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Maurizio Ferrini, la Signora Coriandoli: “Cevoli mi copia. Unito civilmente alla mia manager a tutela dei suoi figli”

Maurizio Ferrini, in questa intervista a Fanpage.it, ripercorre la sua carriera tra luci e ombre. Dai no ai cinepanettoni: “Come mi avessero offerto un porno”, al “circoletto” del cinema e fino al libro della Signora Coriandoli. Denuncia un plagio (“Cevoli mi copia”) e rivela di essersi unito civilmente con la sua manager: “Senza rapporto di coppia, ma per tutelare i suoi figli, di cui uno autistico, abbiamo formato una famiglia allargata”.
A cura di Gianmarco Aimi
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Maurizio Ferrini ogni domenica siede al tavolo di Che tempo che fa con gli ospiti fissi di Fabio Fazio. Uscito con il suo nuovo libro "A Carnevale ogni omicidio vale. I fucsia crime della Signora Coriandoli", in questa intervista a Fanpage.it, parla del mondo dello spettacolo, con le sue regole impietose che l’hanno escluso per anni dalle scene. Ma lui ha continuato a rifiutare i cinepanettoni: “Come se mi avessero offerto un porno”.

Conferma l’esistenza del “circoletto” del cinema, visto che “l’economia italiana è protettiva, quindi corporativa”, e non ha accettato neanche proposte assurde tanto per lavorare. Nella comicità, invece, si dichiara amico di tutti i colleghi, tranne che di un conterraneo: “Paolo Cevoli copia i miei spettacoli, lo denuncio come nell’annuncio sulla metropolitana: pickpocket!”.

Nel privato, rivela di essersi unito civilmente alla sua manager, Sara Giuliani: “Senza rapporto di coppia, ma per tutelare i suoi figli, di cui uno autistico, abbiamo formato una famiglia allargata”.

Maurizio Ferrini, che momento della tua vita personale e artistica stai attraversando?

Uno dei migliori. Sto facendo le presentazioni del libro, che poi è un vero e proprio spettacolo, e in questo momento ho finito quella all’Ubik di Mestre, mi fa piacere citarla perché le librerie hanno bisogno di sostegno. Poi andrò al Teatro Corallo di Bardolino e vedo che, dopo ogni incontro, la gente acquista i libri. È importante.

Come ti spieghi l’amore del pubblico, nonostante per anni la tua assenza?

Chi lo sa, forse ho azzeccato i personaggi. Di solito non bisognerebbe parlare bene di sé, al massimo spetta agli altri. Io, per quanto mi riguarda, ci metto tutto me stesso e non mi voglio annoiare. In più non amo le parolacce e i doppi sensi sessuali, mi fanno orrore, per cui si vede che anche questo mio atteggiamento, lontano dal turpiloquio, viene apprezzato dal pubblico.

Come il tuo personaggio del comunista che lavora come rappresentante di pedalò della ditta Cesenautica a “Quelli della notte”.

La Romagna, che è molto simpatica, non ha dei grandi rappresentanti. È ancora un filone abbastanza inesplorato. Si tenta sempre di abbassarla di livello con le battute facili e un po’ volgari e non le viene reso merito. Invece il comunista e la Signora Coriandoli, che sono romagnoli, hanno la fortuna di rappresentare il meglio di questa terra e portare anche persone da tutta Italia a identificarsi. Sono personaggi che appartengono all’inconscio collettivo.

Hai raccontato che tuo padre era “tornitore meccanico, ma al lavoro ci andava in giacca e cravatta”, oltre a leggere ogni giorno l’Unità per tenersi informato.

Con la cravatta di tweed, come gli inglesi, e poi si metteva la giacca blu su misura. Lui si comprava il tessuto e poi si faceva fare la giacca dal sarto. E leggeva l’Unità tutti i giorni, infatti, siccome era anche il mio migliore amico, prima di andare a letto mi spiegava la politica estera e la geografia. Così, da allora, sono rimasti argomenti tra i miei preferiti.

Un mondo che sembra scomparso.

È vero, ma perché il dibattito era vivacissimo e sempre aperto. Ci si vedeva al bar e si discuteva tutti assieme, anche senza essere d’accordo, ma non si arrivava mai a delle estremizzazioni. Leggendo i giornali e tenendosi informati parlavano con competenza.

Nel 1994 pubblichi il libro “L’ultimo comunista”, la storia di Egisto Quadri, romagnolo, ex segretario del PCI di Longiano, nato il giorno della morte di Stalin.

All’epoca era come la Coriandoli adesso, molto rappresentativo. Tanto che mi mettevano in guardia in tv: “Non ti sposterai da questo personaggio”. Invece poi ne sono nati tanti altri. Ma io sono felice che i miei personaggi mi rimangano appiccicati addosso, li ho creati io.

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Era l’anno della discesa in campo di Berlusconi, ci avevi visto lungo sull’ultimo comunista…

Forse perché prima di fare le cose medito, e poi cerco sempre di stare al passo con i tempi. Da “Quelli della notte” sono passati 46 anni, mentre la Coriandoli ne ha 37, è del 1989.

Oggi ci si può ancora definire comunisti?

Ci sono mille sfaccettature in tutto. Su quello che uno è stato bisogna esserne orgogliosi. Faccio un esempio che apparentemente potrebbe non c’entrare. Quando un piatto di un servizio importante si rompe, noi italiani lo buttiamo, invece in Giappone lo riparano con un collante color oro. Per evidenziare che la rottura è un plus, non un meno. Quindi ti ritrovi dall’avere un piatto rotto a un piatto di grande valore. Ognuno, quindi, evolve attraverso gli sbagli e gli entusiasmi, ma il comunismo, per come era nato, non poteva funzionare.

Come mai?

Bertrand Russell disse che tutto ciò che nasce dall’odio non può funzionare. Karl Marx, in questo senso, non voleva mica la felicità della classe dirigente, ma la sua sofferenza. Per questo motivo la sua teoria non funziona. Perché c’è una base di odio che impedisce qualunque teoria politica e non politica. Marx non voleva la liberazione del popolo, voleva punire la classe padronale dirigente. Ma tutto ciò che nasce per punire va a finire male. Invece il cambiamento nasce dall’amore senza punire l’avversario. Umilmente concordo.

Dietro al comico Maurizio Ferrini si nasconde un intellettuale?

Ne sono fiero! Perché leggo tantissimo, sono curioso di tutto, parlo tre lingue, italiano, inglese e francese, e ne sto studiando di nuove come il tedesco, il cinese e il giapponese, che sono meno difficili di come di solito la gente immagina. Sono davvero curioso di tutto, tranne che del taglio e cucito e dell’opera, che non mi prende più di tanto, tutto il resto mi piace. Ho avuto qualsiasi tipo di passione, dalle moto ai cavalli, ho letto di tutto e mi stimola molto.

In questo spaziare tra alto e basso saresti andato d’accordo con Umberto Eco.

Ci siamo conosciuti. È sempre stato un faro come intellettuale. La prima volta ci siamo incontrati casualmente in un’orologeria dove lui era entrato ad acquistare un orologio con tutti i fusi orari del globo. Perché lui, avendo a che fare con persone da tutto il mondo, aveva bisogno di sapere che ora era nei vari paesi. Poi, nel parlare, mi ha incuriosito e l’ho acquistato anch’io. Essere accostato a lui per me, nel mio piccolo, è soltanto un onore.

Comunista e cattolico. La fede, hai spiegato, è qualcosa che si vede. In che senso?

La fede ce l’hai perché hai visto, non perché credi che c’è il mare e invece non esiste. Non è una credenza da allocchi, è di chi ha avuto un’esperienza personale tale per cui ha quasi una prova. Solo che non è condivisibile. Poi gli altri possono non credere neanche se gli fai vedere un miracolo di uno che si solleva da terra. Forse è davvero un dono. C’è anche chi crede per paura, come se fosse un’assicurazione sulla vita, ma Dio, se è Dio, non è stupido. Non è che lo prendi in giro. Ha creato tutto, vuoi che non becchi chi ci crede per finta?

Per tornare a “Quelli della notte”, hai rivelato di aver cantato “Bandiera rossa” a casa di Gianni Agnelli, sembra la scena di un film di Fantozzi.

Sì, è stata un’esperienza molto fantozziana. “Quelli della notte” non è mai uscito dalla tv, quella fu l’unica esperienza esterna. Era stato tutto architettato dallo stesso Gianni Agnelli per capire chi aveva senso dell’umorismo e chi no. Lui mandò anche in sala dei suoi emissari anonimi per segnare in una lista quelli che non avevano umorismo, che si lamentavano o che se ne andavano. E, a suo modo, in seguito li ha depennati. A metà dell’estate organizzava sempre una festa nel castello di Stupinigi, invitava tutta l’élite italiana, gli uomini tutti in smoking e le signore in abito da sera, in un parco stupendo. Quella volta, a un certo punto, sul palco dissi: “Bella Renzo questa festa nazionale dell’Unità”. E calò il silenzio in platea. E poi aggiunsi: “Cantiamo Bandiera rossa”. Montezemolo e Della Valle non se ne andarono, forse conoscendo le mire dell’Avvocato, mentre metà dei presenti si dileguò quasi subito.

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A suo modo è anche questo uno spaccato di una società ormai estinta.

Il fondatore della Bank of America era un italiano, Amadeo Peter Giannini, e dopo il terremoto di San Francisco portò in salvo i soldi. Ma dopo, per ricostruire l’economia, dava i prestiti guardando in faccia le persone per stabilire se fidarsi o meno. È comunque diventata la più grande banca del mondo. Un mondo tutto diverso da oggi, dove valeva la stretta di mano, dove i contratti si rispettavano e le persone non si fregavano per qualsiasi cosa.

Come mai a un certo punto hai detto tanti no che ti hanno portato fuori dallo spettacolo per vent’anni?

Non volevano farmi fare i film che volevo e mi spingevano invece a partecipare a pellicole come “Vacanze di Natale”, i cinepanettoni insomma, che non è nelle mie corde. Per me è come se mi avessero offerto un porno, che c’azzeccavo io? Mi pare un bel niente.

A cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 partecipi a pochi film, ma alcuni dei quali sono diventati cult, come “Il commissario Lo Gatto”, “Compagni di scuola” e “Sognando la California”.

“Il commissario Lo Gatto” è di Dino Risi, dopo Fellini il più grande regista del dopoguerra. Il mio primo film con un regista così importante, per me è stato un grande onore. Il protagonista era Lino Banfi, ma io ero co-protagonista, il suo vice commissario. Poi con Verdone in “Compagni di scuola” ho imparato tanto. E in “Sognando la California” idem con Vanzina.

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Poi, però, hai detto no a Sergio Leone.

Sai, a Roma se dici di no non riescono a capire perché lo dici. Semplicemente cercavo di fare quello che era più adatto al mio stile. Non so perché non me lo facessero fare. A Milano se dici no a un progetto è un no a un progetto, non alla persona, invece dire no a Roma è come rifiutare un ordine di Diocleziano. Ti manda due legioni di migliaia di uomini e ti annienta. Se dicevi dei no nell’ambiente romano del cinema di allora era considerato una sorta di lesa maestà, siccome il cinema era romanocentrico hanno preso male che non volessi fare quello che non mi rappresentava. Il no a Sergio Leone non è un rimpianto, all’epoca mi offrivano ogni giorno due film, uno al mattino e uno alla sera. Ma se hai talento prima o poi torni fuori.

Il “circoletto” del cinema esiste?

Il circoletto esiste nel cinema come in tutti gli ambienti. L’economia italiana è protettiva, quindi corporativa.

E cos’hai fatto negli anni di inattività?

Mi sono chiuso in casa a scrivere.

Hai parlato anche di difficoltà economiche e depressione.

Ma sì, ho raccontato un po’ di baggianate. Dimostro ancora 14 anni, anche se ne ho 73, non credo che uno con la depressione possa mantenersi così bene, no? Mi sono semplicemente messo a scrivere. Per cui adesso ho tanti progetti pronti. Il primo è il libro della Signora Coriandoli che si trasforma in investigatrice, poi ne usciranno tanti altri. Ho partorito tutto in questo lungo periodo dove non sono apparso ma ho scritto. Nel frattempo ho pubblicato musica, come “La menopausa”, con la Warner, come altre canzoni che sono disponibili sulle piattaforme. In fondo chi se ne importa delle occasioni perse, non ho fatto quei film e ho fatto altro. Come “Quelli della notte”, se non avessi fatto quel programma ne avrei fatto un altro. Magari non bello uguale, di questo ringrazio Renzo Arbore, ma qualcosa avrei fatto.

Il non piangere sul latte versato è un tratto tipico romagnolo?

Io sono sempre stato così. Sono culturalmente come Mara Maionchi, mia compagna di tavolo da Fabio Fazio. C’è gente che sta sempre lì a ricordare le occasioni perse o che non ha avuto, oppure si abbatte per la depressione. Ma depressione la combatti alzandoti la mattina e fregandotene di quello che è successo il giorno prima. Mia madre è rimasta orfana alla nascita, allora non doveva neanche iniziare, invece si è rimboccata le maniche e ha tirato su una famiglia. La gente si fa troppe menate, soprattutto nel mondo dello spettacolo.

C’è un po’ troppo vittimismo?

Sarà l’influenza della Magna Grecia, che però ci ha portato solo a fidarci dell’amico e del cugino. Dei problemi non bisogna parlarne, bisogna risolverli. Invece qui si va in piazza a parlare dei problemi ogni settimana, poi si torna a casa e non è cambiato nulla.

Nell’ambiente dello spettacolo si dice che sia difficile avere amici. Invece hai indicato in Nino Frassica un amico vero.

È così, Nino Frassica è il mio migliore amico. E credo di essere il suo migliore amico. Ma sono amico anche di altri, come Gigi Marzullo, Ubaldo Pantani, Giovanni Esposito, Francesco Paolantoni o Mara Venier. Molti li ho ritrovati al tavolo di Fazio.

Per tornare alla Signora Coriandoli, l’hai definita “un prodotto dell’inconscio collettivo nel quale io ho avuto la fortuna di inciampare”.

Mi sembra la definizione perfetta. La Romagna, dove ho avuto la fortuna di essere nato, mi spiace che venga sottovalutata, oppure stereotipata con le volgarità sessuali. Io cerco di tenere alto il nome della Romagna con riferimenti importanti e nello stesso tempo popolari. La Coriandoli è una maschera che ormai è riconosciuta da tutti. Credo di essere stato ripagato dal non aver fatto porcate, come film volgari. Ho stretto la cinghia, ma non mi sono svenduto. Perché a parole son tutti bravi, ma poi quando si tratta di accettare film brutti ci cascano.

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La peggiore proposta che ti hanno fatto?

Uno che recentemente mi ha proposto il ruolo di un serial killer di cani.

Questa è piuttosto grottesca.

Non hai idea della schifezza. La storia era su un serial killer di cani bastardini, che li uccideva perché riteneva che non fossero degni di vivere. Questo demente, che ha voluto incontrarmi, mi ha anche spiegato di aver raccolto 1 milione di euro per questo film. Gli ho risposto: ma secondo te, tutti quelli che hanno i cani e li amano, come reagirebbero? E lui, anche in modo aggressivo, mi ha risposto: “Ma se altri mi hanno detto che è bello, tu chi sei per dirmi che è brutto?”. Se fossimo stati soli lo avrei ammazzato e poi andavo al cinema a vedere Pinocchio dal rimorso. Si può essere più idioti? I deficienti non devono per forza fare cinema, vorrei ricordarlo, possono buttarsi in settori più adatti a loro come le armi e la droga. Come vedi esiste il peggio in ogni settore, il cinema non ne è esente.

Prima dicevi che la Romagna non ha molti riferimenti, però i comici romagnoli non mancano, da Paolo Cevoli a Fabio De Luigi fino a Giuseppe Giacobazzi.

C’è unione tra i comici romagnoli, ma non con Paolo Cevoli. Anzi, ne approfitto per denunciare il fatto che Cevoli copia i miei spettacoli con la carta carbone. Usa esattamente le stesse parole e tutto il resto. Per questo motivo, mentre sono fraterno amico di tutti gli altri comici romagnoli senza eccezioni, di Paolo Cevoli potrei anche essere amico però mi copia senza citarmi. Siccome clona i miei spettacoli, degli amici mi hanno detto che, addirittura, una sera a un suo show uno si è alzato dalla platea e gli ha detto: “Non ti vergogni di copiare Ferrini?”. Lui è stato zitto e se ne è andato tutto rosso in viso. Quindi devo dirlo: Cevoli mi copia! Devo dirlo come l’annuncio sulla metropolitana con i borseggiatori: “Pickpocket! Pickpocket! Pickpocket!”. Che si può tradurre così: “Copione! Copione! Copione!”.

Non hai mai avuto modo di parlarne con Cevoli?

No, perché il mio motto è quello di Sartana (personaggio dei film western, ndr): “Vivi e lascia morire”. Non nella vita, nello spettacolo. I deficienti bisogna lasciarli morire.

A proposito di plagi, anche un altro romagnolo come il comico Daniele Luttazzi qualche anno fa era stato accusato di aver copiato da diversi comici americani.

Poveretto, mi è dispiaciuto molto. Dopo quello che gli è successo, se ha sbagliato, ho trovato che abbia fatto un errore di comunicazione. Può capitare di sbagliare nella vita, però mi sembra che abbia pagato un prezzo troppo alto. Lo stimo molto Daniele Luttazzi, all’epoca fui solidale con lui perché, per come l’avevo conosciuto, è una persona per bene.

Sempre a proposito di comicità, negli ultimi 15 anni ha preso il sopravvento in Italia la stand-up comedy. In questa nuova evoluzione, però, non c’è molta moderazione.

Mi piace il turpiloquio quando sono ubriaco, ma da tempo non mi ubriaco più. Gli stand-up comedian sono come quelli che, dopo aver bevuto, si alzano in piedi e dicono delle porcherie. Fa ridere che lo facciano, però sono quelle cose che anche se non le fanno stiamo bene tutti. Con la stand-up, come dicono dalle mie parti, “hanno aperto i gabbioni”. Siamo in un’epoca nella quale ogni cretino ha un uditorio di cretini. Il successo è trasversale, quando è un vero successo. Se invece trovo sei milioni di cretini che la pensano come me non ho successo, sono un cretino in mezzo a sei milioni di cretini. Andate a verificare chi è il pubblico in piazza e vi accorgerete da chi è formato. Il pubblico, per verificare quello che stai facendo, è ancora insostituibile. Se sei una star del web, ma dal web hai tirato fuori il peggio, non mi sembra un gran risultato. Anche a questi, come a quello del film sul serial killer di cani, consiglio di andare a vedere la droga.

Anche la politica, rispetto al passato, sembra aver conosciuto un abbassamento drastico nel livello di dibattito pubblico. Come valuti il linguaggio dei politici?

Siamo allo sgombero cantine. Quello che prima era nascosto in cantina, ora si tira fuori con tutto il polverone annesso. Quindi è uscita la qualunque. Con i social chiunque dice la sua, ha dei fessi suoi simili che lo seguono e quindi siamo al trionfo dell’inutile. Non lo dico io, ma tutti i filosofi, pensatori e persone intelligenti.

Ti senti rappresentato da qualcuno in politica oggi?

Ci sono persone di cui ho molta stima. Per esempio, di recente, mi sono trovato a Roma con Alfonso Bonafede, ed è uno che ci crede nella politica, ha fatto il ministro della Giustizia e mi ha dato l’impressione di avere un fuoco dentro di onestà. Io stimo le persone che hanno questo atteggiamento. Anche persone con ideali, non dico opposti ai miei ma che però credono nella vera politica. Chi mi fa paura sono quelli senza Dio e senza legge, che picchiano su tutto. Anche perché ormai sembriamo alla distruzione allo stato puro.

Ora la classe operaia, del tuo “ultimo comunista”, si è spostata a destra.

Perché la classe operaia si droga, come faceva prima la classe dirigente. La cocaina è diventata un fenomeno sociale. Nei week end ogni classe lavorativa pippa allo stesso modo. Renzo Arbore è sempre stato uno che se in una stanza uno nomina la parola “droga”, neanche la tira fuori, esce dalla stanza per non esserne coinvolto. Lo stesso ho sempre fatto io. Ormai, invece, la cocaina è diventata un fenomeno trasversale e comune, come bersi una birretta o mangiarsi una pizza. Anche per questo la classe operaia non esiste più, c’è gente che lavora ma non riesco a rintracciare niente delle categorie del passato. C’è chi lavora e si fa il mazzo ogni giorno, ma è tutto più fluido, come dicono oggi.

Il libro “A Carnevale ogni omicidio vale” mescola giallo e comicità surreale, ma prende in giro il crime attuale?

Io di fronte anche ai fatti più terribili cerco sempre di trovare l’aspetto umoristico. Mi sono messo nei panni della Signora Coriandoli, però ho pensato che, invece del giallo, lei preferisca frequentare il fucsia, che è il colore che preferisce. Da qui la nascita del genere “fucsia crime”. È un romanzo sopra le righe, dove viene analizzato il crimine ma, non per risolvere il caso, visto che lei è più affine a commetterlo un crimine che a risolverlo.

Il “CSI Coriano” è una satira dell’Italia che copia i modelli americani?

In fondo è vero che l’omicidio fa la fortuna di dieci programmi televisivi. Perché nessuno di noi desidera che avvenga un omicidio, ma quando accade l’informazione prospera su quello. Altrimenti come farebbero a fare ascolti? Dai notiziari alle trasmissioni di approfondimento. Il CSI di Coriano è la parodia dei laboratori di analisi in Italia non valorizzati, mentre gli americani sono riusciti a nobilitarli. Da noi invece è un ambiente abbastanza orribile.

Prima di salutarci, un paio di curiosità visto che hai detto, dopo tanti anni, di non essere mai stato sposato con Carla Urban, come sembrava, e molti ora hanno scritto che la tua compagna sarebbe anche la tua manager Sara Guglielmi. Ti andrebbe di chiarire?

Intanto lo ribadisco, non sono mai stato sposato in vita mia prima di questi ultimi anni, tanto meno con Carla Urban. Adesso con Sara Guglielmi ci siamo uniti civilmente, non avendo rapporti di coppia. Lo abbiamo fatto per formare una famiglia, visto che lei ha un figlio autistico, e un altro che è molto talentuoso nel cinema. In questo modo l’unione civile è utile a tutelare Sara e i suoi due figli. E siamo di fatto una famiglia allargata, perché siamo in ottimi rapporti anche con il padre dei figli di Sara, anche se non erano sposati. Io non ho figli, quindi mi sentivo male a non fare nulla di fronte a una situazione delicata della mia manager. In questo modo, in definitiva, ci aiutiamo, anche facendoci compagnia, per cui bene o male il bilancio è alla pari.

Anche perché, in un’altra intervista, hai detto che “il sesso è sopravvalutato.

Se l’ho detto sarà stata una battuta, in cui però non credo. Quando mi innamoro ho un’altissima stima, da buon romagnolo, del sesso. Però non sono neanche un ergastolano, cioè che tutte le donne che vedo le vorrei sedurre. A volte c’è la chimica e a volte non c’è. Non sono compulsivo, ci vuole un po’ di controllo delle pulsioni. Ma non sono un asceta.

Dopo aver svelato dello sfiorato flirt con Lilli Gruber, per caso ne hai sfiorati altri nel mondo dello spettacolo?

All’epoca c’è stato qualcosa, ma siamo rimasti solo buoni amici. Con altre donne dello spettacolo no, perché rifuggo dalle persone note per trovare una normalità nei rapporti.

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