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David 2026, trionfa Francesco Sossai: “Un cinema senza paura contro la crisi. Virzì mi ha fatto i complimenti”

Francesco Sossai, otto David per il film “Le città di pianura”, si racconta su Fanpage.it: “Nessuna competizione, siamo tutti colleghi. Onorato di essere tra i grandi e di ricevere i complimenti di Virzì”. Sulla crisi del cinema italiano: “Lo si vede pericoloso, ma se è politico rinsalda la società. Provare a disinnescarlo porta solo a un impoverimento”.
A cura di Eleonora D'Amore
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Francesco Sossai, 37 anni di Feltre, provincia di Belluno, è l'outsider che ha trionfato ai David 2026 con ben otto premi per il film Le città di pianura, che da oggi torna al cinema. Piccolo capolavoro della scorsa stagione, ha rappresentato un fenomeno al botteghino e nel campo della critica nazionale. Lo abbiamo raggiunto al telefono a poche ore dalla vittoria per il Miglior film dell'anno e Miglior regia, candidato con grandi "maestri" del cinema italiano, come Sorrentino, Martone, Virzì e Soldini.

"Siamo tutti colleghi, nessuna competizione", dice, "mi ha onorato essere lì tra loro e ricevere complimenti da registi bravi come Virzì". Sossai è un outsider anche di questi tempi: non usa i social, poco anche il cellulare, vive in un tempo lento fatto di paesaggi e racconti, alla ricerca sempre dell'ultimo bicchiere, quello che "rappresenta la voglia di aggrapparsi a un rito perché le cose non finiscano mai davvero". E sulla crisi del cinema italiano: "Viene visto come pericoloso quando pericoloso non è, perché più indaga la società, più è politico e sociale, e più la rinsalda. Provare a disinnescarlo porta solo a un impoverimento del mezzo".

Le città di pianura, il tuo secondo film dopo Altri Cannibali, arriva in sala a ottobre e dopo la prima settimana innesca un passaparola e diventa un piccolo fenomeno. Mi racconti come è nato questo progetto?

Quando sono tornato da Berlino volevo fare un film sullo stato delle cose nella mia regione. Ho incontrato un giovane studente di architettura, un compagno di corso di mia sorella, che mi ha molto colpito e ha dato vita al Giulio di Filippo Scotti. Da lì è diventato una specie di grande contenitore di tutte le storie che trovavo viaggiando all'interno dei miei territori. Il filo di un viaggio che sentivo si muoveva anche la mia vita.

Quando ti sei accorto, dopo il primo weekend di uscita del film, che stava accadendo qualcosa di più grande?

Facendo i vari giri nelle sale, ho visto che di colpo erano piene. E addirittura c'era gente che faceva la fila e non riusciva a entrare. Questa cosa ha cominciato a colpirmi, ho pensato: chissà per quanto tempo durerà.

Anche la critica lo ha molto amato.

Sì, già da Cannes ho capito che la critica amava il film e penso che questo abbia incoraggiato il mio produttore e il mio distributore a capire come curare il film per farlo andare in sala nel modo migliore possibile.

Dal primo film a questo secondo film, che cosa era cambiato in te come regista?

Era cambiato tutto, anche perché vedo ogni film come un modo per ripartire da zero ed esaurire tutto quello che ho da dire riguardo a quell'argomento. Quindi cambia tutto perché poi devo direzionare la mia vita verso quella scrittura.

In cosa in particolare sono diversi?

Questo è un po' più luminoso. Il primo era molto cupo, senza speranza proprio. Forse perché anch'io in quel periodo ero così.

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Il passaparola di cui ti parlavo prima è ancora il mezzo più efficace per allargare una platea in sala. Il cinema resta molto umano da questo punto di vista?

L'esperienza in sala è fisica, devi muoverti, andare a vederlo in un luogo e stare con altre persone; quindi sicuramente è un'esperienza legata molto al corpo e ai luoghi. Poi, è chiaro che il passaparola diventa anche digitale, ma non solo. Penso che sia un film che abbia risentito di come vivo io, che non ho social network e ho una vita abbastanza fisica.

Otto David, inclusa miglior regia e miglior film. Un film indipendente candidato con grandi nomi come Sorrentino, Virzì, Martone, Soldini: ti ha generato una vertigine?

Siamo colleghi e facciamo tutti la stessa cosa, non c'è qualcuno contro qualcun altro, per come la vedo io. Non ho spirito competitivo, non faccio sport, non ho tutta quella modalità là, quindi non l'ho vissuta come una competizione. È il riconoscimento di una grande istituzione, inclusa la considerazione del Presidente della Repubblica, è stato solo un onore.

E la vertigine di interfacciarti con grandi nomi del cinema?

Bellissimo potersi confrontare con persone che ho amato così tanto a livello registico e avere una loro opinione.

C'è un complimento di uno di loro che ti ha colpito?

Sì, Paolo Virzì mi ha fatto i complimenti, soprattutto per il casting, e mi ha molto onorato, visto che lui è molto bravo.

Ha vinto come migliore attore anche il Carlobianchi di Sergio Romano. Si è detto che avrebbe dovuto essere un David doppio da condividere con il Doriano di Capovilla, sei d'accordo?

Beh no, li ho visti sempre come due personaggi interi, non li ho mai trattati come complementari. Certo è che raccontano un'amicizia e l'hanno esplorata anche nello scambio, nella naturale tendenza a prendere certi atteggiamenti dell'uno e dell'altro. Sono felicissimo per Sergio, che è un attore enorme e se lo merita tantissimo.

È un film girato nel profondo Veneto, nella zona montana di Valbelluna, in territori che ti appartengono dalla nascita, come Sedico, Cesiomaggiore e Feltre, che ti ha dato i natali. C’è un tempo lento, scandito dalla continua ricerca del bicchiere della staffa, “l’ultimo”. 

In generale la cosa che mi ha sempre molto affascinato è che mi sembrava un meccanismo per far sì che qualcosa non finisse. E mi sembrava che questa paura che qualcosa finisca e che ci abbandoni per sempre rappresentasse bene il film. Questa ostinazione nel continuare ad andare, a cercare, a inseguire l'ultimo che non è mai l'ultimo, rappresentava questa voglia di aggrapparsi a un qualcosa che magari è già finito e non ce ne siamo resi conto.

E tu ricordi quando hai ricercato "l'ultimo" perché qualcosa non finisse?

No, non ne ho un ricordo nitido, sarà perché nella mia vita è sempre così.

I paesaggi sono protagonisti quanto gli attori e spesso evocano sentimenti anche di profondo smarrimento e inquietudine. È la solitudine in questi luoghi che spinge a guardarsi così dentro?

Nella cultura veneta l'idea del paesaggio è molto importante, tanto è vero che i grandi paesaggisti nella pittura del ‘600 sono spesso veneti. C'è il riconoscersi nel paesaggio, specchiarsi in esso. Ad esempio, nella Tempesta del Giorgione c'è un vuoto al centro dove puoi collocarti. In qualche modo mi sono inserito in quella tradizione.

Guardi la poesia che caratterizza i dialoghi dei due protagonisti adulti nei confronti del terzo più giovane nostalgicamente come una saggezza d’altri tempi?

No, lo vedo come una forma di resistenza alla fine dell'epica. Mi sembra che l'epica possa continuare solo nei racconti e nei bar perché nella nostra vita non esiste più.

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E tra loro tre?

Quello che volevo fare era avviare la comunicazione tra due generazioni e uno scambio vero perché in realtà anche il personaggio di Filippo Scotti, Giulio, dà tanto a loro due. Quindi c'è uno scambio muto e reciproco di cose esotiche lontane. Poi Carlobianchi e Doriano sono personaggi in crisi di nostalgia, che guardano sempre al passato, però anche nel film cominciano a capire che non è più sostenibile si aprono alla possibilità che il gelato abbia un sapore diverso da quello che si aspettavano.

Si sta assistendo a quella che è stata denominata a tutti gli effetti una Veneto Wave. Piera Detassis ha parlato di una vera e propria "invasione". Dopo Napoli, che la cavalca già da un po', è il momento del Triveneto?

Il Veneto, il Nord-est in generale, ha vissuto nella storia recente qualcosa di veramente profondo che merita di essere raccontato. E quello che sta succedendo in tutto il Triveneto è l'idea di un ecosistema di arte, che riguarda il cinema, la musica e tanta letteratura. Dagli anni '90 a oggi è successo qualcosa che è giusto venga fuori con tutta la sua forza.

Cosa è successo?

C'è stata la più grande creazione di benessere della storia recente che però aveva delle crepe al suo interno.

Crepe derivate da cosa?

Da un modello non sostenibile, che però tutti con grande fede hanno sostenuto. Il modello socio-economico del Nord-est che si basava sulla piccola e media impresa, cioè tu a casa potevi creare il tuo capannone e cominciare a produrre qualcosa. I famosi terzisti che producevano per le grandi aziende e pian piano potevano espandere le loro piccole imprese. Quel modello non esiste più dopo la globalizzazione, la delocalizzazione e le varie crisi economiche che ci sono state. All'interno di quel modello però c'era proprio un sogno, era un modello onirico che ha governato quelle terre per 30 anni. Nel 2008 quel sogno era finito e per quelli della mia generazione, che hanno attraversato quel benessere, sono stati dolori.

I David in tv negli ultimi anni finiscono sempre per essere travolti da un’insoddisfazione generale per come vengono gestiti e condotti. Da qui la riflessione su quanto tv e cinema non riescano a comunicare. Che idea ti sei fatto della serata?

Non lo so, ero là con tutti i miei amici, i miei collaboratori, non ho un opinione ben definita a riguardo. Sinceramente, non mi aspettavo nient'altro.

C'è qualcosa che secondo te per mancanza di tempo non è stato detto sul palco e che vorresti dire adesso?

No, sono a posto così.

Il giorno prima eravate al Quirinale. Sul palco hai indossato la spilla con la scritta "Non c’è Italia senza cinema", frase contenuta nella lettera inviata dalle associazioni di settore a Mattarella. Che momento è per il cinema italiano?

È un momento di crisi profonda che deve servire a creare una rinascita e a spostare il nostro sguardo per trovare nuove formule. È una crisi fortissima, che deve aiutarci ad avviare una riflessione e a cercare di capire come migliorare.

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Crisi innescata da cosa?

Da una profonda assenza di comunicazione. Penso che ci sia stato il credere che il cinema dovesse fare qualcosa di diverso da quello che deve fare, ovvero essere capace di raccontare senza paura l'Italia. Il cinema viene visto come pericoloso quando pericoloso non è, perché più indaga la società, più è politico e sociale, e più la rinsalda. Provare a disinnescarlo non porta a niente, se non a un impoverimento del mezzo e basta.

Il tuo futuro: un altro film in cantiere?

Lo stiamo scrivendo.

Sarà un film di nuovo nelle tue zone o andiamo altrove?

Sempre in quelle zone, per un po' staremo là, c'è tanto da esplorare.

Pensiamo al presente, torniamo ai festeggiamenti. A parte i presenti al tuo fianco, la prima telefonata per commentare il premio: a chi e cosa hai detto?

A un sacco di giornalisti per fare interviste, poi adesso metto giù e chiamerò mia madre. Non uso tanto il telefono (sorride, ndr).

Un’espressione veneta che il te adolescente, che sognava il cinema, ha esclamato interiormente quando stanotte hai pensato al risultato raggiunto in questi David?

Duri i banchi.

Che vuol dire?

Quando eri in nave e stava per arrivare la tempesta, dovevi aggrapparti ai banchi della nave per stare saldo. È un modo per dire "tieni duro", non mollare.

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