
Sono passati undici anni da quando Shiva cantava "Ruggine sui pensieri, non ho sorrisi nell'animo, odio il mondo, sono stronzo, pieno di crisi di panico". "Cotard delusion" è una canzone molto diversa da quella che avremmo ascoltato negli anni successivi, Andrea Arrigoni era un altro rispetto al successivo "bu-bu Milano", e a un flow che avrebbe caratterizzato la nuova scena trap, la "Generazione 2016", quella delle barre che hanno rivoluzionato la scena musicale italiana: il più grande cambiamento della musica italiana degli ultimi anni. Nonostante ciò, i testi di Shiva mostravano già le difficoltà in cui era cresciuto il rapper milanese.
"Siete voi quelli sbagliati, io non posso essere matto e col cazzo che sono un ragazzo apposto" rappava. Sono passati undici anni, ma sembra che Shiva abbia vissuto più vite: è diventato uno dei rapper più influenti della sua generazione e il suo attesissimo ultimo album "Vangelo" serve a dimostrare, insieme a Kid Yugi e Geolier, che coloro che cantavano la fine della trap non ci avevano capito molto. Almeno a livello di numeri. Nel frattempo è stato condannato per duplice tentato omicidio, pena accettata in cambio della riduzione della condanna a 4 anni e 7 mesi da scontare ai domiciliari con obbligo di firma. Una scelta che ha spiegato come obbligatoria: lo doveva a suo figlio e per la possibilità di tornare a fare concerti.
E un pezzo di ciò che gli è capitato lo ha raccontato nel suo ultimo album, che è già destinato a numeri impressionanti, come già sta facendo. "Vangelo" è secondo al mondo nel primo weekend di uscita e la maggior parte delle canzoni sopra il milione di stream su Spotify a meno di una settimana dall'uscita. C'era un'attesa spasmodica attorno al seguito di "Santana Money gang", album con Sfera Ebbasta, arrivato dopo che il rapper aveva "visto negli occhi il demonio" come rappa in "Spie". Il lavoro di Shiva va di pari passo con quello di Drillionaire, uno dei produttori fondamentali per la crescita della scena negli ultimi anni. Sono dieci anni dalla generazione degli Sfera, dei Ghali e dei Tedua, tra gli altri, mentre una seconda generazione è arrivata a ridosso e oggi si prende tutta la classifica.
"Vangelo" è un album riuscito a metà: è riuscito nella metà in cui Shiva affonda le mani in quello che è capitato in questi anni, meno quando cerca di strizzare l'occhio alla sua vecchia attitude. Ma questo è un problema che sembra lasciare in stallo molti artisti, la paura di abbandonare ciò che li ha portati in cima. "Chiedo scusa ai miei fan se la mia musica è così cambiata" dice Shiva in "V per Vangelo", la canzone che da il via all'album, in cui affronta, come in un compendio, il carcere, la fine della storia con la madre di due dei suoi tre figli, i problemi col padre, il successo, la paternità e la libertà.
Dalla purple drank alla "Polvere rosa", il passo è breve: un pezzo intimistico in cui Shiva continua in parte a raccontarsi, ma "Obsessed" arriva a distruggere il mood. Una canzone che non ha molto senso in questa tracklist, se non per accontentare la voglia di TikTok banger. "Peccati" prova a tornare nel mood, la canzone richiama il "vecchio" Shiva, il flow è quello che lo ha fatto diventare uno dei rapper più seguiti, il problema è che sembra tutto già sentito, non solo per gli "ops", ma anche per il vestito musicale che gli cuce addosso Drillionaire. Forse il problema principale di tutta la direzione musicale è che talvolta sembra che non ci sia un vestito sartoriale fatto ad hoc, pescando da un bacino "di sicurezza". Tutto perfetto, forse troppo, e un po' troppo sentito: l'impressione è che manchi il guizzo.
Manca anche nei feat, che benché siano coerenti con il percorso del rapper, sono anche i pezzi meno forti. "Risorgere" e "Coscienza" fanno parte del corpus migliore, anche se la prima sembra un po' scollata dal resto, mentre l'ultima è una chiusura coerente almeno nel messaggio. Torna il padre, la cui assenza è un tema fondamentale di quest'album, e anche la sua paternità. La canzone ha tutto nella prima strofa, che è anche il ritornello della canzone: "Non vedevo già mio padre da un po'. Avevo già quindici anni da un po'. Ho sporcato la fedina in tua assenza, ma mi sono pulito la coscienza. Mio figlio è nato senza di me, in quei giorni in cui non dormivo senza le droghe". Ma la paternità è timore, quello di non poter crescere il figlio come vorrebbe: "E tu lo sai già che ho paura che mio figlio non sarà più nostro, che lo terrai per te e me lo metterai contro". Non il meglio, ma comunque un racconto che mette da parte il personaggio Shiva.
Poi c'è "Dio esiste" che è LA canzone dell'album, il brano che per testo e strumentale (con quell'inizio con il coro Gospel à la "Per sempre" di Geolier) sembra essere ciò attorno a cui tutto gira. Forse una delle canzoni più interessanti della scena trap di questi ultimi anni. Perché si sente autenticità – di cui parla molto Federico Pucci su Fanpage e nella sua newsletter -, perché è come se fosse un corpus unico in cui Shiva condensa in 6:51 minuti dei suoi ultimi anni, della galera e del successo, in cui l'anafora di "Io sono la prova che Dio esiste" è un espediente retorico che serve per poi capovolgere tutta la narrazione: "Io sono la prova che Dio esiste veramente. O io sono la prova che non esiste per niente?".
Dentro c'è tutto il suo dolore, e c'è quell'assenza paterna che lo segue ovunque, che ha segnato la sua adolescenza: "Io cercavo una donna con gli occhi di mia madre mentre sto ancora pagando gli errori di mio padre" rappa Shiva che poco dopo dice: "Ho un vuoto nelle interiora, se ho fame, non ho pazienza, non sanno cosa si prova a bruciare l'adolescenza, ad abbandonare la scuola, a temere sempre l'assenza semplicemente di sentirsi amati già in partenza". È un grido di dolore che non puzza di finzione, non sa di quell'egotrip che talvolta rende il messaggio esagerato e poco credibile. Si sente la verità, raccontata fuori dagli stereotipi del pop (ma che il rap sa raccontare), ed è quella che la scena ha saputo raccontare portando milioni di adolescenti a riconoscersi in quelle parole.
Perché non si può raccontare un genere, una scena, anche solo un artista, con gli occhi fasciati dagli stereotipi, e le orecchie incapaci di ascoltare veramente. La critica serve anche a cogliere dei pattern che uniscono questi rapper e i fan. Per questo sentiamo verità nelle barre "Un giornalista dice che i miei testi son blasfemi, ma per il mio popolo son solo ricorrenti", perché c'è una linea continua che li unisce a "Tutti vanno, è il dolore che resta e la linea con le persone diventa sempre più spessa" (sempre "Cotard delusion") e torna a: "La mia adolescenza è il risultato dei miei traumi". E per questo non possiamo non pensare a quella domanda: "Perché mi serve un disco per sfogarmi con mio padre?" e trovare crepe di realtà dietro a un muro di strafottenza, condanne e barre troppo esagerate per essere credibili.