Luciana Littizzetto: “Figli adottivi e una famiglia allargata, è così che faccio politica. Doloroso lasciare la Rai”

Luciana Littizzetto in questa intervista a Fanpage.it parte dal suo primo romanzo Il tempo del la la la, uscito il 21 aprile. Un libro che affronta una fase della vita, la menopausa, senza addolcirla: “Possiamo trasformarci in faccia, piallarci, ringiovanirci, tirarci, ma la nostra fertilità si perde”. Sulla satira, poi, tiene il punto: “I comici sono sempre stati critici del potere e per questo massacrati” e sul caso Pucci a Sanremo ammette che può aver pesato l'accettare una comicità “di destra”.
Il passaggio lavorativo più difficile è stato senza dubbio lasciare la Rai, “una scelta molto dolorosa”, e il rapporto con Fabio Fazio è come quello di coppia: “Mi dice che litiga più con me che con sua moglie”. C’è poi la sua idea concreta di impegno, legata alla famiglia allargata, con due figli in affido, una ragazza bielorussa che ospita ogni estate e una donna curda con suo figlio in un’altra abitazione: “È il mio modo di fare politica”.
Nel tuo nuovo romanzo, “Il tempo del la la la”, racconti la menopausa senza filtri e con ironia: “Smetti di essere ovaiola e resti gallina da brodo”. È una provocazione contro il modo in cui la società guarda le donne dopo una certa età o anche una battuta per dire che la giovinezza non può essere allungata all’infinito?
È un dato di fatto. Possiamo trasformarci in faccia, piallarci, ringiovanirci, tirarci, ma la nostra fertilità si perde. Su quello, a un certo punto, non possiamo più intervenire. La novità è che si può intervenire per la “iolanda”, ma sulla fertilità no. Se ce lo diciamo da sole, che da ovaiole diventiamo galline da brodo, vuol dire riderci sopra, anche perché non ci sono alternative.

Chi fa parte del mondo dello spettacolo, che spesso tenta in tutti i modi di resistere all’avanzare del tempo, è indicativo?
Si è delineata la nuova figura delle “Queenagers”, che sono donne queen che hanno nuove consapevolezze, però mantengono l’anima della teenager. Questo porta a ricercare quel tipo di giovinezza. Mentre un tempo, neanche remoto, la menopausa si teneva piuttosto nascosta, adesso se ne parla. Anche perché, obiettivamente, è un grandissimo sconvolgimento nella vita di una donna. Devi fare i conti con ben 72 sintomi, che non sono per tutte e tutti contemporaneamente, però inficiano la qualità della nostra vita.
La protagonista vive una fase che definisci “la la la”, come quando in una canzone mancano le parole e si prosegue con un suono. Enzo Jannacci ne “L’uomo a metà” cantava: “La memoria ha risvolti curiosi. Più dentro ci vai, più niente viene di fuori”.
È anche un po’ quella roba lì. È tante cose, il tempo del la la la. Come cantava Jannacci, non ti ricordi circostanze passate, e infatti c’è anche il tempo del cantautore, che arriva fino a un momento con le rime, la musica, un’ispirazione meravigliosa e poi, non sa più come andare avanti. Però non pensa di abbandonare la composizione della sua canzone, quindi “lalleggia”. Il riferimento, in generale, è comunque alla memoria. Come quando sei con qualcuno e dici: “Hai presente quella… la… la… la…”. Un classico di questa condizione. Non so se è qualcosa che capita anche ai maschi, che rispetto alle donne hanno meno sintomi: vanno più frequentemente in bagno che l’arnese perde il massimo fulgore.
Siamo più basici anche nella menopausa?
Esatto, avete solo il tasto on e off.
Nel romanzo si legge: “Non sono infelice, è che non so bene come si faccia a essere felici. Il futuro per me è una poltiglia molliccia, grigina e mescolata alla paura”. Questa è anche un po’ l’inquietudine della maturità contemporanea?
Sì, proprio così. Il Covid ha rappresentato un vero e proprio spartiacque. Ci ha messo dentro il colpo di scena, un’imprevedibilità che non è più delle vite singole ma delle vite del mondo. Rispetto a questa imprevedibilità non sappiamo bene come farci i conti, se non accettarla. Ne parlavo con amici psicologi e psicoterapeuti: è cambiato l’approccio a molte cose. C’è molta più paura rispetto al passato. E invecchiando non può che aumentare, non solo dal punto di vista estetico ma anche della salute.
Nel libro emerge anche l’idea che dopo una rottura il problema sia smettere di voler tornare come prima e accettare una nuova versione di sé. Insomma, dobbiamo imparare a diventare qualcun altro invece di inseguire ciò che si è perso?
L’impermanenza! Cioè l’idea che le cose cambiano. Anche se ti chiudi in te stessa non puoi pretendere di rimanere sempre nella stessa condizione, perché la vita continua a muoversi, persino a tua insaputa, anche se cerchi di resistere. Come dicono i buddisti “Sii il fiume, non la roccia”. Il problema è che noi, di base, non siamo molto avvezzi a questo atteggiamento, anzi più passa il tempo e più abbiamo un ego spropositato che ci condiziona. Sentiamo sempre il timore del fallimento, il bisogno che qualcuno ci dia conferma del nostro valore, e viviamo in una costante ansia da prestazione e di inadeguatezza. Quella che si può sintetizzare nella sindrome dell’impostore. In alcuni c’è tantissimo, me compresa.
Eppure, guardando indietro, hai una carriera piena di soddisfazioni.
L’altro giorno leggevo il libro di Francesco Piccolo, Cosa sono le nuvole, che parla di Totò e fa emergere tutta l’umanità e la fragilità di un colosso dello spettacolo e dell’arte italiana. Non era per niente convinto di essere bravo, ma di essere rimasto sempre un dilettante. Sosteneva che quando dicevano male di un suo film avevano ragione, mentre solo quando l’ha chiamato Pasolini si è sentito di valere qualcosa. Eppure, quando è morto, hanno dovuto svolgere tre funerali per la massa di persone che ha sentito l’esigenza di rendergli omaggio. Non è il mio caso, però gli artisti non hanno quasi mai la certezza di essere bravi. Come scrisse Nina Berberova: “Amo me stessa, ma fino a un certo punto”. L’equilibrio sta nel non massacrarsi, ma neanche nel sentirsi stocazzo.
Provo a stimolarti un po’ l’ego. Sei diplomata al Conservatorio di Torino, ti sei laureata con tesi sul melodramma romantico e hai insegnato musica per nove anni, oltre a grande esperienza in tv: perché tra i nomi del nuovo direttore artistico di Sanremo non è mai uscito il tuo?
Ma io sono una donna, ricordatelo! Questo fa ancora la differenza, te lo assicuro. A parte che ho tantissime cose da fare, tra vita pubblica e privata, però è così. Non è cambiato tanto rispetto al passato. Le donne, per farsi scegliere, devono essere sempre un po’ più brave.

Eppure, nel 2013 e 2014, avevi affiancato Fabio Fazio alla conduzione di Sanremo. Se in futuro te lo proponessero, sarebbe un ruolo che accetteresti?
Non ci ho mai pensato, perché solo a pronunciare il nome “Sanremo” mi stimola un’agitazione per cui i neuroni vanno tutti in fibrillazione. È una macchina pazzesca. In questo momento della mia vita ho troppe situazioni familiari a cui tengo e non potrei dedicarmi a qualcosa di così impegnativo.
Facendo un passo indietro, leggo nella tua biografia che hai iniziato scrivendo su Gioventù Operaia. Oggi, secondo te, dov’è finita la classe operaia?
Si è molto trasformata. Esiste, ma non ha l’impatto di quando ero adolescente. Allora era una realtà ancora molto vivace. L’ho frequentata perché vengo da un quartiere popolare di Torino, San Donato: i miei genitori avevano una latteria, mio padre è stato operaio della Fiat in catena di montaggio, poi era troppo lento e ha dovuto cambiare lavoro, mentre mia madre era camiciaia. Era un quartiere di immigrati dal Sud, tutti operai della Fiat, e c’era fermento, lotta, desiderio di conquista di diritti, emancipazione, riconoscimento e l’idea di un futuro.
Un’idea di futuro che, però, sembra scomparsa.
Adesso siamo una società che arranca, che non ha futuro. E lo vedo soprattutto nei giovani. Noi avevamo la certezza che, se ci fossimo impegnati, avremmo avuto un futuro migliore dei nostri genitori. Adesso invece c’è la sensazione che, nonostante l’impegno, non succeda niente. Lo stagismo perpetuo è terribile e i contratti a tempo determinato all’infinito non ti permettono di costruire niente. Alla fine, anche se ti impegni, rimani nelle sabbie mobili.
Con questo hai già scritto 18 libri, ma questo è il tuo primo romanzo. Era il momento per cimentarti in qualcosa di più ambizioso?
Non che disdegni quello che ho scritto in passato, però questo è stato il misurarsi con qualcosa di molto più ambizioso. Soprattutto per me, che sono una da pezzi corti, da scrittura televisiva, che è nobile ma ha ritmi e modalità totalmente diversi. Questa è una commedia su carta, senza la pretesa di essere accostata a Ian McEwan o Marcel Proust, ma è un romanzo leggero dove si raccontano tre donne. Anche se nella leggerezza, se costruita bene, c’è la profondità: fa sorridere, parla di vita, ed è infilato nel quotidiano.
I comici sono ancora poco considerati quando scrivono un libro che non sia comico?
Adesso c’è bisogno di roba perturbante, come dice Elisabetta Canalis: “Perturbanteh, devastanteh, terrificanteh”, con l’h finale. Nel frattempo continua a esserci tutto un mondo di scrittori e scrittrici, anche del passato, che sanno valorizzare la leggerezza. Come Natalia Ginzburg, che ci insegna a imparare a camminare allontanandoci dalle cose che ci fanno piangere, che è un esercizio complicatissimo. O Emmanuel Carrère, quando scrive: “Cerco di diventare un essere umano migliore perché ciò farà di me un migliore scrittore”. Oppure tutta la letteratura di donne, quella che un tempo chiamavano chick lit (abbreviazione di chicken literature, ndr), che è andata persa perché ci siamo emancipate: Erma Bombeck, Olivia Goldsmith, Rebecca Wells, Nora Ephron e le commedie di Robert Reiner. Stanno ripubblicando anche Antonio Amurri o Carlo Fruttero, libri che ho comprato nelle bancarelle, e sono piccoli capolavori di intelligenza, sagacia, leggerezza e satira. Ne abbiamo bisogno, come nel cinema.
Per esempio?
L’altra sera sono andata al cinema a vedere una commedia spagnola bellissima, A cena con il dittatore. In Spagna ha sbancato il botteghino ed è una critica feroce al governo di Franco. È ambientata in un ex Grand Hotel diventato ospedale da campo durante la guerra civile, e Franco chiede di fare una cena di gala. Il problema è che devono tirare fuori dalla galera i cuochi, che sono di sinistra, perché non ci sono cuochi di destra. E prosegue così, con questi paradossi continui. Una satira pazzesca, che vale più di mille “sucamenti” politici. Poi, per carità, sono utili anche quelli, ma non ci possono essere solo quelli. I comici sono sempre stati critici del potere e per questo massacrati, non è certo una novità.
Negli ultimi anni si parla molto di stand-up comedy, ma già nel ’93 a “Cielito lindo” il tuo personaggio di Sabrina con “Minchia, Sabbry!” era diventato un tormentone con un linguaggio più esplicito. In qualche modo hai anticipato l’ondata successiva?
Ora si fanno chiamare stand-up comedian e una volta si chiamavano cabarettisti, cambiava solo il termine. I monologhi di Paolo Rossi cos’erano? Anche noi facevamo quella roba lì, che oggi ha cambiato nome, e i miei personaggi erano legati alla satira sociale e di costume. Sabrina era tutto quello che io incontravo ogni giorno come professoressa di musica. Ma io in questo romanzo non ho voluto parlare di politica e di tutto quello di cui parlo di solito, ma misurarmi in una storia di vita lontana da tutto quello che io faccio già in televisione.
I tuoi monologhi a “Che tempo che fa” sono un cult, ma hai ricevuto anche critiche molto dure, fino a una querela dell’Esercito per una battuta: oggi è cambiato il confine tra satira e offesa o è cambiato il modo in cui le persone interpretano ciò che dici?
Prima le querele mi arrivavano dai politici. Ora è più a causa dei social, per quella cosa tremenda dell’equivoco, di vedere il male dove non c’è, travisare il senso, togliergli l’originario contesto e dargli un altro significato. Il comico quando scrive è attentissimo alle parole, ai tempi e al contorno. Non è scemo, dopo tanti anni sappiamo benissimo dove andremo a pestare il merdone. Può decidere di pestarlo o meno e quando decide di pestarlo di squincio, senza sporcarti troppo, hai scelto di farlo. Però tante volte è spiazzante. Io avevo detto che noi italiani non siamo bravi a fare le guerre, le abbiamo sempre perse, invece è stato letto come un insulto alle famiglie che hanno perso familiari in guerra. Ma, come diceva Massimo Troisi, io sono responsabile di quel che dico, non di cosa tu capisci.
Restando sulla satira, cosa pensi del caso di Andrea Pucci a Sanremo? C’è chi ha parlato di censura, ma anche che non si accetta ancora un comico di destra.
Può essere che ci sia una difficoltà ad accettare che non abbia una cultura di sinistra. Io non lo conosco bene, so che la sua comicità può essere estremamente divertente ed estremamente feroce, poi bisogna vedere se le cose che dice ti fanno vibrare o meno. Però non farei neanche la distinzione tra comici di destra e di sinistra, ma tra chi fa satira e chi no. La satira la fanno delle persone, per cui la satira si riferisce a come quelle stesse persone pensano. Se pensi in un certo modo la tua satira sarà la conseguenza. Bisogna tenere conto che la satira è trasgressione, sberleffo, ribaltamento del pensiero comune, invece ora i social sono politicamente corretti in modo eccessivo e chiedono di esserlo a noi comici, ma noi non possiamo essere politicamente corretti. È come vedere uno che scivola su una buccia di banana e cade: fa ridere, ma non perché pensi che alla fine si è anche rotto il femore.
Il trasferimento di “Che tempo che fa” dalla Rai a Warner Bros. Discovery Italia è stato un passaggio storico, ma siete riusciti a portarvi dietro anche il vostro pubblico. Non era scontato, visti altri passaggi che non hanno avuto la stessa fortuna o bravura.
Non era scontato, ma a volte, come scrivo anche nel libro, bisogna scegliere e andare avanti senza tornare indietro. È stata una scelta molto dolorosa, pericolosa e senza nessun tipo di certezza. Ma è stata ponderata, anche se estrema, perché dopo quello che era successo sentivamo di dover andare altrove. Sono molto contenta di dove sono e che il pubblico ci abbia seguito e continui a farlo, in particolare la domenica sera, che è il far west televisivo perché c’è di tutto, da Report alle fiction fino alle partite di calcio.

Hai detto di essere single, ma con Fazio ormai sembrate una coppia unita civilmente.
(ride, ndr) Infatti litighiamo come una coppia. Lui mi dice: “Litigo più con te che non con mia moglie”. Alla base di tutto ci sono la stima e il riconoscimento del valore dell’altro, la fiducia e la libertà di mandarsi a stendere. Soprattutto io ci mando lui, mentre lui un po’ meno.
Nella tua vita privata hai raccontato dei due figli in affido, di una ragazza bielorussa che ospiti in estate e di una donna curda con suo figlio in un’altra abitazione. Al di là degli aspetti privati, è anche un modo concreto di fare politica?
Sì, è il mio modo di fare politica. Cosa puoi fare per il mondo? Fermare a mani nude Trump. Nel tuo piccolo fai quello che puoi, cercando di accorgerti di ciò che c’è intorno. Potrei fare di più, ma è complicato. Dobbiamo fare almeno delle piccole cose, essere presenti e il possedere del denaro aiuta. Che è un grosso sostegno quando vuoi dare una mano.
Nell’esergo del tuo libro citi Ornella Vanoni, che a “Che tempo che fa” era diventata centrale per la simpatia. C’è un episodio con lei che ti ha particolarmente divertito?
Lei era una donna estremamente libera, anche da giovane, quindi molto criticata. Mi ha sempre colpito il suo grandissimo gusto, perché era vanitosissima. Nonostante avesse già 90 anni le piaceva vestirsi benissimo: ogni domenica aveva un accessorio nuovo e fighissimo, non di marca, semplicemente bello. Prima di andare in scena ogni volta mi diceva se ero vestita bene, se le mie scarpe non le piacevano, il colore più adatto a me, che dovevo osare di più con le scollature. E poi accarezzava moltissimo. Ne parlo anche nel libro: la carezza sta scomparendo, sembra un gesto dedicato solo ai cani e ai gatti, che hanno questo privilegio. Gli esseri umani non lo fanno più, dopo il Covid ancora meno. Ornella invece ti metteva le mani sulle braccia, sulla faccia, ti guardava negli occhi e ti parlava da vicino: era delicatamente fisica. E un mostro di comicità, faceva troppo ridere. Ma quando la vedevo mangiare la macedonia mi faceva morire dalle risate.
Come mai?
Ornella era una grande appassionata di macedonia e si metteva a mangiarla dietro le quinte, dove ci sono due poltroncine e un monitor, perché se fosse partita dai camerini avrebbe fatto più fatica. Una sera sono arrivata e sentivo degli strani rumori, così le ho chiesto che cosa stesse facendo, e lei: “Sputo i semi”. Ma Ornella, per terra? Non mi ha neanche risposto.

Altro che “Queenager”, lei era una vera “Queen”.
Era totalmente pazza! Ma nel suo caso definirla pazza è un complimento. E una delle cose belle di Fazio è aver riscoperto queste signore folli. Se sentivi la Vanoni, Orietta Berti e Mara Maionchi insieme ti buttavi per terra dal ridere. Hanno la mente rapida, sono moderne e hanno una voglia di vivere infinita. Sono delle macchine da guerra per tutte le cose che fanno. Loro sono nel tempo del “la la la”, però vivono sempre tutto con passione. È l’augurio che faccio a tutti e a me stessa: vivere con passione, avere sempre dei desideri, delle vibrazioni positive e delle persone da incontrare. Altrimenti, se ci guardiamo intorno con quello che succede nel mondo e non abbiamo questa reazione, tutto diventa deprimente.