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Nicola Acunzo: “Una vita da comprimario, ora faccio il protagonista. I ragazzi non sanno chi è Eduardo De Filippo”

A Fanpage.it Nicola Acunzo racconta il suo nuovo spettacolo teatrale che sembra parlare di lui: “Ho fatto una vita da caratterista e comprimario, ora sono pronto ai ruoli da protagonista”. E sui giovani: “Non sanno chi è Eduardo, è angosciante”.
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C'è un momento nella carriera di un attore in cui il talento non basta più. Serve il coraggio. Quello vero, però. Non la spavalderia da red carpet, ma la capacità di reggere il peso di una grande occasione senza crollare sotto di essa. È esattamente di questo che parla Eduardo, parliamoci chiaro, lo spettacolo scritto da Claudio Proietti, diretto da Giancarlo Sammartano e interpretato da Nicola Acunzo, in scena al Teatro di Villa Lazzaroni di Roma dal 15 al 17 maggio.

In scena c'è Raffaele Lapena, attore di fatica abituato ai ruoli di seconda fila, che si trova finalmente davanti alla sua grande occasione e che proprio in quel momento si inceppa. A dargli la forza sarà Eduardo De Filippo, invocato in un dialogo immaginario che diventa una riflessione sul mestiere, sull'esporsi, sul pesarsi davvero. Ma non aspettatevi un'ora di teatro solenne: ci si ride tanto, il pubblico viene coinvolto, si balla persino.

Nicola Acunzo ci racconta tutto a Fanpage.it. È uno spettacolo che sembra in fondo racchiudere la sua di carriera e allora Raffaele Lapena è uno specchio per lui che ha passato vent'anni in compagnia con Vincenzo Salemme"Sono entrato in compagnia grazie a Massimiliano Gallo che lasciò il posto" – che si è costruito una carriera cinematografica di grande rispetto su ruolo di caratterista racchiusi in film come Vallanzasca e I due papi, che ha avuto persino una parentesi politica nel Movimento 5 Stelle riuscendo a istituire nel 2020 la "Giornata Mondiale del Cinema", che prima di allora non c'era.

Nicola, lo spettacolo si chiama "Eduardo, parliamoci chiaro". Di che cosa parliamo, chiaro?

Si affrontano temi legati al coraggio, nei quali ci si riconosce un po' tutti, e lo facciamo in una chiave comica e brillante. Ci sarà tanto da ridere. Uno spettacolo per tutti, anche per chi non è appassionato di Eduardo De Filippo o di teatro in generale, perché si riconoscerà in quest'uomo che non ha mai avuto la possibilità di fare i ruoli da protagonista. Ha fatto sempre il comprimario, i ruoli di seconda fila. Finalmente arriva la sua occasione, però ha paura. Ha paura di non riuscire, e quindi ha bisogno di parlare a se stesso, di superare le sue paure. E siccome è un fan idolatra di Eduardo De Filippo, dice: "Maestro, voi che conoscete i sacrifici, aiutatemi. Che cosa dite?" Sarà proprio Eduardo a dargli il coraggio.

Raffaele Lapena e Nicola Acunzo quanto sono simili?

Claudio Proietti mi ha ritagliato il ruolo a pennello, perché mi conosce bene. Io in effetti non ho mai avuto ruoli da protagonista, sempre da caratterista, da personaggio che ha il suo momento di luce e manda avanti la narrazione, ma senza reggere il peso di tutta la storia sulle spalle. Salvo casi sporadici: adesso mi esce un film dove sono protagonista, interpreto un prete esorcista nel nuovo film di Claudio Fragasso. Abbiamo girato anche in inglese, perché è stato venduto all'estero. Ma ho sempre avuto una carriera da support actor, come dicono gli americani.

Lo spettacolo ha momenti di grande interattività. Giochi molto con il pubblico?

Ci sono momenti in cui si balla sulle note di generi musicali, perché Raffaele ha catalogato le opere di Eduardo in questo modo: Filumena Marturano è un tango, Uomo e galantuomo è un un cha cha, e così via. Vogliamo provare a trasmettere al pubblico il concetto musicale di quelle opere.

A un certo punto tu diventi Eduardo. Come funziona?

Da vedere è molto semplice, anche se da spiegare sembra complicato. Non divento Eduardo perché lo imito: Raffaele lo invoca, immagina cosa gli direbbe, in che modo glielo direbbe. È sempre Raffaele che diventa Eduardo. C'è il timbro della voce, alcuni suoi toni, il modo autorevole di stare in scena. Il pubblico sentirà la presenza di Eduardo. O almeno lo spero. Sto facendo le prove qui a Roma e ho scoperto che ragazzi di vent'anni, venticinque anni, non sanno chi è Eduardo. I napoletani magari sì, ma i romani no. È mortificante, è angosciante. Lo dico a tutti: venite coi figli.

Il tuo rapporto con Eduardo viene da lontano.

Io sono di Battipaglia, vengo dalla provincia. Mi ricordo che con mio padre guardavamo le commedie a Natale, prima quelle di Eduardo, poi quando Vincenzo Salemme iniziò a diventare un autore conosciuto iniziammo a guardare sul divano E fuori…nevica!, e io sognavo di entrare in compagnia con lui. Il sogno si è avverato. Sono vent'anni che lavoro con Vincenzo.

Come sei entrato in compagnia con Salemme?

Paradossalmente mi ha avvicinato a lui il cinema. Abbiamo lavorato insieme in Baciami piccina (film del 2006, ndr) e gli esternai subito il mio desiderio. Il caso volle che io facessi già compagnia con Biagio Izzo, e fu Teresa Del Vecchio, che lavorava già con Vincenzo, a fare da tramite. Vincenzo venne a vedere lo spettacolo di Biagio, all'epoca facevo Il re di New York. Poi Massimiliano Gallo andò a fare un film, e io entrai al suo posto in Bello di papà. Devo ringraziare Massimiliano, quindi.

Vent'anni con Salemme, film importanti, eppure il grande pubblico non sempre associa il nome al volto. Come la vivi?

Con molta serenità. Come mi ha insegnato Monicelli, e anche Placido, per associare il volto di un attore al nome ci vogliono trent'anni di successi. Prendi Lino Guanciale: era con me in Vallanzasca in un ruolo da comprimario. Saranno dieci anni che fa ruoli da protagonista, solo adesso sta cominciando a essere un volto. Per certi versi la condizione del caratterista è anche una comfort zone: la mattina vado al mercato Trionfale a fare la spesa, vivo la quotidianità in maniera serena. Poi ti capita l'appassionato che ha visto il tuo ultimo lavoro e ti fa i complimenti e ti fa piacere, perché quelli valgono più di tutto.

Nicola Acunzo ne "I due Papi"
Nicola Acunzo ne "I due Papi"

Hai fatto I due papi con Anthony Hopkins e Jonathan Pryce. Ruolo piccolo, ma…

Sapessi quanto riscontro ha avuto quel personaggio. Ero il giardiniere di Ratzinger. Porto una piantina di basilico all'allora vescovo, Papa Francesco, quasi un'apparizione. Eppure la gente ancora mi ferma e mi dice: "Tu sei quello dolce che portava il basilico al Papa." La scena è che Ratzinger dice al futuro pontefice: "Tu sei così vicino ai semplici, tanto che il mio giardiniere ti ha dato la pianta di basilico che a me non ha mai dato." Al cinema basta uno sguardo intenso per lasciare qualcosa. Ecco perché mi fa piacere quando mi dicono caratterista: è un grandissimo ruolo. Peccato che negli ultimi anni il posto del caratterista lo abbiano preso i comici del cabaret. Il cabaret è orizzontale come intensità, e per chiudere un film preferiscono mettere qualcuno con i follower.

La parentesi politica è chiusa?

Quella di professione, è chiusa. È una passione che bolle sempre dentro, però bisogna fare una scelta. Ho lanciato la Giornata Mondiale del Cinema Italiano, il 20 gennaio di ogni anno, perché è il compleanno di Federico Fellini. Per il resto, tutto è politica, sin da quello che facciamo ogni mattina. Non c'è bisogno di farla istituzionalmente. Si fa alla riunione di condominio, in famiglia. Io ho i nipoti, cerco di fare politica civica con loro: dargli cose belle, fargli conoscere la bellezza. Ieri è venuto mio nipote, l'ho portato in un negozio di strumenti musicali. Dai una staffetta che può servire al paese. Il cerchio si chiude solo se si inizia da lì.

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