Ubaldo Pantani: “Vorrei lavorare in Figc, ho scritto una riforma del calcio. I figli? Lontani per proteggerli”

“Il comico o si consiglia o si dissuade”. Ubaldo Pantani ride mentre lo dice, ma dietro quella battuta c’è una precisa filosofia. Perché il 55enne toscano, uno dei volti più riconoscibili della comicità televisiva italiana, tutte le domeniche a Che tempo che fa nel doppiopetto di Lapo Elkann, da anni sembra muoversi con disinvoltura in una terra di mezzo: tra il rigore teatrale insegnato da Giorgio Albertazzi e la comicità popolare della Gialappa's Band, che descrive con affetto feroce: “Prima erano delle fantastiche merde”.
In questa intervista a Fanpage.it ci racconta il primo provino con Gianni Boncompagni, che gli chiese di improvvisare sul “cabaret norvegese”, il sogno segreto di lavorare in Figc (“ho scritto una vera e propria riforma del calcio”) e il suo rapporto con una comicità che oggi, se prende posizione, rischia di essere schiacciata dagli algoritmi: “Se domani dico che mangio solo pomodori, persino da questo si può creare una polemica”.
Sei laureato in Scienze politiche con una tesi sull’efficacia del linguaggio comico nell’apprendimento, eppure spesso parli della comicità come di qualcosa di molto semplice: fa ridere o non fa ridere. Quanto contano la teoria e quanto l’istinto?
L’istinto è fondamentale. Ho una scuola di teatro che si chiama Tragicomica, perché racchiude due anime di questo lavoro. Per fare il comico come professione dico sempre che non si insegna: o si consiglia o si dissuade. Non si insegna a far ridere. Se uno fa ridere, cioè ha almeno i tempi comici, e la sua intenzione è farlo diventare un mestiere, si possono dare dei consigli per migliorare, oppure, se non fa ridere, lo si dissuade dal continuare. Il linguaggio comico invece, se non ha fini legati allo spettacolo ma terapeutici o di apprendimento, si può insegnare con tecniche specifiche.
Hai iniziato come attore teatrale grazie a Giorgio Albertazzi. C’è un episodio che non hai mai raccontato del grande mattatore?
Non ho fatto parte della sua compagnia. Albertazzi venne a tenere uno stage a Volterra, su iniziativa di Simone Migliorini, direttore artistico del Teatro Romano, che si inventò il Museo della Poesia e attirò la sua attenzione. Il primo anno il titolo fu “Il verso, l’afflato, il canto”, una masterclass di un mese. Poi funzionò così bene che venne ripetuta. Un anno lavoravamo su Borges e il tango, un altro sul Medioevo e l’endecasillabo e così via. In quell’esperienza mi ha trasferito la filosofia di questo mestiere, che non ammette negoziazioni emotive per quanto è brutale e totalizzante. Ci metteva in guardia dal fare questo lavoro, con un approccio diverso da quello degli anni Settanta, che attribuiva un valore sociale e pedagogico al teatro.
Alla fine, però, non ti ha dissuaso.
No, però mi ha insegnato che il rigore, in qualsiasi ambito, non solo classico ma anche satirico, è il requisito principale. Ricordo quando sosteneva che recitare “una granita di caffè con panna” equivale a dire “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Perché sono entrambi degli endecasillabi e vanno detti bene, facendo sentire tutte le parole. Era contrario alla musica quando si interpretano le poesie, perché hanno già una loro musicalità. Un rigore, una disciplina, un rispetto che mi sono portato dietro. Oltre al disincanto come approccio a questo lavoro. Un allenamento emotivo a sopportare ogni conseguenza di questo mestiere.
Prima dello spettacolo sognavi di fare il calciatore. Un campione mancato?
No, sono stato al massimo un calciatore dilettante, un centrocampista. Un numero 8, il mio idolo era Vincenzo Scifo. Però quel calcio dilettantistico era una cosa seria, perché anche a 18 anni dovevi dimostrare di essere più bravo di gente che ne aveva 30. C’era anche un bel giro, uno sport che si nutriva dei pregi e dei difetti della società di quegli anni. Pur essendo dilettante avevo un piccolo stipendio, utile per mantenermi negli anni dell’università. Sono rimasto così appassionato di calcio che oggi ho scritto una vera e propria riforma applicabile al settore.
Questa ce la devi spiegare meglio.
È una riforma che si basa sul criterio legato all’impegno. Pensiamo che un atleta che partecipa alle Olimpiadi è considerato un dilettante, mentre un calciatore di Seconda o Terza Categoria, che si allena se va bene una volta alla settimana, è considerato un dilettante alla stregua di chi gioca a tennis e si allena sei ore al giorno per cinque giorni. Non va bene. Sotto una certa soglia di impegno i calciatori sono amatori, per il rispetto che il calcio dovrebbe portare agli altri sport. Si sente che il mio sogno è di lavorare in Federazione?
Lanciamo un appello alla Figc, visto che dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali è in cerca di un nuovo presidente.
Il presidente magari è troppo, però mi piacerebbe collaborare come consulente o lavorare direttamente nella Federazione, perché sono un grande appassionato, sia degli aspetti calcistici sia della comunicazione. Ora devo prendere il patentino Uefa B, perché sono diventato allenatore della Nazionale Cantanti, per cui sto studiando. È un grande onore, per il prestigio del ruolo e per una realtà che negli anni ha dimostrato di essere molto seria.
Il primo provino per la tv arriva per Macao con Gianni Boncompagni, che ti prende dopo averti chiesto di parlargli del cabaret norvegese. Ricordo anche che uno dei momenti cult di quel programma fu l’ospitata di Carmelo Bene.
Purtroppo fu l’anno prima. Poi sai, io ero dell’altra sponda. Pensa che Carmelo Bene chiamò il suo cane lupo “Giorgio”, con sarcasmo e disprezzo verso Albertazzi. Pur nutrendo un’ammirazione per Carmelo Bene, io sono del partito degli “albertazziani”.
Immagino però che avere a che fare con Gianni Boncompagni, altro geniaccio, non sia stato meno stimolante.
Gianni rimase colpito dai personaggi che portai. Come il protocollista di Ponsacco, dove andai a fare il servizio civile, che era una maschera popolare di un burocrate fissato con le marche da bollo. Oppure un’altro era Tony Brillante, il profeta del cabaret. Siccome mi sono avvicinato a questo lavoro tramite Freak Antoni, quindi con quel gusto di avanguardia punk, nella mia testa di giovane volevo fare del punk attraverso la comicità. Invece la comicità non è soggetta a interpretazione: o fa ridere o non fa ridere. A un certo punto Boncompagni mi disse: “Mi parli del cabaret norvegese”. E iniziai un’improvvisazione, che è uno dei momenti più belli che ricordo di quell’esperienza, perché alla fine mi ha preso.
Il successo arriva con Mai dire… e poi con Quelli che il calcio. C’è qualcosa che non hai mai raccontato della Gialappa's e la descrive meglio di tante parole?
Mi sono reso conto che nel tempo sono diventati una sorta di famiglia, non li considero dei colleghi. A Quelli che il calcio ero il preferito di Giorgio Gherarducci perché veniva a cagare regolarmente nel mio camerino, mentre con Marco Santin condivido la passione calcistica per il Crystal Palace. In generale negli ultimi tempi sono molto cambiati. Prima si divertivano davvero, insieme a Carlo Taranto, come tre belve a prenderti per il culo. Ma tantissimo. E se sbagliavi il pezzo godevano a metterti in difficoltà, in un modo indescrivibile. Per questo ho sviluppato la capacità di fare buona la prima, altrimenti mi massacravano. Ora sono molto più dolci, prima erano delle fantastiche merde. In tre che ti tartassavano senza sosta.

Un’intervista di Pino Insegno ti ha fatto svoltare, perché spiegava che Max Tortora era un grande attore, ma era dovuto passare dalle imitazioni per emergere. Oggi Pino Insegno è considerato molto vicino al governo Meloni, prima ancora Beppe Grillo ha fondato un partito: che idea ti sei fatto dei comici così attigui alla politica?
Sono scelte che, essendo adulti e consenzienti, si prendono le piene responsabilità. Beppe Grillo, al di là delle posizioni politiche, ha fatto qualcosa di incredibile. Chi è che non vorrebbe fondare un partito e influire davvero sulla politica? Non è stato velleitario. Io mi definisco, parafrasando Roberto D’Agostino di Dagospia, un uomo di “centro tavola”, o meglio di “centro palco”. Mi prendo il rischio di poter sembrare ipocrita o paraculo, perché chi mi conosce sa che non lo sono, perché in fondo penso che abbia una grandissima forza il definirsi “di centro” in questo momento. Che non vuol dire non prendere posizione.
E cosa vuol dire allora?
Disinnescare i conflitti. Ha una forza eversiva che io rivendico, perché certe battaglie possono essere controproducenti. Se ti schieri su una questione, mettiamo per esempio l’ultimo referendum sulla giustizia, non fai il bene di quelli che pensi di sostenere, perché è un boomerang che si ritorce contro di te e contro quella parte. A meno che non ci sia perfetta aderenza tra il tuo personaggio e una parte politica o valori ben definiti. Ma io sono percepito come un intrattenitore, racconto il mio modo di vedere il mondo in maniera satirica attraverso i personaggi, se mi espongo trovo sempre una parte che non entrerà nel merito e mi dirà di tornare a fare i personaggi. Quindi a che pro? È inefficace e controproducente. Poi chi mi conosce sa del mio impegno e dei miei valori, ma preferisco farlo come cittadino, perché come personaggio pubblico posso sempre essere strumentalizzato.
Un po’ come nel caso di Pucci a Sanremo. Ma è stata censura, oppure non si accetta ancora un comico non di sinistra?
Non la metterei su questo piano. Non parlerei di destra e sinistra. Quella di Pucci è stata una scelta personale di non partecipare a Sanremo perché ha detto pubblicamente di aver ricevuto degli insulti. Se li ricevi ci sono le sedi opportune per difenderti.
Quindi non ci sono resistenze a un comico che non parte da posizioni progressiste?
Ma chi non la accetta? I social? L’Anpi ha fatto un picchetto allo spettacolo di Pucci? Mi sembra qualcosa che non esiste. Allora vale per chiunque. Non vedo un accanimento contro qualcuno, ma contro tutti i personaggi noti che si espongono fortemente. Oggi l’algoritmo dei social premia la polarizzazione e i concetti divisivi. Se domani io dico che mangio solo pomodori, persino da questo si può creare una polemica. Sono soltanto i meccanismi dei social, per questo chiunque si pone come divisivo rischia delle conseguenze. Non c’entra solo la politica, ma qualsiasi cosa, perché i social mettono in contrapposizione le posizioni. Quando parlo con il social media manager mi dice che quello ha avuto un sacco di interazioni, ma perché dovrei litigare facendo scorrere odio per avere interazioni? È una follia. C’è gente a cui piace e ci sguazza, mentre io se litigassi ogni giorno ci starei male.
Altro scontro che va avanti da una quindicina d’anni è quello tra cabaret e stand up. Da uomo di “centro palco”, vuoi portare un po’ di serenità anche in questa diatriba?
Non è vero che sono la stessa cosa, prima di tutto la scrittura è diversa. E se uno sta in piedi con il microfono in mano sul palco non fa per forza stand up, che ha una scrittura tutta sua rispetto al cabaret, che ne ha un’altra. La stand up ha una tradizione recente. Dobbiamo la sua diffusione a Satiriasi, con Giorgio Montanini, Filippo Giardina e Francesco De Carlo, che hanno sdoganato il genere nel nostro Paese. Io sono un fan della stand up come movimento, che è cresciuto come indie e underground. Non mi sono mai sentito un cabarettista, il mio approccio al palco è sempre stato dal punto di vista del teatro comico. Il cabaret veniva invece dalla rivista, quindi era legato alla risata diretta: se non facevi ridere ti tiravano i gatti. A me però non piace chi fa la lotta con il pubblico o contro qualcun altro, come un collega, non è una lotta far ridere la gente, deve essere un piacere.
Anche per questo, da Lapo Elkann a Pier Silvio Berlusconi, hai raccontato che i protagonisti delle tue parodie non se la sono mai presa.
Non è per forza un vanto, ma il concetto che vorrei far passare è che voglio trovarmeli di fronte e dovermi imbarazzare il meno possibile. Non vuol dire che aderisco alle idee e ai comportamenti di tutti quelli che imito, anzi, con alcuni sono in contrasto, ma non voglio, attraverso un pezzo comico, fare il leone da palco e poi magari dovermi giustificare. Voglio fare in modo che tra il pezzo comico e quello che gli direi in faccia non ci sia troppa distanza. Poi se sei in teatro ti puoi sentire padrone di te stesso, se invece vai in televisione sei retribuito dall’emittente per intrattenere il pubblico a casa, non sei lì per i fatti tuoi.

Oltre alla Figc anche il “centro” in politica potrebbe vederti come un ottimo leader.
Diciamocela fino in fondo la verità: è un falso problema. Il pubblico, anche se non sembra, percepisce bene chi sei. È un errore giovanile sottolineare come la pensi con delle invettive. Che persona sei si vede anche quando fai una cazzata. Ma all’inizio sono tutti “caudilli”.
L’intelligenza artificiale ti spaventa? Registrerai le tue imitazioni, come ha fatto Giusy Ferreri registrando la propria voce all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) per evitare cloni digitali?
Dovrei perderci più tempo e risorse perché avrei più voci da dover clonare. Non sono un fan dell’intelligenza artificiale, mi sembra un male necessario. Non la uso e in ambito informativo non mi sembra attendibile, perché spesso ci sono ancora tanti errori quando fai delle ricerche. Men che meno in ambito creativo.
Hai detto di aver iniziato questo mestiere con lo spirito di Freak Antoni, frontman degli Skiantos, ma so anche che apprezzi un certo tipo di musica ricercata come quella di Pasquale Panella con Lucio Battisti.
L’ultimo gancio è stato il cantautore Avincola per la passione Battisti-Panella. E prima grazie al mio amico Mario Menegalli, direttore d’orchestra, che mi ha fatto conoscere gli “album bianchi” e me ne sono innamorato. È il mio ultimo amore, dentro una formazione musicale che passa dai Culture Club ai The Smiths, per poi attraversare i Ramones, gli Skiantos, Sergio Caputo, i Virginiana Miller. L’ultima volta che mi sono destato per qualcosa è stato per Calcutta. Parallelamente sono stato un grande ascoltatore di musica house, in particolare negli anni Novanta. Nel mio caso, quando si dice “ascolto un po’ di tutto”, è vero.
Molti grandi comici sembrano avere un fondo di malinconia nel loro privato. Lo condividi?
No, anche se l’identità ce la danno gli altri e bisognerebbe sentire i miei amici. Però sono un animale sociale: se mi metti insieme a cinque persone faccio subito un’associazione, un club, un gruppo. Sono un organizzatore alla Filini. Ancora oggi sono quello che tira le fila con gli amici di una polisportiva che si chiama “Reduci dello Sport”, e faccio il magazziniere. Resto nel mondo e sono un formidabile e temibile organizzatore. Con una passione sfrenata per le divise e l’abbigliamento, cioè per tutto quello che concerne il decoro del team.
È vero che, invece, quando ti arrabbi ti trasformi in Max Allegri, come quando l’allenatore lancia giacca e cravatta durante le sfuriate?
Approfitto per raccontarti un aneddoto che mi è successo due giorni fa. Faccio lo spettacolo al Teatro Manzoni: una parte della scenografia, per motivi tecnici, era stata modificata di poco più di un metro. Dopo la prima scena esco, inciampo e prendo una botta enorme. L’assistente di palco ha detto: “È morto”. Invece ero vivo e in sala non se ne era accorto nessuno, perché c’era la musica. Avevo due possibilità: o ci gioco, ma c’è la quarta parete a teatro e non posso mettermi a commentare questo incidente, oppure, nella speranza che non mi abbiano visto, faccio finta di nulla. Ho scelto la seconda opzione. Alla fine sono uscito con un ginocchio gonfio. Vado ad un altro evento, poi torno a casa e sull’aereo c’era un ragazzo di fianco a me con i gomiti larghi, quindi sono dovuto stare a “fiammifero” con il ginocchio che sporgeva nel corridoio. Mi addormento e a un certo punto l’hostess si scontra con il mio ginocchio gonfio. Mi sveglio di soprassalto e lancio una bestemmia a voce alta. In quel momento mi rendo conto che non dormivo nel mio letto, che ero su un aereo e che tutti si erano girati verso di me. Ho pensato: “E adesso?”.
Non potevi far finta di niente come a teatro.
Eh no. La hostess si è scusata, voleva portarmi il ghiaccio, qualcuno ridacchiava intorno. È stato un momento goffissimo, tra Mr. Bean e Fantozzi, e lì è uscita fuori l’anima popolare. Una toscanità bonaria. Che è anche il motivo per il quale non potrei mai fare un reality. Non dico che Max Allegri bestemmi, ma quella è stata un po’ la mia giacchetta lanciata, come quando lui si arrabbia. Un modo tipicamente livornese di esternare il disappunto.
Chiudo con una caratteristica che ti ha sempre accompagnato: hai avuto una relazione con Virginia Raffaele, hai due figli con due donne diverse, ma nonostante tutto hai sempre tenuto gli affetti e la famiglia lontani dai riflettori. Come mai hai scelto di separare così nettamente la vita privata da quella pubblica?
Ho scelto di fare come alcuni, non tutti, che difendono la propria vita privata per non coinvolgere altre persone nelle proprie scelte. Io ho due figli: una figlia di 19 anni con la mia ex moglie e un bambino di 7 anni con la mia attuale compagna. È un motivo in più per continuare con questa suddivisione, che mi è venuto spontaneo adottare fin da quando ero giovane. Mi viene naturale, per un senso di protezione verso gli affetti, in particolare i figli.