Umberto Smaila: “Si parla di una fiction su Colpo Grosso. La mia musica in un film di Tarantino, incasso i diritti”

Conduttore, cabarettista, musicista, attore sia in gruppo che da solo, veronese di origine, ma milanese d’adozione. Sono le mille vite di Umberto Smaila, nato e cresciuto nella città scaligera e trasferitosi stabilmente nel capoluogo lombardo ormai mezzo secolo fa.
“Ciascuno di noi decide dove stare e io ho eletto Milano come mia seconda città”, racconta a Fanpage.it Smaila, figlio di esuli fiumani che dopo la seconda guerra mondiale fuggirono dalla dittatura di Tito. “Arrivarono in Italia e, in seguito ad un periodo trascorso nei campi profughi, ottennero asilo trovando pace proprio a Verona, dove risiedevano già i fratelli di mio padre”.
Classe 1950, all’ombra dell’Arena Smaila conobbe gli amici che sarebbero poi diventati colleghi di lavoro e, soprattutto, compagni di giochi per il resto della vita. Ovviamente il riferimento è a Jerry Calà, Franco Oppini e Nini Salerno. “Ci conoscemmo al liceo. Jerry era più giovane di me e Franco di un anno, mentre Nini più vecchio di due. Cominciò tutto con gli spettacoli a scuola, che erano show di arte varia”.
Ecco quindi l’idea di fare squadra, di unirsi e di tentare l’avventura e proporsi come gruppo: “Vicolo Miracoli è una strada di Verona e avevamo scritto un brano con quel titolo. L’associazione al gatto, invece, si legò al fatto che ci presentavamo come graffianti, indipendenti e autonomi. Ci parve una definizione giusta”.
I primissimi passi vennero mossi al mitologico Derby: “Debuttammo nel teatro che era il tempio assoluto del cabaret. Incrociammo Paolo Villaggio, Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Bruno Lauzi. Dei miti”.
L’esordio televisivo si concretizzò nel 1977 a “Non Stop”.
Fu l’apoteosi, la nostra consacrazione a livello nazionale. All’epoca in televisione c’erano ancora due canali e questo ti consentiva di godere di un’audience clamorosa. In quel programma, diretto dal grande Enzo Trapani, trovammo talenti straordinari che si sarebbero successivamente imposti come Carlo Verdone, Nuti, Benvenuti e la Cenci dei Giancattivi, Troisi, Arena e Decaro della Smorfia e Zuzzurro e Gaspare. Ma noi fummo gli unici a rimanere in entrambe le stagioni.
Eravate in tanti per un unico palcoscenico. Qualcuno sgomitava più degli altri?
Quando sei giovane all’invidia non ci pensi. Piuttosto prevalgono il senso di comunità e la goliardia. Eravamo tutti sulla stessa barca e partivamo dalla stessa posizione. Ognuno poi fece la sua strada, ma in quel caso fummo una meravigliosa armata Brancaleone. Era una trasmissione senza conduttore, c’eravamo noi, una sorta di compagnia di giro che aveva come unico scopo quello di far ridere.
Si registrava a Torino, che non era la città che è oggi.
Non mi sembrò malinconica. Anzi, ti confesso che per me fu l’esatto opposto. Ho sempre pensato che fosse sottovalutata. La Torino che scoprimmo noi era ricca di cultura e di teatri. Inoltre si suonava il jazz, c’erano molte band, posticini dove si mangiava bene e un sacco di belle ragazze (ride, ndr).
Citava Verdone, che nella sua autobiografia La carezza della memoria le ha dedicato ampio spazio e bellissime parole.
La cosa mi ha colpito molto, quando ho letto le sue affermazioni sono caduto dalle nuvole.
In un passaggio scrive: “Umberto mi faceva tanto ridere, tirava sempre su il morale a tutti, aveva un carattere aperto e positivo, suonava bene il pianoforte e aveva la battuta sempre indovinata”.
Con lui avevo stabilito un rapporto di amicizia privilegiato. Quando si usciva gli proponevo di accodarsi. Lo portavamo in trattoria, dove ci facevamo delle risate mostruose, anche grazie al proprietario che metteva in piedi pezzi di cabaret metà in torinese e metà in francese. In più gli facevo provare gli sketch in camerino, consigliandolo sulle gag da portare in scena.
Anni dopo vi rivedeste in occasione di un suo esordio teatrale a Siena: “Vidi l’amico Umberto Smaila e mi rilassai di botto. Mi ricordai di tutti gli incoraggiamenti ricevuti da lui nel periodo di Non Stop. Era stato il primo a credere in me”.
Mi fa molto piacere, però non credo di essere stato un taumaturgo. Sai, in questo mestiere non raccogli mai questo tipo di soddisfazioni. Ma Carlo è così e quello che racconta è la verità. Eravamo in grande confidenza e avendo vissuto esperienze particolari in età giovanile queste poi te le porti dentro per sempre.
Vi siete più incontrati?
Ci mandiamo messaggi ogni tanto. Non abbiamo bisogno di sentirci continuamente. Sappiamo bene ciò che siamo l’uno per l’altro.
Nel 1980 i Gatti sbarcarono al cinema.
Approdammo sul grande schermo come molti reduci di ‘Non Stop’. A noi toccò un soggetto importante scritto dai fratelli Vanzina. Nessuno si sarebbe mai aspettato il grande successo di ‘Arrivano i Gatti’.
In quel periodo si verificò l’incontro con Woody Allen.
Andammo a New York e lo conoscemmo. Ricordo che il suo manager rimase sorpreso perché nei cinema di Milano ‘Arrivano i Gatti’ aveva incassato più di ‘Manhattan’. Noi replicammo scherzosamente: ‘Beh, sa, siamo bravini!’.
La foto che scattaste con lui divenne una mitologica copertina di ‘Tv Sorrisi e Canzoni’.
Tutti i lunedì si esibiva in un locale e lo sentimmo suonare il clarinetto. Ci facemmo quella foto e prese piede l’ipotesi di un progetto di tre atti unici scritti da lui che avremmo dovuto rappresentare al Festival di Spoleto. Due li aveva già pronti e voleva fare il terzo per chiudere la trilogia. Purtroppo non se ne fece nulla. Ad ogni modo, il nostro quarto d’ora di celebrità con il nostro idolo l’avevamo vissuto.
Al cinema bissaste subito con “Una vacanza bestiale”. Ma a quel punto Jerry Calà si sfilò.
Fu un brutto colpo che ci condizionò negativamente. Ci trovammo spaesati, ricostruire il gruppo nella formazione a tre fu complicato. Dovemmo decidere se rimanere in vita o mollare definitivamente. Ci leccammo le ferite e ripartimmo, riuscendo nell’impresa.
Calà aveva deciso di proseguire da solo, ma anche lei in precedenza era apparso senza il gruppo in alcune produzioni.
La mia fu una situazione diversa, in quanto furono piccole partecipazioni come in ‘Sturmtruppen’ o ‘Come ti rapisco il pupo’. Mai avrei pensato di andarmene dai Gatti; accettare anche dell’altro non generò cambiamenti di rotta. Al contrario, la rottura di Jerry era definitiva.
Non vi parlaste per cinque anni.
Fu una botta in testa e i rapporti ne risentirono. Considera che avevamo già mogli e figli, bisognava fare quadrare i conti e sopravvivere. Ogni soldo incassato era grasso che colava. Quello strappo ci toccò, ma come dicevo poc’anzi ci rimettemmo in pista.
Vi aiutò Pier Francesco Pingitore.
Andammo a Roma e trovammo pane per i nostri denti. Pingitore, persona valida ed intelligente, ci fece esibire al Salone Margherita. Poi si presentò l’opportunità di Antenna 3, fino a quando Berlusconi ci notò e ci ingaggiò per ‘Quo Vadiz’, ‘Drive In’ e ‘Un fantastico tragico venerdì’.
Ciò non bastò per scongiurare lo scioglimento definivo.
Mi venne proposto di diventare conduttore in prima persona. Mi capitò dunque di vivere la stessa situazione che anni prima aveva coinvolto Jerry. Fu lì che compresi la sua decisione di lasciarci. Il treno passa una volta e se passa devi salirci sopra.
Oppini e Salerno come reagirono?
Si incazzarono un po’ pure loro, ma fa parte della vita. Il mondo dello spettacolo non è una passeggiata, è fatto di alti e bassi e bisogna fare di necessità virtù. Però il tempo aggiusta tutto. Mi chiarii anche con Jerry e lavorammo di nuovo insieme, come attore nei suoi film o come autore delle colonne sonore. Siamo tutti e quattro legatissimi, ci vediamo e frequentiamo regolarmente.
Il 1987 fu l’anno di “Colpo Grosso”.
Prima c’erano stati ‘Help’ e ‘C’est la vie’, quiz pomeridiani che anticiparono quest’avventura durata quattro anni, per un totale di 800 puntate.
Andava in onda su Italia 7, emittente gestita indirettamente dalla Fininvest.
Registravo 4-5 puntate quotidiane. Alla fine della giornata avevo un mal di piedi impressionante. Era impegnativo, non si aveva nemmeno il tempo di bere un caffè. Qualcuno obietterà: ‘Ma con quel ben di Dio che avevi attorno ti lamenti?’. Credimi, in quelle condizioni a quello che avevi attorno ci pensavi relativamente!
Il suo segretario era un giovanissimo Valerio Staffelli.
Era il mio factotum. Lo introdussi negli ambienti televisivi e trovò la sua strada. Chissà, se non mi avesse incontrato magari ci sarebbe comunque arrivato o sarebbe finito a gestire il negozio di stoffe del padre. Sono le sliding doors della vita.
Al termine della quarta stagione si congedò. Come mai?
La verità è una sola: si cominciava a percepire la stanchezza della trasmissione. Avevamo fatto quello che andava fatto e c’era stato il boom. La novità era scemata e lo spettacolo mostrava le corde, con i concorrenti che non erano più ruspanti e spontanei come alle origini.
Il timone passò a Maurizia Paradiso, ma nell’immaginario collettivo “Colpo Grosso” morì con il suo addio.
Hai detto bene. A Maurizia vogliamo bene, ma onestamente nessuno si ricorda di lei per ‘Colpo Grosso’. Era una storia praticamente chiusa.
Salutò il pubblico con una profezia: “Tra quarant’anni del nostro spettacolo non si potrà che sorridere”. Quarant’anni sono passati.
Mi fa molto piacere che tu abbia recuperato queste mie parole. Andrebbero diffuse perché è una previsione a dir poco emozionante. È accaduto esattamente questo. Oggi si guarda a ‘Colpo Grosso’ con una certa comprensione, non mi sbagliavo affatto.
Sembrò quasi una difesa a fronte delle numerose accuse di volgarità.
Delle critiche bacchettone non me ne è mai fregato niente. Ero cosciente del successo e nessuno poté confutarlo, contestarlo e scalfirlo. Rimane un’importante pagina della storia della tv.
Fu complesso togliersi di dosso l’etichetta di “quello di Colpo Grosso”?
La trasmissione portò ad un’identificazione particolare, ma non sapremo mai come sarebbe andata senza quell’esperienza, sarebbe come mettersi a disquisire del sesso degli angeli. In realtà continuai a lavorare in televisione tranquillamente. Feci ‘La sai l’ultima?’, due edizioni di ‘Buona Domenica’ con Gerry Scotti e Gabriella Carlucci e un centinaio di apparizioni al ‘Maurizio Costanzo Show’.
Tuttavia, i progetti da conduttore unico si interruppero con “Colpo Grosso”.
In effetti è così. Ma va detto che da un certo momento mi feci spazio con successo come entertainer musicale. Aprii un locale in Sardegna e con 250 serate l’anno all’attivo non avevo più la frenesia di riaffacciarmi in televisione.
In compenso, continuò a recitare.
Ho partecipato come attore a mille pellicole, da ‘I Mitici – Colpo gobbo a Milano’ – dove facevo il gioielliere – a ‘Non chiamatemi papà’ di Nini Salerno, senza dimenticare ‘Odissea nell’ospizio’ del 2019, dove ci siamo riuniti tutti e quattro. Nel frattempo, ho realizzato tante altre colonne sonore collaborando con Enrico Vanzina in ‘Lockdown all’italiana’, ‘Tre Sorelle’ e in ‘La sera a Roma’, che uscirà prossimamente. In totale sono arrivato a circa 40 film come compositore.

A proposito di colonne sonore, non tutti sanno che è stato accreditato in un film di Quentin Tarantino.
Verissimo! È la prova che in questo mondo può succederti di tutto, anche di comparire nei titoli di coda di ‘Jackye Brown’. È incredibile.
Incassa i diritti d’autore ad ogni riproposizione.
Lo 0,00001%, ma mi arriva anche quello! In una scena del film ci sono Robert De Niro, Samuel L. Jackson, Michael Keaton e Bridget Fonda che guardano in televisione ‘La belva col mitra’, un b-movie del 1977 per cui composi la mia primissima colonna sonora. Casualmente in quello spezzone non ci sono dialoghi, ma solo la mia musica. Sono soddisfazioni, fa parte della bellezza di questo mestiere.
In questi ultimi anni la televisione l’ha più cercata?
C’è un produttore romano che sta lavorando ad una fiction su ‘Colpo Grosso’. Per scaramanzia non vorrei parlarne più di tanto. Se si concretizzasse parteciperei sicuramente alla sceneggiatura, o come voce narrante. Vedremo.
Ultimissima curiosità: è stato a lungo amico di Silvio Berlusconi. Le ordinò mai di tagliare i baffi?
So che non li amava in generale, ma a me non disse mai niente. L’unica richiesta fatta da Silvio fu andare a casa sua a fare delle prove perché voleva che lo accompagnassi a cantare delle canzoni in francese. Non esitai. Per lui ho provato un affetto immenso e probabilmente il mio baffetto non lo infastidiva.