Fabio Balsamo: “Comico non è frivolo. Malato di perfezionismo, la mia ironia amara mi ha salvato la vita”

Dimenticate per un attimo la risata immediata, i tempi comici perfetti e il volto rassicurante dei The Jackal. In questa intervista, Fabio Balsamo decide di "sbrogliare l'equivoco" e mostrare l'uomo dietro l'attore, partendo dalle radici di una formazione rigida e preziosa. Il racconto nel suo libro Non è quello che ci aspettavamo, uscito il 14 aprile, si snoda tra la figura del padre Antonio, quel "nemico, nel senso più bello del termine" che lo preparava al mondo insegnandogli "a colpire forte", e la consapevolezza che il successo non è un anestetico per le ferite del passato.
Con un'onestà disarmante, Balsamo definisce l'ironia come "arma di sopravvivenza", l'unico strumento capace di trasformare una realtà spesso amara in poesia. Per Fabio, il lavoro dell’attore è un atto di sottrazione dell’ego, una ricerca di quella "verità poetica" che accomuna i grandi maestri come Troisi e Servillo. Tra riflessioni sulla "dignità orizzontale" dei social e la necessità di tempi lenti per l'arte, Balsamo invita a "un’onesta ammissione di fragilità".
Parto dalla dedica: "Ad Antonio e Maurizio per tutto ciò che sono".
Antonio è il mio papà che non c'è più dal 4 gennaio dell'anno scorso. Maurizio è un caro amico, uno psicologo clinico-comportamentale, una persona anziana che mi ha insegnato un sacco di cose. Io dico sempre che noi ci definiamo o per imitazione o per contrasto: Maurizio e Antonio sono stati la luce e l'ombra di ciò che sono. Maurizio è stato il riferimento di luce, quello che volevo imitare. Mio papà, a volte, è stato un riferimento di contrasto.
Perché?
Prima l'educazione era diversa, un padre a volte era il tuo primo "nemico", ma nel senso più bello del termine, perché ti preparava al mondo. Hai presente quando il papà fa il coach di boxe al bambino e gli dice "colpisci forte"? Ecco, mio papà voleva che io colpissi forte perché conosceva le fragilità del mondo e voleva forgiarmi. Lui era un "operaio scugnizzo": aveva perso il padre a due anni a metà degli anni '50. Immagina cosa significasse essere uno di sette fratelli senza padre.
Invece di immaginarlo, lascio che me lo spieghi tu.
Da me pretendeva dedizione assoluta, non bastava mai la sufficienza. In una lettera nel libro scrivo: "Grazie papà perché mi hai reso un uomo realista, infelice ma realizzato", nel senso che quello spronare all'eccellenza è servita a me e ai miei fratelli, uno dei quali è professore all'Università Federico II di Napoli in chimica industriale e l'altro è ingegnere meccanico nel porto di Napoli.
Nel capitolo in cui descrivi la famiglia come un alveare, ci sono "mamma e papà ape" che con un senso di protezione eccessivo generano in te una forte ribellione.
Il tema principale lì è l'accettazione di una malattia e l'iperprotettività genitoriale. Oggi ci sono modelli pedagogici, ma prima i genitori reagivano alla diversità con paura. Quello spavento poteva catalizzare in negativo il processo di accettazione di una malattia, che è già di per sé complesso. Mamma e papà non aiutavano "Bombo" (il protagonista della favola, ndr) ad accettarsi, ma quell'atteggiamento ha portato a una reazione che lo ha reso quello che è.
Passiamo al titolo: Non è quello che ci aspettavamo. Cosa ti aspetti tu da questo libro, pensi che cambierà la percezione del tuo personaggio?
Ho due aspettative. La prima è sbrogliare l'equivoco che si crea con il pubblico: un attore comico non è per forza una persona leggera o frivola. Vorrei che chi mi segue sapesse chi sono veramente. Questa è la mia "lettera d'intenti": se restate, sappiate che questa è la mia persona e il mio modo di processare l'arte. La mia comicità scaturisce da un'ironia amara vissuta come forma di salvezza. La seconda aspettativa è la condivisione, vorrei che le persone facessero un’onesta ammissione di fragilità.

In che senso?
Il libro nel mio caso vuole demonizzare il perfezionismo di cui sono stato malato. L'ironia è stata la mia arma di sopravvivenza, senza di essa sarei morto fisicamente.
La commedia, per un attore a tutto tondo, a volte è avvertita come una diminutio. Secondo te perché?
In Italia abbiamo un problema di scrittura. Spesso la commedia viene intesa come esasperazione di macchiette, mentre dovrebbe rappresentare la vita così com'è: un personaggio che prova a ottenere risultati senza averne i mezzi. L'attore comico viene visto come "uno simpatico" e non come un professionista che studia la comicità per allontanarsi da sé e creare un personaggio. Raramente vedi un comico candidato ai David di Donatello, sembra che il lavoro d'attore esista solo se interpreti un personaggio storico o se il dialogo è impegnato. Ma non è il genere a determinare la qualità. Grandi registi come Paolo Sorrentino, invece, hanno sempre considerato gli attori comici e di teatro come figure potentissime.
L'immagine più ricorrente accostata alla risata è quella del clown. Come lo vedi tu?
Il clown ha due letture. Quella fanciullesca del bambino che ride, perché il clown cade sulla banana, e quella dell'adulto che vede un personaggio complesso, romantico e amaro. Per me il clown preserva la tenerezza della terra. È come il Fantozzi di Paolo Villaggio: da bambino ridi per il dito gigante, da adulto ti distrugge perché parla di un uomo che vuole uscire dalla mediocrità ma fallisce sempre. Ho interpretato un clown di strada, "Saddy" (da sad, triste in inglese, ndr), che mi ha salvato permettendomi di recuperare la tenerezza. Dovremmo imparare ad avere questa tenerezza anche verso noi stessi.
Da Totò a Troisi, molti grandi attori hanno usato la comicità per mascherare un'anima sofferente. A chi ti senti più vicino?
A Massimo Troisi. Primo perché ha una napoletanità vicina alla mia, era un "napoletano antinapoletano" che distruggeva gli stereotipi. Secondo perché la sua comicità è sfociata in poesia. È una comicità delicata che ammette la fragilità, pensiamo a quando in Pensavo fosse amore invece era un calesse chiede alla sensitiva "E allora com'è che non la amo più?". Una verità poetica che per me è ispirazione pura.
Totò diceva che "i falegnami valgono più degli attori perché il tavolo resta nel tempo". Tu nel libro rifletti su ciò che resta di un film rispetto a una scrollata sui social. Come si lascia davvero il segno?
L'ironia è che nulla lascia davvero il segno, siamo di passaggio. La grandezza di Totò stava nel distruggere il proprio lavoro per riconoscere le priorità: una risata è importante, un film è nutrimento, ma un medico che opera a cuore aperto ha un valore più alto. Liberarsi dall'ego è fondamentale. Io gioco con questa contraddizione, dico che i social hanno una "dignità orizzontale", e ci credo davvero, ma poi ammetto che in certi casi un TikTok da 15 secondi la gente lo dimentica, mentre per un film spendi tempo, attenzione e dedizione. Sono per i ritmi lenti, se non dedico il giusto tempo a un progetto, sento di non averlo fatto.
Appartieni a tre mondi: social, TV e cinema. Cosa prendi da ognuno di loro?
Sono vasi comunicanti che mi permettono di esprimere lati diversi. Sui social gioco con il pubblico e seguo la quotidianità; il cinema ha la narrativa e l'attenzione profonda; la TV è l'appuntamento familiare sul divano. Poi c'è il teatro, che è comunione, e ora la scrittura, che è ancora più sedimentata e permette a ognuno di cogliere ciò che vuole.

Nel cinema, dici di avere Toni Servillo come modello.
È un attore tragicomico straordinario. Ha una forza comica insuperabile e un modo di lavorare che mi ispira. Lui sprofonda nella drammaturgia, si mette da parte a favore della storia. Nel libro gioco sull'autoironia dicendo che siamo uguali "per formazione", ma poi ammetto che lui vince gli Oscar e io faccio i TikTok. È l'ideale di attore che vorrei diventare e che mi motiva a studiare.
Paolo Sorrentino nell'intervista per La Grazia mi ha detto che la sua massima aspirazione oggi sarebbe fare un film comico. Un'occasione ghiotta…
Ci siamo incontrati e gli ho ricordato che feci un provino per The Young Pope ma non mi prese (prese Lino Musella, e fece benissimo). Lavorare con lui su un prodotto comico sarebbe un sogno, un modo bellissimo di "autodistruggerci" insieme.
Nel capitolo "Bombo" parli della tua malattia sotto forma di favola, ma non la nomini mai. Perché?
Perché non è importante il nome clinico. Mi interessa che il mio scrivere sia uno specchio per chiunque affronti un processo di accettazione, che sia una malattia, un aspetto fisico o un trauma. Dire il nome darebbe attenzione alla patologia, io voglio darla alla condizione e al modo in cui ci si sblocca. Chiunque si deve poter ritrovare in quella storia.
Nella favola, la mancata accettazione diventa il carburante per innescare una risata e da lì il successo, quello che fa guadagnare al bombo tanto nettare.
Ho capito che con quel guadagno non potevo compensare. Spesso chi ha difficoltà cerca il successo per sentirsi superiore alla "norma", ma è un errore. Il successo non cancella le sofferenze e l'ego non risolve i traumi. Per iniziare a stare bene devi accettare che certe cose non sono andate bene e che non le recupererai. La mia svolta è stata accettare di poter perdere.
Ci sono momenti epistolari dedicati a tuo padre, nei quali il cuore pulsante sembra il perdono reciproco.
Assolutamente sì, diventare adulti passa attraverso il perdono dei propri genitori. Da bambini li idealizziamo perché sono i responsabili della nostra sopravvivenza. Crescendo, capiamo che sono fallaci e umani. Nell'ultima lettera chiamo mio padre "Antonio": gli parlo da uomo a uomo, da pari. Questo è fondamentale per il processo di crescita.
Hai chiesto a ChatGPT di scrivere una lettera alla tua futura moglie. Anch'io l'ho consultato e gli ho chiesto di farti una domanda romantica: "Quando si è trattato d'amore, hai preferito conquistarla facendola ridere o mostrandole la tua parte più autentica, abbassando le difese?"
Bella domanda! Io credo che la trasparenza sia tutto, già la parola "conquistare" è sbagliata, perché presuppone strategie. Le persone non si possiedono, si attraggono essendo se stessi. Nella mia relazione attuale mia moglie è stata molto determinata perché ha visto la mia spontaneità. Le cose che faccio per farla ridere sono molto diverse da quelle che faccio davanti alla telecamera, ho un'ironia più "dark" e intima che preservo per noi.

In Pesci Piccoli invece c'è quello con Greta (Martina Tinnirello). Com'è quello "per finta"?
Non lo conosco, l'attore deve spogliarsi di ogni finzione. Quando recito scene di sesso o romantiche pesco da ciò che ho provato davvero: sofferenze, tradimenti, passioni autentiche. Cambia solo il corpo davanti a me, ma il risveglio emotivo deve essere reale.
A proposito di relazioni longeve, imprescindibile quella con i The Jackal: come vivi il passaggio tra l'essere "Fabio dei The Jackal" e firmare un libro da solo?
Mi sono divertito a raccontare il rapporto con loro con estrema onestà, anche nelle difficoltà. Ad esempio, mi fa imbestialire quando Ciro mi "ruba" le risposte durante le interviste (ride, ndr). Spesso la gente ci confonde, ma abbiamo identità artistiche molto diverse. La nostra forza è essere una "coppia aperta", lavoriamo insieme ma lasciamo spazio alle individualità. Portare avanti progetti personali come questo libro serve a maturare e a portare poi qualcosa di nuovo e di più ricco al "nido" del collettivo.
Francesco Paoloantoni ha fatto il vostro nome per la conduzione di Stasera tutto è possibile. È possibile?
Al momento non c'è un'offerta reale, ma è un attestato di stima bellissimo. Se dovessimo farlo noi, sarebbe un programma completamente diverso. L'alchimia tra Stefano De Martino, Paolantoni e Izzo è irripetibile, quel tipo di programma non è replicabile. Noi lavoreremmo per dare un'identità The Jackal al progetto, ma per ora resta solo una bella ipotesi. Diciamo che "tutto è possibile", ma al momento la nostra conduzione no (ride, ndr).

Cosa lascia Stefano De Martino?
Stefano è stato bravissimo a fare da "specchio" ai comici, a essere il loro primo entusiasta spettatore. È un rimbalzo che personifica a pieno l'essenza del presentatore, ovvero un'ombra potentissima e presente che non toglie mai luce al protagonista, come nei balli latini con la figura femminile. Poi non è per niente costruito, non ostenta nessuna delle sue doti artistiche, continua a crescere ma quando è necessario sa rimanere di lato. Lo stimo molto.
Progetti futuri tra cinema e teatro?
Abbiamo terminato le riprese di Piedone. Ora sto girando Fuori menù, una nuova serie Sky con Maurizio Lastrico. Da dicembre, poi, torno finalmente a teatro con il mio spettacolo Versi Proibiti, tratto dall'Inferno della poesia napoletana.
In questa visione orizzontale del tuo lavoro, senti di voler dire qualcosa in particolare al pubblico itinerante che ti segue?
Più che al pubblico, agli addetti ai lavori, ai quali dico che, al di là del mezzo, le cose vanno fatte bene. Il pubblico non è stupido, capisce dove c'è il lavoro. Abbiamo una responsabilità comunicativa verso le generazioni che ci guardano, quindi dobbiamo fare attenzione a cosa e come comunichiamo.
Porterai questo libro in tour. Ci dici i prossimi appuntamenti e cosa vorresti che rappresentassero questi incontri?
Il 2 maggio sarò al Comicon di Napoli, sabato 16 maggio al Salone del Libro e domenica 24 allo Spazio Sette di Roma. Sto riscontrando un'attenzione bellissima. Le persone vengono per ascoltare chi sono veramente, vogliono confrontarsi su temi profondi come l'accettazione o la genitorialità. Mi fa piacere che nessuno mi abbia ancora chiesto "fammi fare una risata". È un'evoluzione del rapporto con il pubblico: oltre alla parte goliardica, ora metto a disposizione la mia malinconia e la mia sensibilità. Come dicevo, è un'onesta ammissione di fragilità.
Ultima domanda: una cosa che della tua vita non ti aspettavi.
Non mi aspettavo il successo, il mio sogno era solo sopravvivere facendo questo lavoro. Quello che è accaduto dopo è stato un regalo inaspettato.
E quello che invece hai visto arrivare?
Un'anima simile alla mia.
Vuoi farci commuovere?
Ok, smorzo un po'. Aggiungo anche il terzo scudetto del Napoli: quello l'ho visto arrivare come un angelo.