video suggerito
video suggerito

Massimo Silverio: “Col dialetto non voglio essere ermetico, ma sincero. Vivere solo di musica? Sarebbe un sogno”

Massimo Silverio è un vero e proprio talento della musica italiana: canta in carnico perché è nel dialetto che si sente sincero. E nonostante due album ben accolti dalla critica vivere di musica non è ancora facile: “È una battaglia: appena ti fermi, rischi di bloccarti”.
Massimo Silverio – ph Riccardo Carpia
Massimo Silverio – ph Riccardo Carpia

Massimo Silverio ha pubblicato due album, "Hrudja" e "Surtùm" con cui si è ritagliato uno spazio nella musica italiana contemporanea. NOn parliamo di quella nazionalpopolare, che va in radio e diventa una hit estiva o un balletto su TikTok. La musica di Silverio, che vive sulle montagne carniche del Friuli, rappresenta più quel tipo di musica che usa la tradizione dei canti popolari e il dialetto, alla ricerca di una sorta di autenticità. Lo scotto da pagare è, ovviamente, la difficoltà di fare della musica il proprio sostentamento, ma sicuramente gli regala una finestra importante in un mondo in cui sommersi dall'omologazione, alcuni sono alla ricerca di nuovi suoni e nuove lingue. Esiste un filone di album che usano le lingue tradizionali e i dialetti per raccontare un'altra Italia e regalare atmosfere che vanno oltre il Festival di Sanremo. Da Iosonouncane e Daniela Pes passando per Alfio Antico e arrivando anche a La Nina, senza dimenticare il lavoro che Vinicio Capossela ha fatto con la tradizione di Enzo del Re e Matteo Salvatore, esiste un repertorio che permette a chi ama la musica di confrontarsi anche con altre realtà. Non c'è bisogno di conoscere il carnico per "sentire" la musica di Silverio che si lavora a un folk su tappeti elettronici. Ecco l'intervista per Fanpage.

Com'è iniziato il tuo percorso musicale qui in Carnia e come sei arrivato alla pubblicazione del tuo primo disco, Hrudja?

Sono cresciuto in una terra di musica, mio nonno era un musicista e, tornato dalla campagna di Russia, è andato in Argentina imparando il tango. Ho passato tantissimo tempo davanti allo stereo a cantare. Poi, pian piano, questa cosa è sbocciata: ho iniziato a cantare con vari gruppi durante gli anni delle superiori. All'epoca c'era ancora una scena locale, mentre oggi è più difficile trovare giovani musicisti in Carnia, perché purtroppo non è un posto che offre molto dal punto di vista della valorizzazione musicale e culturale. Con il tempo mi sono avvicinato alla chitarra per accompagnare il canto e, progressivamente, mi sono appassionato alla musica e al canto tradizionale di queste zone.

Citi sempre artisti della tua terra, in effetti.

Ho lavorato con molti musicisti, studiosi ed etnomusicologi, tra cui Lino Straulino, che è stato anche il mio maestro delle elementari. Ho sempre scritto le mie canzoni e cercato di portare fuori dal Friuli le mie idee. Non è semplice fare il musicista qui, mancano i locali e le iniziative per sostenere gli emergenti. Il punto di svolta nella mia esperienza è stata la pubblicazione di "Hrudja". Sono arrivato a quel disco in modo molto consapevole, dopo aver fatto tanta gavetta e aver faticato parecchio per ritagliarmi uno spazio.

E come hai trovato la tua identità sonora? 

Sicuramente attraverso una grandissima quantità di ascolti. Con la maturazione personale cresce di pari passo il bisogno di cercare musica nuova, qualcosa che incontri la tua componente più spirituale e interiore, che aderisca all'anima e alle immagini che ognuno di noi si porta dentro. Quando ero più giovane le mie idee andavano in una direzione diversa: nella volontà di farsi ascoltare, si cercano le vie più facili per arrivare alle persone, a partire dalla scelta della lingua.

Poi qualcosa è cambiato…

Quando però ho deciso di registrare "Hrudja", sentivo il forte bisogno di manifestare la mia identità in modo spontaneo e sincero. È per questo che la lingua friulana è diventata protagonista. Tutto ha a che fare, in modo immaginifico, con la Carnia e con il mio vissuto.

I tuoi sono album che vanno "contro l'immediatezza", sia a livello linguistico che sonoro. Mi sembra un modo naturale per rispondere alla frenesia di questi anni. Immagino che non sia una scelta a tavolino, ma che nasca da un bisogno personale, no?

Assolutamente sì. È anche una risposta a una frustrazione che provo tuttora ascoltando la musica che viene tendenzialmente proposta dal panorama italiano attuale. Quando sono arrivato a questo gradino, avevo chiaro ciò che dovevo fare. Non c'era la volontà di essere deliberatamente ermetico o poco accessibile; semplicemente c'è una forte saturazione a livello musicale, sia timbrico che sonoro. Noto con piacere che sta ritornando l'uso delle lingue minoritarie e dei dialetti al posto dell'italiano. È una cosa bella, che valorizza le particolarità e le personalità che emergono dalle zone marginali, restituendo uno spettro più completo del suono di un intero popolo.

Quando la lingua si fa oscura o arcaica, il messaggio si universalizza. Non c'è bisogno di avere la traduzione sottomano, il misticismo e il suono arrivano comunque. Cosa ne pensi?

Concordo assolutamente. Se ci pensi, quando ascoltiamo i gruppi storici inglesi o americani, nella loro lingua e nei loro suoni c'è tutta una storia di movimenti culturali e di collettività nate in precise città. Spesso una carenza della musica italiana degli ultimi anni è stata quella di scimmiottare ciò che arriva da fuori, specialmente dall'America. Invece, quando ascolti qualcosa che ha un suono sorgivo, sincero e legato a un micro-territorio o macroaree, non serve una traduzione. La sincerità di quell'espressione arriva per forza di cose.

Citiamo Iosonouncane, Daniela Pes, ma penso anche ad Alfio Antico. C'è questo forte ritorno alla tradizione, ma alla fine cos'è la tradizione per te?

È un bellissimo argomento. Alfio Antico è l'esempio lampante di un musicista che custodisce la fiamma di un'oralità trasmessa in maniera diretta, qualcosa che padroneggia in modo spontaneo perché ne è figlio. Io non credo di rapportarmi al tradizionale con la sua stessa intensità. Recentemente mi è stata fatta la stessa domanda per un libro scritto dai giornalisti friulani Gabriele Medeotti e Alessio Screm, insieme a Walter Colle dell'etichetta Nota, che ha fatto un enorme lavoro di catalogazione della musica friulana. Avendo vissuto a fondo il contatto con la generazione di mio nonno, prima che la rete globale annacquasse le esperienze personali, sono cresciuto vedendo l'ultima fase di una presenza reale dei canti tradizionali nella comunità. La Carnia non è come la Sardegna o la Puglia.

In cosa?

In quelle regioni la tradizione musicale è stata portata avanti in modo continuativo; qui c'è stato un taglio netto, sia con la lingua che con il canto. Io ho avuto la fortuna di sentire da bambino le signore del paese cantare le villotte nei campi. Mia nonna me ne cantava molte. Questa cosa è entrata dentro di me ed è riemersa anni dopo, quando ho vissuto a Udine per cercare contatti musicali. Un giorno ho sentito il bisogno di scrivere "Jevâ", che ha la metrica e la struttura di una villotta, nata proprio dalla mancanza che sentivo per la mia terra. Credo che la tradizione sia un passaggio che si sedimenta tacitamente dentro di te e poi riemerge con forza.

È come se fosse un'affermazione identitaria legata a un luogo specifico.

Sì, la voce dell'uomo e i suoi canti si sviluppano in base al territorio, proprio come il canto degli uccelli. Per me la tradizione è il rapporto profondo tra l'uomo e il posto in cui nasce.

Tutto questo discorso sul legame con la terra mi fa pensare a quello che alcuni chiamano il "Triveneto Wave". Penso a film come "Piccolo Corpo" o "Vermiglio", "Le città di pianura" o a scrittori come Marco Balzano che parlano della Carnia, Scomazzon. Da napoletano la vedo da lontano, ma sembra un momento d'oro per il Nord-Est. Senti che si sta muovendo qualcosa intorno a questa identità?

Parlo da profano, perché una delle caratteristiche dell'estremo Nord-Est, il Friuli, è che sei molto tagliato fuori dal resto d'Italia, ma anche dal vicino Veneto. Molti musicisti di Trieste, ad esempio, hanno più contatti con la Slovenia che con il resto della regione. Noi in Carnia siamo molto chiusi tra di noi. Non saprei dirti se stia partendo un vero e proprio movimento. In Friuli non sento questa urgenza collettiva. Ci sono pochi amici cantautori che recuperano la forma della villotta, ma è una cosa ciclica, lo facevano già anni fa i musicisti che citavo prima, Lino Straulino, Loris Vescovo.

A proposito del film di Francesco Sossai, Krano lo conosci?

Non lo conosco di persona, ma so che esprime la sua visione in quel modo da anni e anni, cercando la massima sincerità possibile per manifestarsi. Il cinema si muove in una maniera parallela rispetto alla musica: si tratta di prendere storie, aree e paesaggi per portarli all'interno di una dimensione che io vedo molto legata alla fiaba e al racconto in sé. Il musicista oggi, per forza di cose, deve cercare una personalità fortissima se vuole comunicare qualcosa che lasci il segno. Chiaro che succede anche nel cinema, ovviamente, però da fuori le dinamiche sembrano diverse. Ad esempio, sono stato felicissimo che ai David di Donatello abbiano premiato un ragazzo che fa musica in Veneto. Da qui sembra sempre esserci una forte presenza delle lingue del Sud e delle Isole, come alle Targhe Tenco.

Il tuo citare i maestri ricorda il lavoro che Capossela o Colapesce hanno fatto con la tradizione del Sud. Il Triveneto è invece percepito come una realtà più "europea", legata a confini come Austria e Slovenia: pensi che questa diversa identità geografica influenzi il vostro modo di fare musica?

Forse è proprio così. Il Friuli è una terra di confine e spesso si hanno più contatti con l’estero che con il resto d’Italia. Quando frequentavo le scuole medie a Paluzza, un paesino attaccato a Cercivento, facevamo continuamente gemellaggi con le scuole austriache. In mezz'ora di macchina eravamo in Austria, mentre per raggiungere Udine ci voleva un'ora. Il contatto transfrontaliero è sempre stato naturale. Tuttavia, credo che durante gli anni '80, con la generazione dei miei genitori, sia cambiato qualcosa. È un fenomeno diffuso in tutto il Nord: con l'industrializzazione rapida sono state fondate molte aziende anche qui in Carnia. Questo ha allontanato le persone dai piccoli centri e ha modificato il tessuto sociale. Quando sono arrivato alle superiori e ho iniziato a conoscere coetanei provenienti da tutte le vallate carniche, mi sono reso conto che parlare il carnico non era affatto scontato. Molti lo capivano, ma non lo parlavano perché i genitori avevano smesso di insegnarlo. A un certo punto è subentrata quasi una forma di vergogna verso queste lingue, percepite come "da villani" o legate alla terra, preferendo un codice più orientato al progresso e all'unificazione.

Questo rifiuto ha lasciato un segno profondo sulla sopravvivenza stessa della lingua?

Sì, e lo si vede palesemente oggi. Il carnico, e il friulano in generale, rischia di essere vissuto più come un dialetto che come una vera lingua minoritaria, perché si va poco a fondo nel suo utilizzo. Al contrario, l'epoca dei cantautori che cito sempre con affetto è stata fondamentale: il solo fatto che esistessero e facessero quella musica mostrava a chi, come me, sentiva la musica come una chiamata, che era possibile mantenere un'identità forte usando la nostra lingua e le nostre tradizioni.

Come mai?

Forse perché alla loro epoca c'era più seguito e c'erano più possibilità. Quello che è seguito è stato un lento declino verso l'uniformità. Su questo sono molto critico, e spero che nessuno dell'Arlef (l'Agenzia Regionale per la lingua friulana) se la prenda, ma standardizzare un "friulano corrente" rischia di non valorizzare le sfumature specifiche delle singole vallate e dei paesi. È una cosa che invece la Società Filologica Friulana ha sempre cercato di fare. In Friuli ci sono questi grandi colossi che detengono le redini della cultura locale; da un lato è un bene, perché senza di loro forse oggi non ci sarebbe rimasto nulla, ma dall'altro lato questo processo centralizzato si riflette inevitabilmente sull'impoverimento delle nostre caratteristiche più specifiche.

Massimo Silverio – ph Riccardo Carpanese
Massimo Silverio – ph Riccardo Carpanese

Quello che dici mi fa venire in mente una riflessione che ha fatto in parte Sossai proprio a Fanpage: quando il Nord-Est era il motore economico d'Italia non sentiva il bisogno della tradizione perché era proiettato nel futuro. Poi sono arrivate la crisi e la globalizzazione, ed è lì che secondo me il ritorno alle radici e all'ancestrale è diventato una risposta terapeutica. Ti ci ritrovi?

Sì, è il naturale decorso di una situazione del genere. Oggi vedo persone che vengono a vivere in Carnia per scelta, interessate alle storie di questi luoghi. Anche la pandemia ha segnato un taglio netto: prima sentivo parlare della bellezza delle grandi città, ora vedo molti più giovani che vogliono orientarsi verso una vita rurale.

E adesso cosa stai preparando? Sei in tour, stai scrivendo o registrando?

In realtà sto facendo tantissime cose. Ho ripreso e registrato un brano molto lungo che era contenuto in un EP precedente a "Hrudja", per un progetto legato a un bando regionale che uscirà quest'anno. Inoltre, abbiamo registrato un disco in trio con Nicholas Remondino (il percussionista che suona con me da anni) e Vieri Cervelli Montel; abbiamo composto diversi brani insieme l'anno scorso. Sto lavorando anche a un'altra collaborazione e alle mie nuove idee soliste. Siamo ancora teoricamente in tour per presentare il secondo disco, "Surtùm", anche se l'estate è più tranquilla rispetto a un gennaio di fuoco. Nel punto in cui mi trovo, all'interno di questo percorso musicale, appena ti fermi è difficile continuare a vivere di questo. Da "Surtùm" in poi, cerco soprattutto di far sì che questo progetto riesca a esistere autonomamente e a giustificare i tanti sforzi. Mi ritengo già estremamente fortunato.

Questa situazione fa riflettere: sembra che oggi la musica, anche quando riceve grandi riconoscimenti in Italia e all'estero, sia destinata a garantire solo la sopravvivenza e non una stabilità economica serena.

È esattamente così. A me piacerebbe vivere esclusivamente di musica perché sento che è la mia chiamata, anche se amo il lavoro manuale e non avrei problemi a fare altro. Ho fatto molti anni di gavetta in Friuli, dove mancano i club di dimensioni intermedie per gli emergenti: ci sono realtà grandi come il Capitol di Pordenone o piccoli circoli come l'Astro Club, a cui all'epoca non riuscivo ad accedere e che comunque non avrebbero cambiato la situazione. Mi sono formato suonando nelle rassegne culturali estive nei paesini, davanti a un pubblico non sempre abituato a questo tipo di proposta.

Poi però la situazione si è sbloccata. Com’è stato l'impatto con la dimensione dei club veri e dei festival?

Le cose sono cambiate quando "Hrudja" ha iniziato a funzionare e sono arrivato sui palchi giusti insieme al mio team storico: Nicholas Remondino, Manuel Volpe e il nostro fonico Matteo Rizzo. Trovarsi nei club e nei festival veri ha fatto crescere il mio rapporto con la musica in modo esponenziale. Mettere un artista nel contesto giusto cambia tutto, anche a livello interiore. Non si fa musica per il successo, ma vedere i concerti pieni e il pubblico felice ti dà la spinta fondamentale per continuare. Mi ritengo molto fortunato e vorrei che questa opportunità l'avessero tanti altri musicisti meritevoli, perché resta comunque una battaglia: appena ti fermi, rischi di bloccarti.

A proposito di questo, non hai mai ricevuto chiamate dal mondo del cinema?

Il cinema per me è stato importantissimo e formativo, a tratti anche più della musica stessa, specialmente per quanto riguarda l'approccio filosofico nel maneggiare una materia così eterea, fatta di sentimenti che arrivano da dentro e di cui il musicista o il regista si fanno semplicemente tramite. In realtà, ultimamente sta arrivando qualche richiesta dal mondo del cinema. Per ora è ancora tutto in forse. Dipende molto dal tipo di progetto, dalla sceneggiatura e dall'idea che c'è dietro. Non mi sono mai cimentato prima d'ora in questo campo: potrebbe essere una bellissima esperienza, così come potrei scoprire di non essere all'altezza o che non fa per me l'idea di musicare una visione precisa che appartiene a qualcun altro.

Massimo Silverio si esibirà il 16 giugno 2026 a Le Serre di Udine e il 10 luglio al Palazzo Bonaccorsi di Macerata per la rassegna Buon'estate

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views