Luca Tiraboschi: “Canale 5 ha svuotato Italia 1. Striscia? Aspetterei prima di decretare la fine”

Produttore esecutivo, capostruttura, vicedirettore di Canale 5 e, soprattutto, direttore di Italia 1, ruolo che ha mantenuto per ben tredici anni. Luca Tiraboschi è stato tutto e di più in una tv che ha modellato, curato, stravolto e trasformato.
“Ormai si tende a non usare più ‘ex’, ma ‘già’”, scherza il diretto interessato che, ormai lontano dalle stanze dei bottoni del piccolo schermo, ha deciso di tornare a dedicarsi alla scrittura con l’uscita del suo quarto romanzo. “Lo pubblico a quasi vent’anni di distanza dall’ultimo – rivela a Fanpage.it – allora ero nel pieno della mia attività televisiva che, oltre ad Italia 1, riguardava pure Italia 2, Boing e Cartoonito”.
Nel mezzo c’è stata la lunga e fruttuosa parentesi dei fumetti, altra grande passione di Tiraboschi prima che tutti gli sforzi si concentrassero su “Il ladro del tempo”, noir-thriller psicologico e visionario dove un monarca, manipolando le leggi della fisica, crea un’ora in più della giornata, che non esiste per nessuno, eccetto che per lui.
“Ad un certo punto capisce che ventiquattr’ore non sono sufficienti per fare quello che vuole e costruisce un meccanismo che gli consente di rubare del tempo. In quell’ora aggiuntiva il mondo circostante si ferma, si congela. Ma proprio in quell’ora si verifica un episodio traumatico che lo costringerà ad affrontare fantasmi e problemi etici e morali”.
La suggestione di una venticinquesima ora quotidiana balenava nella mente di Tiraboschi da parecchio tempo. Ad ispirarlo fu addirittura Silvio Berlusconi: “In una delle tante conversazioni mi parlò del suo desiderio di accumulare tempo aggiuntivo per poter sbrigare questioni che non riusciva a risolvere. Non riusciva a concepire che in Italia ad agosto tutte le attività si interrompessero. C’è poi un altro spunto, che si lega al mio amore per il tennis: nei circoli vengono spesso affissi cartelli dove si ricorda che un’ora dura 55 minuti, perché 5 minuti servono a sistemare il campo. Piccoli semi che si sono sedimentati e che mi hanno portato a partorire questo racconto”.

Per scrivere questo romanzo si è rifugiato in un posto del cuore?
Se volessi optare per una versione romantica ti direi che ci sono luoghi dove ti rintani per trovare l’ispirazione. Poi c’è la realtà. La verità è che serve rigore. Quello dello scrittore è un lavoro come gli altri e devi ritagliare obbligatoriamente ogni giorno spazio alla stesura dei testi. C’è una scaletta che va rispettata. Ovviamente ci sono posti dove si è più ispirati. Ho una mansarda in montagna che mi sono costruito su misura dove mi reco per trovare la concentrazione e la solitudine. Ma nelle giornate normali ho scritto a casa mia a Bergamo, nelle abitazioni di amici, al parco, di notte e di giorno.
Un hobby o una seconda professione a tutti gli effetti?
Una via di mezzo. Il mestiere di scrittore ti consente di pagare le bollette, perlomeno per quella che è la mia dimensione. Non ti assicura tuttavia quell’agio di cui potevo godere prima. Ma dopo tanti anni di televisione posso permettermelo. Vivo in maniera dignitosa grazie ai lavori precedenti. Inoltre, tieni conto di un altro aspetto.
Quale?
Con i libri succede di scrivere ora e di incassare tra un po’. Attualmente sto ricevendo le royalty dei miei vecchi romanzi.
Prendo spunto dal tema de “Il ladro del tempo”: se la tv potesse usufruire di un’ora in più al giorno ci sarebbe finalmente spazio per la seconda serata?
Se ci fosse un’ora in più, il ‘Grande Fratello Vip’ finirebbe alle 3 anziché alle 2. Molto semplice. Questo per dirti che alla televisione non serve del tempo in aggiunta. Basterebbe rimettere le cose a posto e tornare allo scenario di partenza. La tv generalista purtroppo soffre di ‘tafazzismo’, si autolimita. Serve la volontà di restituire alla generalista la sua missione principale che è l’appuntamento, ovvero la condivisione e la contemporaneità. Concetti che sono l’opposto delle piattaforme, che reputo onanismo televisivo. Per me la generalista è una tavola imbandita, mentre la piattaforma è una barretta mangiata di nascosto.
Se l’access prime time si allunga è anche perché conviene sfruttare un prodotto che raccoglie, in media, 5 milioni di persone.
La tua è una spiegazione nobile. La realtà, secondo me, è molto più casuale. È diventato ordinario ciò che sarebbe dovuto essere straordinario. In certe dinamiche non c’è il ragionamento che fai tu. Tutto cominciò quando ‘Striscia’ iniziò a subire ‘Affari Tuoi’. Allungò il minutaggio così da prendere in coda il pubblico in uscita dal programma rivale. Ma allunga uno, allunga l’altro si è arrivati a questa roba qua. Oggi la fotografia è simile.
E vede una soluzione?
Si potrebbe avviare una riflessione saggia, un’alleanza per far partire la prima serata in anticipo. Se facessero così, le trasmissioni di prime time recupererebbero nel totale ascolto perché partirebbero prima e la media si alzerebbe. Non farebbero 2 milioni, bensì 3-4, con annessa riacquisizione dello spazio della seconda serata. Ma c’è un ma.
I costi?
Esatto. L’azienda preferisce spalmare la prima serata sulla seconda. Però è un modo di pensare miope. Se ciascuno tornasse a fare la propria parte sarebbe meglio per gli spettatori e ci sarebbero tante soddisfazioni da raccogliere. La tv generalista non è morta, funziona ancora molto bene.
Faceva il paragone con vent’anni fa. L’unica differenza sta nella sparizione di “Striscia”.
I cicli vanno tenuti in considerazione. Parliamo di uno dei programmi più longevi della tv, era inevitabile un avvicendamento. Tutti i prodotti hanno una loro vita e morte e ‘Striscia’ non fa eccezione. Certo, il suo addio all’access è stato clamoroso. Anche se dubito che finirà nell’oblio.
Ossia?
Da giallista e osservatore delle cose starei attento prima di decretare il de profundis. Antonio Ricci non ha ancora deciso cosa ne sarà della sua creatura e mi attendo qualche colpo di coda. La vera fine di ‘Striscia’ verrà decretata quando ‘Le Iene’ passeranno su Canale 5. Quella sarà la vera cartina di tornasole.
In passato se ne parlò molto, ma il trasloco non si concretizzò. Si disse proprio a causa dell’opposizione di Ricci.
’Le Iene’ è l’ultimo baluardo di Italia 1. Per il resto, tutto è passato su Canale 5. Non c’è un programma dell’ammiraglia che non sarebbe potuto stare su Italia 1. Hanno persino creato gli epigoni del ‘Festivalbar’. Di conseguenza, la stessa Italia 1 non può più offrire nulla, perché ogni serata che Canale 5 manda in onda equivale ad una Italia 1 che ha preso il doping. Ed è impossibile lottare contro un te stesso dopato.
È normale che l’ammiraglia sia dominante sugli altri canali di famiglia.
Mediaset è diventata canalecinquecentrica e in questo modo Canale 5 si è trasformata in una marmellata indefinita, non distinguibile. Tutto quello che c’è e funziona va sull’ammiraglia. Pure ‘La Ruota’, che ritirai fuori io su Italia 1 con Enrico Papi. Io sarei per un ritorno delle identità chiare. Italia 1 torni ad essere una fabbrica. Ormai ha solo ‘Le Iene’, che sono una cattedrale nel deserto. Se le togliamo, la rete non ha altro che i film e non mostra differenze da Iris, 20 o Cine34.
La Gialappa’s ci sarebbe stata benissimo. Invece è dovuta migrare su Sky.
Restiamo sul tema dell’identità. In una Italia 1 che decidesse di ripartire, la Gialappa’s ci starebbe benissimo. Recentemente ho parlato con Giorgio Gherarducci e mi sono complimentato. Il ‘GialappaShow’ è una trasmissione vitale e loro sono in grandissima forma. Sono tornati a costruire personaggi e a diffondere tormentoni. I comici sono straordinari, la parodia di Pier Silvio Berlusconi è strepitosa e Forest è in una forma smagliante. In un canale marginale ottengono numeri che sarebbero oro per reti più blasonate.
Di Canale 5 e Italia 1 ci siamo occupati abbondantemente. Non possiamo ignorare Rete 4.
Dal mio punto di vista, Rete 4 è vittima del retequattrismo che, sostanzialmente, non c’è più. Quel termine si legava all’alone espresso da Emilio Fede. È sparito, ma viene comunque percepito. Rete 4 andrebbe ripensata, dopo averla deretequattrizzata. Somiglia ad una vite che gira a vuoto nel legno e che non aggrappa nulla. Non parla alla destra, bensì a 4-5 persone che sono sempre le stesse. Rispetto a Italia 1 noti lo sforzo, che però non porta a risultati. Vanno cambiati il linguaggio, l’estetica, il racconto. Va bonificato il terreno per poi piantumare. Al contrario, si continuano a piantare alberi in una terra non bonificata.
È anche vero che in tv funzionano i talk di opposizione. Se al governo c’è la Meloni tutto si complica.
Concordo, più sei anti-governativo e più rendi. Ma La7 funzionava pure quando al potere c’era la sinistra. È un discorso di credibilità: La7 è credibile, Rete 4 no. Penso che sia uno di quei casi dove il contenitore si mangia il contenuto. La scatola è più evidente dei cioccolatini e non assaggi i cioccolatini perché non ami la scatola.
Affermò che “Fuori dal coro” sarebbe stato un titolo perfetto per Italia 1. Ne è tuttora convinto?
Assolutamente sì. Non c’entra niente con Rete 4. Se guardi ‘Fuori dal coro’ con attenzione noti che sarebbe una trasmissione tipica da Italia1. Giordano fece con me ‘L’Alieno’, che era praticamente la stessa cosa.
“La Ruota”, “Sarabanda”, “Canzonissima”, il ritorno dei “Cesaroni”, a breve il “Karaoke”. È una televisione che si affida al passato per non guardare al futuro. Un segnale pessimo.
Non ho una risposta. Mi limito a dire che servirebbe un po’ di misura. Si passa dalla moda all’emulazione. Funziona una roba vecchia? Tutti si accodano. È pigrizia ed è già successo in passato. Io stesso rifeci ‘Il gioco dei nove’. È spesso una questione di nostalgia, ripetere che si stava meglio quando si stava peggio è una pratica storica. Tutto terminerà quando arriverà qualcosa che si rivelerà un flop.
Non resta che sperare allora.
Siamo vittime della convinzione che una cosa che già conosci sia meno rischiosa di una cosa nuova. Paolo (Bonolis, ndr) ha rifatto ‘Taratata’, uno show stupendo, sicuramente migliore del ‘Gf’, ma anche lui che è un grande ribaltatore è andato a rintanarsi in un format di fine anni novanta. Siamo arrivati al punto che Rai e Mediaset litighino per accaparrarsi ‘Ok, il prezzo è giusto’, ti rendi conto?
Prima accennava alla tv generalista come luogo della condivisione. Mi tolga una curiosità: come le venne in mente, nel 2011, di togliere “Una poltrona per due” dalla serata della vigilia di Natale e di piazzarlo il 23 dicembre?
Fu un errore, sbagliai per una logica di mera controprogrammazione. Era già in atto il rito della vigilia, ma non ricordo cosa mi prese. Forse colpito da hybris presi il film e lo feci schiantare volutamente contro una proposta di Canale 5, che manco ricordo quale fosse. Mi costò diversi punti di share, andò bene ma non fece quanto avrebbe dovuto fare, a dimostrazione del discorso di prima: la tv generalista vive del rito collettivo, è l’unico media che garantisce la presenza di milioni di persone in un determinato momento. Ribadisco: le piattaforme sono molto sopravvalutate, la generalista ha molti anni di gloria davanti perché gode di una peculiarità che altri non hanno.
Parliamo di lei. La sua uscita da Mediaset nel 2019, dopo quasi trent’anni, fece rumore.
Nessuno mi spinse a lasciare, mollai io. Mediaset mi aveva sottoposto una serie di proposte per farmi rimanere, ma me ne andai perché ero dentro ad una vorticosa crisi familiare. È un fatto doloroso di cui non ho mai parlato a nessuno. Avrei voluto spiegarlo a Pier Silvio, che probabilmente è ancora convinto che me ne sia andato per una ripicca. Mi sarei voluto confidare con lui e spiegargli che l’abbandono dopo trent’anni non era figlio di un incarico non ottenuto, ma a causa del tentativo di salvare la mia famiglia. Ero dentro ad una crisi matrimoniale che, in seguito, mi avrebbe portato a divorziare.
Questa potrebbe essere l’occasione per chiarirvi.
Durante una cena ad Arcore io e lui ci ritrovammo seduti accanto e parlammo della famiglia in maniera molto intima e sincera. Optai per un’uscita al buio, mi trasferii in Svizzera con moglie e figli dove già avevo un’abitazione di proprietà e chiusi definitivamente con la tv. Sfortunatamente non bastò. Fu un fallimento sul piano umano.
Non ha voglia di rimettersi in gioco?
Sono stato io a chiudere con quel mondo e, una volta ritrovata la lucidità, da molte parti hanno ripreso a cercarmi, compresa la Rai. Sono arrivato spesso vicinissimo a degli incarichi che non si sono mai concretizzati. Temo che non aver detto la verità abbia contrastato il mio rientro.
Ha ricoperto mille incarichi. C’è un ruolo ambito che le è sempre sfuggito?
All’epoca avevo chiesto di potermi occupare del comparto fiction. Da scrittore ritengo che sarebbe stato il mio pane. Forse la mia asperità caratteriale ha influito negativamente.