per denunciare le storture del mondo. "Ricco Ricco Ricco", la collaborazione di due figure ben note nell’indie italiano per l’uso di un registro grottesco ma leggero e un gusto per l’assurdo, dimostra che si può ancora corrodere il senso comune giocando a smontare i cliché sui ruoli sociali, un coretto alla volta. Il tema di fondo, appropriato per un’uscita del 1 maggio, è il lavoro, che ogni giorno ci abbrutisce un po’ di più. Dentro la tracklist, come si faceva una volta, si affacciano due cover che non sono un riempitivo ma una pezza d’appoggio argomentativa: "Nuda scritta" da Don Backy e ancora di più la finale "Ad Gloriam" delle Orme calano il discorso dei due musicisti in una (forse triste) lunga tradizione di follie italiane.

In particolare quest’ultima traccia, trasportata dalla psichedelia del ‘69 a una sorta di sfaldamento screamadelico anni ‘90, ci ricorda che le dinamiche perverse di occupazione e povertà diffuse hanno perverso per sempre il senso di espressioni come “lavorare per la gloria”. L’impostore, forse la canzone più brillante di un progetto gioiosamente sbilenco ma mai raffazzonato, aiuta a trovare anche una chiave di lettura personale in un argomento altrimenti collettivo e vago. Perché è sempre da qui che passa un nuovo senso di appartenenza e di rilevanza concreta della musica: dobbiamo sentire che parla proprio a noi, e anche dietro una facciata scialla e sbrindellata, queste canzoni sono solide come un muretto a secco.

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Federico Pucci è un giornalista musicale. Ha collaborato con ANSA dal 2012 al 2019, occupandosi di spettacoli e cultura per la sede di Milano. Tra il 2020 e il 2023 ha diretto il magazine musicale online Louder, creando e producendo oltre 200 videointerviste e format originali. Nel 2019 ha scritto un libro sui sessant'anni di storia di Carosello Records. Ogni settimana pubblica una newsletter chiamata Pucci.
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