Antonello Piroso: “La Rai mi ha cercato. Con Mentana pace fatta, sogno un programma con Cannavacciuolo e Panatta”

Nome e cognome: Antonello Piroso. Regola di vita sul fonte professionale: non voltarsi mai indietro. “Non vivo guardando nello specchietto retrovisore, bisogna essere sempre proiettati al futuro”, confida a Fanpage.it.
Un principio che però decade se c’è da ricordare il padre Giuseppe e quello che lo stesso giornalista comasco ha definito “un amore disperato”. Un rapporto struggente, duro, conflittuale, raccontato con intensità in ‘Papà’, opera prima di Piroso che mai avrebbe pensato di dedicare ad un argomento così personale ed intimo.
“È stato un flusso di coscienza, come se mi fossi sdraiato sul lettino dell’analista, con l’analista che era proprio mio padre. La gestazione nella mia testa cominciò nel 2020, durante il lockdown, con i miei genitori che morirono in una Rsa a tre settimane di distanza. Ma un conto è fare certi discorsi da soli, un altro è scriverci un libro”.
Quasi centottanta pagine e ventisette capitoli complessivi senza mai incrociare un punto: “Una scelta voluta. Mi sono reso conto che il mio era un dialogo ininterrotto. Muoversi diversamente sarebbe diventato complicato”.
Quando la Mondadori si fece avanti, convocandolo a Segrate, era giugno di un anno fa, mentre la risposta di Piroso è arrivata solo lo scorso dicembre: “Non riuscivo a venirne a capo, accendevo il computer a mi veniva il panico della pagina bianca. Avrei dovuto inviare la bozza alla metà di gennaio e alla vigilia di Natale non avevo ancora concluso nulla”. La svolta è giunta il mattino seguente: “Dopo pranzo, in accordo con mia moglie Lucia, mi sono trasferito nella casetta dei miei suoceri ad Ovindoli e mi ci sono chiuso dentro. Ho scritto tutto in una settimana, di getto. Ero convinto che avrebbero buttato l’intero materiale nel cestino. Invece no, hanno deciso di pubblicarlo subito. Il 17 marzo era in libreria”.
Riguardo alla Rsa scrive: “Provavo ripulsa per me stesso per avervi abbandonati lì, con la consapevolezza che da lì non sareste mai più usciti, se non morti”.
Un senso di colpa, nonostante la demenza si fosse affacciata per entrambi, soprattutto nel caso di mio padre. In precedenza avevamo percorso la strada della badante, ma non gradivano l’idea di un’estranea. Il trasloco nella residenza fu pertanto inevitabile ed ebbi la fortuna di trovare una camera doppia, così da non separarli. Tuttavia, non fu come rimanere a casa. In qualunque modo ce la vogliamo raccontare si trattava di uno scenario diverso.
Ci tiene a precisare che ad ucciderli non fu il covid.
Se ne sono andati a causa della solitudine, della consunzione e di altre patologie che stavano progredendo. Da un certo giorno ci venne impedito di andarli a trovare tutti i giorni e, ammesso che fossero lucidi mentalmente, credo che si siano sentiti abbandonati o isolati. Mio padre se ne andò il 22 aprile, mia madre a metà maggio. Non fu possibile svolgere il funerale e non ci fu nemmeno la benedizione delle salme da parte del prete. Uno scenario terribile.
È un libro pieno di ferite, recriminazioni, rimorsi e rimpianti.
Mio padre era un manesco, in un’epoca in cui la sberla era considerata una pratica ovvia. Ma non per un bambino. Nel volume sono molto duro con lui, però è un giudizio figlio della mia percezione di allora. Non era un violento, purtroppo adottava comportamenti che avevano tanti altri padri che pensavano di risolvere i problemi con la cinghia, convinti che quella fosse una normale componente dell’educazione. Tieni conto che mio padre conobbe il suo solamente a sei anni e crebbe nella Calabria agricola e primitiva degli anni trenta. Ha fatto il papà nelle modalità che riteneva giuste, non avendo il know how.
“Mi consola l’aver potuto smentire il luogo comune sul frutto che non cade lontano dall’albero”. Questo passaggio mi ha colpito.
Non ho mai alzato un dito su mio figlio, ritengo che una sberla data sia un’ammissione di frustrazione. Io, al contrario, sono stato picchiato, ma in un contesto culturale in cui persino gli insegnanti ti menavano. Presi un ceffone dal mio maestro e nessuno allora si sognava di andare dall’insegnante a protestare. Oggi scatterebbero mille denunce, sono cambiati i tempi. Mi ha sempre fatto molto ridere quella scritta che gira sui social: ‘Vedo in giro gli effetti delle sberle non date’. Dinanzi a certi comportamenti ti attuali ti viene il dubbio che siano mancate!
Non è un caso – e in “Papà” lo evidenzia – che nella sua carriera abbia dato ampio spazio a vicende in cui le vittime erano simboli, ma soprattutto padri strappati con violenza a figli piccoli o adolescenti. Penso ai monologhi su Ambrosoli, Calabresi e Tortora.
Quando il figlio di Ambrosoli, Umberto, scrisse il libro, decisi di farci uno spettacolo. A toccarmi, tra le altre cose, fu l’episodio in cui ascolta alla segreteria telefonica il messaggio lasciato dai mafiosi a Giorgio. Immagino lo shock, come per Mario Calabresi o per Silvia e Gaia Tortora, che patirono l’odissea del padre nel pieno dell’adolescenza. Ho sempre dato peso all’impatto che può aver avuto lo sradicamento di un papà dalla famiglia osservato con gli occhi di un bambino e non posso non collegarmi al recente omicidio di Massa, con questo ragazzino che ha tenuto la mano del padre che stava morendo mentre lo incitava a rialzarsi. Mi domando come potrà crescere (Piroso si commuove, ndr).
L’hanno sempre dipinta come un giornalista abrasivo e dal carattere difficile. Definizioni sbagliate?
Sono cresciuto a ‘Panorama’, quando vendeva 800 mila copie a settimana. Da Lamberto Sechi imparai un motto, che reputo bellissimo: ‘Io ho molti amici, il mio giornale nemmeno uno’. Lo ripeteva a chi gli rinfacciava un articolo sgradito. Una cosa sono i rapporti personali, un’altra cosa è il lavoro. Se mia sorella scendesse in politica e diventasse Presidente del Consiglio non le farei sconti. Anzi, nei confronti di parenti e amici devi essere doppiamente severo, in maniera che non si diffonda il sospetto. E questo comportamento me lo ha trasmesso mio padre. Avrò commesso qualche cazzata, ma nessuno può accusarmi di aver usato due pesi e due misure.
Per oltre dieci anni è stato un pilastro di La7.
Nel 2002 mi inventai ‘Omnibus’, che sarebbe dovuto morire dopo sei mesi. Non solo resistette, ma lo allungarono al weekend e all’estate. Avrò condotto più di 600 puntate consecutive in tre anni, senza mai ricevere attacchi da nessuno. Le domande che dovevo porre le ho sempre fatte. Ahimé, adesso le interviste sembrano conversazioni davanti ad una tazza di tè, ci si dà di gomito. Quelli di destra intervistano quelli di destra, quelli di sinistra intervistano quelli di sinistra. Poi c’è la Fagnani che fa la ‘belva’.

Si annoia?
Non c’è l’imprevisto, lo spiazzamento. Vorrei vedere un conduttore considerato di destra che ospita uno che non ti aspetti, e viceversa. Invece ci ritroviamo eterni compitini sull’antifascismo, sul busto del Duce posseduto da La Russa. Ho capito il messaggio, ma per quanti anni dobbiamo andare avanti con questa storia?
A proposito di talk, “Niente di personale” era davvero un gioiellino.
Agli ospiti che venivano in studio non dicevo di cosa si sarebbe parlato. Non ho mai fatto imboscate, ma al contempo non ho tirato indietro la gamba. La gente ancora si ricorda i faccia a faccia con Davigo e Verdini. A quest’ultimo, pronti via, chiesi a quale loggia massonica fosse iscritto in Toscana.
Oggi La7 è palesemente schierata a sinistra.
Ai miei tempi c’era Giuliano Ferrara che copriva il lato governativo e, per bilanciare, gli misero di fianco Gad Lerner. Avendo le due ali coperte, d’intesa con l’editore, optai per la linea mediana. Ero una specie di arbitro Collina.
Nel 2006 divenne direttore del tg.
Nessuno lo sa, ma non volevo farlo. Temevo che quell’incarico mi impedisse di portare avanti i progetti a cui tenevo di più. Tuttavia, quando capii che quella era la soluzione per poter proseguire con gli altri appuntamenti, accettai.
Si inventò la trovata dell’ospite in studio che commentava le notizie. Memorabile quella volta in cui Giulio Tremonti se ne uscì con la barzelletta su Bin Laden.
Una roba di una tristezza assoluta (ride, ndr). Al rientro da un servizio dedicato al terrorismo, senza che gli lanciassi alcun assist, Tremonti mi disse: ‘Piroso, sa cosa chiede Bin Laden alla moglie quando torna la sera a casa? Mi ha cercato qualcuno?’. Volle fare il battutaro e, come capita a tutti quelli non simpaticissimi che si sforzano di esserlo, ottenne il risultato opposto. Comunque, in merito al Tg La7, fammiti raccontare un retroscena.
Prego.
Avendo alle spalle la Telecom, che ci avrebbe assicurato il massimo della tecnologia, proposi all’azienda di lanciare un telegiornale online. Oltre alle tre edizioni canoniche in tv delle 13.30, delle 20 e della notte, pensai a dei richiami sul sito. Stiamo parlando di diciassette anni fa. Indovina come andò a finire.
Non se ne fece nulla.
Esatto. Il sindacato dei giornalisti si mise di traverso. Essendo previsto del lavoro aggiuntivo avremmo dovuto assumere nuove forze. Ma quando arrivai i giornalisti erano ben 130, un esercito. Speravo che la redazione mi seguisse. Saremmo stati avanti anni luce rispetto agli altri. In compenso, mi rifeci nel 2012 a Blogo, inventandomi il primo web-talk.
Nel giugno del 2010 dovette lasciare la poltrona ad Enrico Mentana.
Non mi incazzai con lui. Me la presi con l’azienda che appena un mese prima mi aveva concesso l’ennesimo aumento di stipendio, senza fornirmi indizi in alcun senso.
In realtà qualche tempo fa a Radio 2 dichiarò: “Con l’arrivo di Mentana mi venne sottratto Omnibus, fu chiuso Niente di Personale e AhiPiroso fu massacrato con continui spostamenti d’orario”.
L’azienda portò in palmo di mano Mentana e io e lui non ci prendemmo. Avevo fatto con la rete una transazione per tenermi ‘Omnibus’, che poi mi venne ugualmente sottratto. Era la mia creatura, un programma che aveva costretto Rai 3 ad inventarsi ‘Agorà’. ‘AhiPiroso’, invece, venne sballottato a destra e a manca, andando in onda prima la mattina, poi la sera, infine a notte fonda. E non costava sostanzialmente nulla.
Ad ogni modo, con Mentana avete siglato la pace.
Sono riapparso all’interno di qualche sua maratona elettorale. A fronte dell’ennesima diceria arrivatami all’orecchio che si rifaceva alla nostra presunta guerra dei cent’anni, alzai il telefono e lo chiamai. Parlammo amabilmente, fu molto carino e mangiammo insieme facendoci grasse risate. Chiarimmo quello che andava chiarito e mi invitò ad uno dei suoi speciali. Ci divertiva l’idea di far spettegolare i giornalisti e di leggere pezzi sulla nostra riappacificazione.
Tra i pettegoli c’era pure il sottoscritto!
Ti assicuro che non c’è stata alcuna guerra. A scannarsi si bruciano solo le energie. Ripeto: bisogna guardare sempre avanti.
Tornerebbe in televisione?
Se esistesse un editore come Paolo Salvaderi, amministratore delegato di Radio Mediaset, sì. Lui è stato chiaro: ‘Scegli tu i temi da trattare e come farlo, usa la tua libertà responsabilmente e portami risultati’. A Virgin Radio, dove curo ogni mattina la rubrica del ‘Cavaliere Nero’, sarei dovuto stare un anno. Sono diventati otto.
Il suo nome spunta ciclicamente per la conduzione di un nuovo talk in Rai.
In tv, soprattutto in Rai, o stai di qua, o stai di là. Io non ho etichette e non voglio indossare alcuna divisa. Capita di leggere il mio nome e il più delle volte vengo messo in mezzo per essere bruciato. È accaduto di essere contattato, non lo nego. Ogni volta spiego di non avere pregiudiziali, se non nel metodo di lavoro: se mi danno un programma, pretendo di farlo come dico io. Non esiste che mi si impongano inviti o temi da affrontare.
In tv non ci è tornato. Significa che non hanno accettato questa sua condizione?
Quando non ti vogliono concedere qualcosa tirano fuori mille scuse, a partire dal mio presunto caratteraccio. Ma non mi sono mai atteggiato a martire. La televisione è piena di gente che lamenta di essere stata imbavagliata e che urla al regime. Però sta sempre in video.
Immaginiamoci un semaforo verde: come sarebbe una trasmissione del 2026 firmata da Antonello Piroso?
In questa congiuntura, l’unica chiave di lettura possibile è il perculamento. Non si riesce ad essere seri. Farei volentieri un programma con Adriano Panatta e con un innesto nuovo, tipo Antonino Cannavacciuolo. Un talk dove ci cuciniamo i politici.
La sinistra sa fare televisione meglio della destra. Possiamo dirlo?
Bisogna capire cos’è la destra dal punto di vista culturale. È Mollicone? Giuli? Sangiuliano? O piuttosto Veneziani e Giordano Bruno Guerri? Il livello di preparazione si riflette sugli uomini che hai a disposizione per guidare un governo o, per l’appunto, la Rai. Se il massimo della programmazione è una roba come ‘BellaMà’, allora alzo le mani. Ho visto cinque minuti della commemorazione di Gino Paoli. La questione è semplice: la tv o la sai fare o non la sai fare. La sinistra per decenni si è posta come alternativa al potere, ha sempre avuto un regime da abbattere, che fosse fascista, craxiano, democristiano, berlusconiano. Ha una chiave antagonista, che si scaglia contro il potere costituito. Ma nel tempo essa stessa è diventata il potere costituito e ha messo in piedi insopportabili messe cantate. In tal senso, trovo alcuni prodotti stucchevoli, il solito teatrino e la solita compagnia di giro.
Cosa le manca?
Mi manca un modello televisivo su cui possa riflettermi. Quando accendo la tv so già cosa sta per succedere. Detto ciò, questo libro mi ha aiutato a mettere a fuoco tante cose. Ho la fortuna di avere una bella famiglia e, toccando ferro, mi va benissimo così. Tornando a ‘Papà’, posso confessarti una cosa?
Certo.
Un signore mi ha scritto raccontandomi di averlo letto in due giorni e di aver subito telefonato a suo padre. Mi fa piacere se sono riuscito a smuovere dei sentimenti. Non ho scritto ‘Papà’ con questo fine, ma sono contento.